Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Della forchetta e del bon ton ma vuoi mettere mangiare con le mani i Bovo'leti?

In un post in cui parlavo di mutande familiari, ovvero quelle che dovevo condividere, previo lavaggio, con mia sorella, sottolineavo il fatto che da piccola non amavo molto mangiare. Ad essere sincera mi interessava gran poco il mettermi a tavola per nutrirmi: avevo sempre tante cose da fare e non avevo ancora l'età per apprezzare la parte conviviale del cibo ovvero le chiacchiere a tavola.

Quando arrivò la tele (che io detesto a tavola, molto meglio la radio o la musica scelta da chiunque dei commensali) bisognava far silenzio perchè c'era Tito Stagno che aveva sempre qualcosa da dire più interessante di te. Per forza! Tu torni dall'asilo e al massimo puoi raccontare che Suor Maria per l'ennesima volta non ti ha lasciato andare sullo scivolo e lui, tra il serio e il faceto, ti serviva su di un piatto d'argento lo sbarco sulla Luna! Concorrenza sleale, ne convenite?

E sul più bello che anche Houston aveva risolto il problema si veniva comunque zittiti: "Non si parla con la bocca piena!" 
Ma santa pazienza: già non mangio niente e mi ossessioni con il fatto che non diventerò mai grande e che in Africa i bambini stanno morendo di fame (come se i miei poco affascinanti spinaci potessero risolvere il problema) ed appena metto in bocca una forchettata di qualsiasi cosa, e mi viene subito in mente di distrarmi raccontandoti qualcosa, mi blocchi sul nascere? Allora ditelo: stare a tavola è la cosa più noiosa del mondo e beccatevi Tito Stagno, beccatevi.

In verità c'era un altro motivo per cui la tavola ed io eravamo due opposti paralleli: mia sorella. 
Lo so, è stata una mia ossessione e ve ne parlerò, ma quando lei aveva un anno mangiava piattoni di rigatoni da sola mentre io cincischiavo con il cucchiaio una fredda minestra con le stelline, immaginandomi che le stelline fossero dei naufraghi e il cucchiaio il grande veliero che andava in loro soccorso.
Non solo Federica mangiava come un lupo affamato qualsiasi cosa ma manifestava questa sua esuberanza gastronomica sporcando l'inverosimile: il seggiolone prima e il suo posto a tavola poi, bavaglini e tovaglioli e naturalmente la tovaglia. Come se non bastasse con le manine facente funzioni posate prendeva il bicchiere di vetro trasparente per bere, lasciando così tante impronte che neanche al Gis di Parma. Beh, 5' erano sufficienti per farmi andare per traverso anche l'unica stellina nella minestra.

Mia mamma più volte si disse convinta che mi avessero scambiata in ospedale, visto questa mia quasi maniacale attenzione al comportamento a tavola fin da piccola. 
Ebbene si! Anche se mi trovassi dinnanzi l'uomo più affascinante del mondo e lui mi parlasse con la bocca piena, o non se la pulisse prima di bere, per me perderebbe qualsiasi fascino...anche perché con la fantasia che mi ritrovo in due secondi trasformerei una candida camicia in una fantozziana canottiera bisunta e un sottile calice di vino in una lattina da rutto libero.

Io invece credo sia "colpa" di quella parte veneziana del mio dna: in effetti fu a Venezia che per la prima volta comparve la forchetta: racconta San Pier Damiani, attorno all'anno mille, che una principessa bizantina, venuta a Venezia per sposare un doge, durante il pranzo ufficiale non toccò il cibo con le mani esibendo una graziosa forchettina bidente. 
Apriti cielo! Come per tutto quello che veniva visto per la prima volta c'era di mezzo lo zampino del diavolo, che evidentemente si era stancato di produrre solo pentole ed aveva allargato l'attività, e l'uso del "piron" (dal verbo impirare ovvero infilzare) venne osteggiato in qualsiasi modo per moltissimo tempo. Ci vollero ancora qualche secolo e l'inventiva di un uomo di corte di re Ferdinando IV di Borbone (l'altra metà del mio dna)  che perfezionò la stravaganza orientale con due rebbi raddoppiandoli, rendendo così più facile a tutto il regno godere di spaghetti e linguine.


Ma c'è un piatto che proprio non si può mangiare con le posate ovvero i Bovo'leti o Chioccioline, graziosi animaletti che escono dalla terra dopo ogni acquazzone e che sono il terrore dei teneri germogli che crescono negli orti. Si racconta che una volta venivano preferite le chioccioline che si nutrivano delle foglie di vite ed essendo un piatto veneto non mi stupisco più di tanto :)

Racconta Alvise Zorzi che "vanno mangiati prendendoli con le dita e succhiandoli, oppure estraendone il corpo molle con uno stuzzicadenti o - come fanno a Venezia coloro che amano la tradizione - con un pomo'lin, ovvero uno spillo a capocchia.
I venditori ambulanti veneziani (e anche sulla terraferma, come fanno i mitici folpari di Padova e Riviera) lavano i bovo'leti lasciandoli immersi per almento due ore in una tinozza di acqua fredda e poi passandoli sotto acqua corrente. Non li gettano dentro l'acqua tiepida, ma li cuociono mettendoli sul fuoco in acqua fredda. Quando l'acqua bolle, si forma in supeficie un'abbondante schima che va eliminata. Quindi li lasciano bollire per 5' e poi li scolano, li fanno asciugare e li condiscono come riportato nella ricetta."




Bovo'leti (ricetta antica di Pino Agostini raccontata da Alvise Zorzi) 

Ingredienti 
Bovo'leti o chioccioline di terra o Elicidi (quante se ne vuole, ma almeno 100 gr a persona), aglio, olio evo, prezzemolo (se gradito), sale e pepe. 

Procedimento 
Lavare più e più volte i bovo'leti sotto l'acqua bollente. In una pentola capiente scaldare dell'abbondante acqua e versare le chioccioline prima della bollitura. Dal bollore lasciar cuocere per 10' coperte...perchè potrebbe anche essere che qualcuna di esse tenti di uscire dalla pentola. 
Scolare e lasciar raffreddare, sgocciolando, per circa un'ora. 
Tritare l'aglio finissimo e un mazzolino di prezzemolo fresco (se gradito): condire i bovo'leti con l'aglio, il prezzemolo, l'olio evo, sale fino e pepe nero macinato al momento. 
Lasciar riposare le chioccioline (magari utilizzando una vecchia terrina in ceramica puntate di verde all'interno :) per qualche ora lasciandole insaporire (funziona come le sarde in saor) e servirle fredde.

5 ingredienti:

  1. ero anch'io una bambina disappetente, non mi piaceva mangiare, si perdeva tempo. al più si poteva sgranocchiare una fetta di pane e olio (toscano, di quello pungente e amarognolo) mentre ci si rincorreva giocando a nascondino per i campi, ma pensare di stare a tavola per ore a mangiare e chiaccherare... no, una tortura. non mi ricordo quando sono cambiata, adesso mangiare è un piacere, la convivialità è una delle cose più importanti per me. sarebbe bello poter assaggiare queste chioccioline insieme davanti a un bel bicchiere di vino, oltre al piacere del palato la lietezza dello spirito!
    buone luce!
    Sandra

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  2. Che bell'augurio buona luce! Buongiorno Sandra e mi consola sapere che anche tu amavi sbucciarti le ginocchia all'aria aperta, come purtroppo i nostri figli o nipoti non fanno piu'. Poi, come dici tu, succede qualcosa: gli amici con cui si giocava si siedono tutti a tavola e quindi lo fai anche tu! Un caro saluto :)

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  3. Mai stata inappetente e ammetto di non essere così attenta alla forma, a tavola e no... e, come tocco di grazia, posso anche aggiungere che le lumache, di qualsiasi forma e grandezza, sono le mie acerrime nemiche, e che una sola volta sono riuscita (trattenendo a sforzo l'odio) ad assaggiarle... e, qui lo dico, sono vongole di terra :D

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  4. adoro le lumache..ne mangerei a Kg ;-)

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