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Assicurati di avere le mutande pulite, non sia mai che fai un incidente e ti devono visitare!



Chi non si è sentito apostrofare dalla propria madre con questa frase? 
Fa bella mostra di sé nella categoria "raccomandazioni inossidabili" e si inserisce tra "Mangia tutto! Non sai che in Africa i bambini muoiono di fame!" e la sempreverde "Io ti ho fatto e io ti distruggo!".
A casa mia le mutande sono sempre state un affare di stato. E la decisione di sceglierle di persona la mia prima manifestazione di indipendenza. 
Del resto da qualcosa bisognava pur cominciare, no?


Mia sorella ed io abbiamo 22 mesi di differenza ed io sono la maggiore.
Inappetente cronica, occhi miopi circondati da un incarnato tendente alla tonalità varechina e con un discreto senso dell'ironia. 
Non ero una bellezza ma ero simpatica.
Poi arrivò "Lei", Federica, una specie di lottatore di sumo con le fossette (anche io le avevo ma chissà perchè le mie facevano "cura ricostituente" mentre quelle di mia sorella facevano "rigatoni") della quale avevo già capito tutto. 
Lo capirono anche i miei, quanto mi trovarono sopra la sua culla con un martello in mano. In qualche modo dovevo pur difendermi, dato che i pizziconi che le affibbiavo non stavano portando a nulla di concreto.


Vista la vicinanza d'eta mia madre decise che dovevamo vestirci uguali, come se fossimo state gemelle: stesse deliziose gonnelline a balze, stesse camicette gialle, stesse cuffiette fiorite indossate al mare per ripararsi dal sole. 
Stesse mutande.
Bianche, candide, alte almeno 20 centimetri, con un vezzoso fiorellino rosa e verde sul davanti (forse per distinguerlo dal dietro) e con l'elastico alto 1 cm.
Orrende. Indistinguibili. 
Ed essendo acquistate in stock quantitativamente abbondanti non c'era neppure la speranza che si consumassero con i lavaggi quotidiani. 
Sembravano tessute con la kriptonite.


Non ho mai amato l'intimo stretto: già la vita costringe quotidianamente in regole, compromessi, accomodamenti che mi mancano solo le mutande strette, soffocanti. La mia taglia ideale potrebbe essere definita "fra color che sono sospesi". 
Uno starnuto potrebbe bastare a compromettere la virtù. 
Mia sorella invece voleva tutto stretto: il punto vita della gonna, il cinturone dei pantaloni, l'elastico delle mutande, appunto. E visto che lei era lei ed io ero io avrete già  capito come andò a finire. Con il mio ombelico accartocciato come una caramella tinta carne.


A 9 anni dunque la prima presa di coscienza, grazie alla complicità delle Poste e dei cataloghi per corrispondenza. 
Sfogliando le pagine di Vestro, che tanto hanno contribuito all'affrancamento erotico dei giovanotti del post '68, feci una scoperta incredibile: esistevano delle mutande diverse da quelle nelle quali ero costretta dal post-pannolone! 
Erano colorate (non che mi piaccia molto l'intimo colorato ma in quel periodo anche viola a pois verde fastidio sarebbe stata un'opzione meravigliosa), addirittura trasparenti e soprattutto confezionate con 1/12 della stoffa necessaria a quelle che indossavo.
In quel periodo, poi, la radio trasmetteva una piacevole canzone il cui ritornello faceva 
"A me mi piacere vivere alla grande/già/girare in mutande tra le favole/...": se anche alla radio parlavano di mutande vuol dire che i momenti erano maturi. 
O si cambia l'intimo o si muore!


Ci misi un anno a convincere mia madre che mutatis mutandis non avrei perso di virtù: non è certo la mutanda colorata che fa la donna scostumata. Anzi.
Nel corso degli anni poi la mia passione per l'intimo si specializzò: se mai mi fosse capitato un incidente il disagio sarebbe stato spiegare cosa stavo facendo in giro "vestita" così alle 8 del mattino.
Ma il tempo passa e le trasgressioni cambiano. E la scelta di indossare un calzettone a righe diventa un pretesto per strappare un sorriso. 
Che potrebbe anche trasformarsi in un sospiro ;)


Di tentazione in tentazione si arriva ad una ricetta discreta e sorprendentemente "tentatrice" dove la tenera carne di un cappone cotto in forno per un paio d'ore con un profumatissimo mazzetto aromatico si veste di aromi golosi.


Insalata di cappone con arancia, pistacchio e cioccolato (per bicchiere)

Ingredienti
50 g di carne di cappone tagliata a julienne
2-3 spicchi di arancia pelata a vivo
1-2 cucchiaini di granella di pistacchio
succo d'arancia emulsionato con olio evo
sale nero in fiocchi
pepe nero lungo macinato al momento
cioccolato fondente al 70% "Equador" di Maglio.

Procedimento
Recuperare dal petto di un cappone (o di un pollo) cotto al forno con un abbondante mazzetto aromatico la carne asciutta da tagliare in julienne.
Pelare a vivo un'arancia, conservare il liquido ottenuto spremendo l'albedo (la pellicola bianca e spugnosa dell'agrume) ed emulsionarlo con un po' di olio evo.
Tritare, ottenendo delle strisce, con un coltello Sandoku® Zwilling del cioccolato fondente e grossolanamente i semi di pistacchio.
Comporre il bicchiere (ho usato dei vecchi bicchieri in cristallo da champagne) nel seguente modo: un po' di carne, due o tre spicchi di arancia, pepe macinato e qualche fiocco di sale, condire con l'emulsione e completare con il pistacchio e il cioccolato tritati.
Voilà.