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Un venerdì all'insegna del gusto: da Panorama le #lebuonericette e un Cooking Show con Simone Rugiati e Anna Maria Pellegrino



Da Panorama un venerdì all'insegna del gusto e della buona tavola!


Venerdì 25 settembre a partire dalle ore 19.00 presso l'ipermercato Panorama di Marghera, si terrà un Cooking Show che avrà come protagonista Simone Rugiati, chef affermato e volto televisivo di "Fuochi e Fiamme", il programma tv di successo dedicato al mondo della cucina de La 7D.
Durante l'incontro, che si terrà all'interno del punto vendita, Simone Rugiati metterà a disposizione dei Clienti di Panorama la sua lunga esperienza tra i fornelli, cucinando 2 deliziose ricette e offrendo utili linee guida da seguire e preziosi consigli da utilizzare in cucina.

Ad affiancare ed introdurre Simone Rugiati ci sarà Anna Maria Pellegrino, affermata food blogger con la sua "La Cucina di Qb" (www.lacucinadiqb.com) che preparerà due ricette inedite e stuzzicanti
"Con questa iniziativa - afferma Michela Airoldi, Direttore Marketing di Pam Panorama - vogliamo offrire un'esperienza pratica e coinvolgente ai nostri Clienti, offrendo così un ulteriore valore aggiunto alla nostra offerta. Siamo infatti da sempre alla ricerca di nuove vie e strumenti per rendere la spesa nei nostri punti vendita migliore e più interessante. Pensiamo che questa iniziativa ben si collochi in questa direzione e ci consenta di consolidare ancor di più il rapporto di fiducia con chi ogni giorno ci premia scegliendo i nostri punti vendita per la propria spesa".
Il Cooking Show è realizzato in collaborazione con Valbona, azienda specializzata nella trasformazione e conservazione di prodotti freschi, che, per l'occasione, fornirà alcuni dei prodotti utilizzati da Simone Rugiati e Anna Maria Pellegrino.

un venerdì all'insegna del gusto da panorama con simone rugiati. il noto chef e volto tv di "fuochi e fiamme" sarà protagonista di un cooking show venerdì 25 settembre presso l'ipermercato panorama di marghera a partire dalle ore 19.00. Eventi a Venezia
L'appuntamento con il Cooking Show di Simone Rugiati è per venerdì 25 settembre, a partire dalle ore 19.00 presso ipermercato Panorama di Marghera.

Potrebbe interessarti:http://www.veneziatoday.it/eventi/cultura/un-venerdi-all-insegna-del-gusto-da-panorama-con-simone-rugiati-il-noto-chef-e-volto-tv-di-fuochi-e-fiamme-sara-protagonista-di-un-cooking-show-venerdi-25-settembre-presso-l-ipermercato-panorama-di-marghera-a-partire-dalle-ore-19-00-simone-rugiati-2574585
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50 E NON SENTIRLE! IL GIUBILEO DELL'MTC PER DUMMIES!

All'inizio ci fu la Tortilla di patate.
Era il giugno del 2010 e dal blog Menù Turistico fu lanciata una sfida, insolita per il web "latino", dove le competizioni che si affacciavano dai singoli blog erano a colpi di contest con tema, vincitori e, inevitabilmente, vinti.
Opposte le prospettive offerte dall'mtchallenge, da questa sfida senza vincitori e senza vinti, nel concetto classico di sfida, ma con un gruppo di partecipanti, negli anni sempre più folto, con tanto di lista d'attesa, pronti a dare sempre e comunque il meglio di sé, pronti ad accogliere nuovi sfidanti, pronti ad imparare ed insegnare, pronti a scherzare ed essere maledettamente seri. 

A distanza di un lustro molto è accaduto e molto è stato cucinato, tentato, proposto, scartato, sognato, progettato, studiato, fotografato ed infine postato.
E soprattutto imparato. Si, imparato. In quanto è questo che soprattutto si fa all'Mtchallenge: imparare. La storia e la geografia del cibo, la vita di chi l'ha imparato prima, l'ispirazione di una ricetta, gli errori che l'hanno resa tale, i pettegolezzi che circolano su di lei e le caccavelle che l'hanno raccolta e servita.
Un racconto lungo 50 appuntamenti che, a distanza di 5 anni, ha ancora moltissimo da narrare.




Nel tempo la community si è diventata sempre più fluida, caratterizzata dalle mille personalità che la rendono viva e vera ad ogni sfida, ad ogni domanda, ad ogni risposta.
I prossimi mesi vedranno un'importante trasformazione da, come dice il Deus ex Machina di tutto ciò, far tremare i polsi, ma sempre nello stile MTC e quindi non posso che dirvi stay tuned!




Anch'io in questi anni ho partecipato, mai spesso come avrei voluto, ed è anche accaduto che vincessi - ricordo ancora l'emozione! - con una ricetta semplice, gli gnocchi di semolino, che mi sono divertita a vestire da sera. E la sfida, fin dall'inizio, fu l'occasione di raccontare qualcosa oltre alla ricetta e di introdurre una serie di personaggi che sono in assoluta simbiosi con la ricetta medesima e bordline con la realtà.
Di seguito le sfide alle quali ho partecipato (ma forse mi sono persa qualcosa per strada) e vi aspetto per le successive.

Aprile 2011, Gnocchi alla romana al nero di seppia
Maggio 2011, Risi, bisi e bocoli 
Ottobre 2011, l'articolo scritto per Il Gazzettino e la rubrica "Cucinare con il mouse"
Marzo 2013, Fideua, con i bigoli veneti
Aprile 2013, Chili con carne alias la terrina spezzata di coda di manzo
Maggio 2013, Cassopipa ovvero la Tiedda chioggiotta
Giugno 2013, Caesar Salad della Bella Epoque ispirata a Donna Florio
Giugno 2013, Insalata liquida e orti veneziani
Settembre 2013, Plin Plin Tortellin! Si, ma al mosto d'uva 
Ottobre 2013, Uovo e corte
Ottobre 2013, Colazione americana e Trieste
Novembre 2013, Castagnaccio e l'autunno della mente
Gennaio 2014, Spezzatino, cotture lente e Calandrata
Febbraio 2014, Burek di ricotta che è diventato Lamponi di Pace
Marzo 2014, Soufflè stupefacente, cucinato da Pina la Gallina e A-gata
Aprile 2014, Quinto quarto dark
Maggio 2014, Un amore di Babà
Giugno 2014, Piadina e la storia di una panchina
Ottobre 2014, Lasagna bestiale, il primo piatto pensato per un cane
Novembre 2014, Muffin all'aringa e l'iniziazione alla consapevolezza
Gennaio 2015, Buon compleanno Alessandra!
Marzo 2015, Quiche nera con stoccafisso ed estratto di asparagi
Aprile 2015, Pan di spagna che sa di abbracci
Maggio 2015, Spaghetti della Grande Guerra
Maggio 2015, Spaghetti Spaziali
Giugno 2015, Il burger scandalosamente vegano
Agosto 2015, Le crepes e-saltate e un cuore innamorato


Millefoglie di crepes con feta al timo, datterini confit e granella di pistacchio. Per le e-saltate una ricetta, un racconto, un cuore nuovo, un dono svelato.


“Giorgio Comini?”
Sembrò un’eternità quella che intercorse tra lo squillo del cellulare e la risposta. Dall’altra parte del telefono la voce femminile pacata e professionale sembrava quella di un ambasciatore senza pena.
Si, sono io.” rispose Giorgio, la cui voce profonda e armoniosa era oramai spezzata dal respiro corto e affannato.
Abbiamo un organo compatibile e siamo pronti” continuò l’infermiera. “L’equipe si sta preparando: ha bisogno di essere accompagnato per raggiungerci?”
Rimase impietrito. Aveva perso le speranze di poter ricevere un cuore nuovo in così breve tempo: la diagnosi di cardiomiopatia dilatativa che aveva stravolto la sua vita negli ultimi mesi non gli aveva lasciato scampo, neppure nella speranza, ed era in lista d’attesa da troppo poco tempo per poter pensare che l’estate sarebbe stata la stagione della sua rinascita.
Un cuore nuovo…” esclamò sottovoce. “E di chi è?” si lasciò sfuggire, mentre dall’altro capo del filo la professionalità dell’infermiera lasciò cadere nel vuoto il quesito.

Giorgio? Giorgio mi sente? Forza, che il temporale di stanotte ha spazzato l’afa e il cielo è una tavolozza celeste!” lo incitò una voce maschile limpida come la giornata che immaginava splendesse fuori dalla terapia intensiva nella quale era ricoverato. “Sono passati in molti a chiedere di Lei e ora c’è un amico. Se ha voglia, la sollevo un po’ così lo saluta dal vetro.”
Giorgio cercò di orientarsi con lo sguardo, impigliato com’era tra i numerosi fili che partivano dal suo petto e si collegavano alle apparecchiature necessarie a monitorare i suoi parametri vitali. I suoni che emettevano, ritmati e lenti, sembravano quelli di una playlist di soul music. Mise a fuoco più lontano e vide che Francesco, l’amico di sempre, gli faceva il segno della vittoria con le dita magre ed ossute, mostrandogli l’amuleto che portava sempre con sé.
Non può entrare?” chiese Giorgio sorridendo debolmente e cercando di rispondere al segno con la mano libera dalle cannule. “Solo parenti stretti” rispose la voce maschile “e comunque non sono ancora trascorse 24 ore dal trapianto. Non sia impaziente: avrà tutta la sua nuova vita per salutarlo.
La mia nuova vita…” ripeté Giorgio “con un cuore nuovo. Sembra una favola… ma di chi è il cuore?” chiese una seconda volta prima di riaddormentarsi con la domanda sospesa, rimasta nuovamente senza risposta.


La riabilitazione fu veloce, tanto da stupire il chirurgo che l’aveva operato, e tutte le riserve vennero sciolte in pochissime settimane.
“Sembra nato con questo cuore!” esclamò lo specialista di emodinamica dopo l’ultimo esame, “Il flusso sanguigno è perfetto, i suoi vasi come rinati, le prestazioni da atleta ed i farmaci antirigetto quasi inutili. Le confesso tutto il mio stupore.” concluse guardandolo fisso negli occhi ed appoggiandosi allo schienale dell’avvolgente e comoda poltrona nello studio ipermoderno posizionato a strapiombo sulla baia. “Evidentemente, dr Novak, si tratta del cuore della mia mezza mela.” rispose Giorgio. “Quando Zeus scagliò il suo fulmine per dividermi dall’anima gemella nessuno avrebbe mai pensato che ci saremo riuniti in questo modo!” continuò sorridendo e cercando di dare una spiegazione logica ai dubbi del chirurgo con l’amore per la mitologia che lo aveva accompagnato durante i suoi lunghi anni di solitudine e ricerca.
“Ma questo è un reparto di cardiochirurgia non il Simposio.” gli fece eco il professionista, cercando anch’egli nell’irrazionale quanto la scienza non riusciva a spiegare.

Giorgio riprese la vita di sempre, tanto da tirar fuori dal garage la vecchia Suzuki dal serbatoio color panna che la malattia gli aveva fatto mettere da parte e che stava usando come mezzo di trasporto, complice un autunno mite. Mentre si allontanava dalla clinica per le dimissioni definitive, percorrendo la strada panoramica che lambiva il polo ospedaliero, iniziò a montare in lui l’ansia della domanda senza risposta. Chissà se prima o poi sarebbe stata soddisfatta la sua curiosità circa il donatore e, pur comprendendo i protocolli di riservatezza, un’inquietudine non risolta continuava a lambire le sue giornate, come le ombre lunghe che il mese di novembre stava portando con sé.
Raggiunse il centro e la vecchia e polverosa libreria dov’era solito trascorrere i pomeriggi di ozio che ogni tanto si regalava, certo che non avrebbe trovato nessuno. Tanti anni vissuti da solo gli avevano fatto amare la solitudine, quasi coltivandola, rendendo le sue rare amicizie sempre più esclusive. Troppe volte aveva aperto il cuore a chi gli aveva chiesto aiuto e troppe volte ne era rimasto ferito. “Non accadrà più”, si disse, “con il cuore nuovo starò più attento. Visto che sembra una favola, esigerò un lieto fine.” si promise.

“Buongiorno Giorgio, cosa posso proporti oggi?”
Il saluto del vecchio libraio, polveroso come i tomi accatastati fino al soffitto, in un apparente caos primordiale, lo distrasse dai buoni propositi che con il cuore nuovo, e la nuova vita, si stava dando sempre più spesso.
Buongiorno Italo!” rispose vivacemente, sorridendo da dietro gli occhiali scuri e sfilandosi la sciarpa in cachemire blu che aveva avvolto attorno al collo. “In realtà sono venuto a restituirti tutti i trattati di viticoltura estrema che ci aveva consigliato Agnese tanti mesi fa, ti ricordi? Era appena tornata dalla Georgia e si era innamorata del vino conservato nelle anfore e della tecnica sopravvissuta ai decenni di dittatura comunista. Lettura interessante, senza dubbio, e strana.” concluse.
Strana come lei” proseguì Italo. "Mi aveva chiesto più volte di te, prima che la tua malattia ti limitasse nei movimenti e avevo intuito un certo dolore, ma non ho indagato oltre. Si è congedata qualche mese fa, dicendomi che doveva partire per un lungo viaggio, raccomandandosi che ti consegnassi questo, appena ti avessi rivisto.”
Italo gli porse un pacchettino confezionato con cura: la carta, ruvida e dal rosso intenso, aveva nell’ordito dei fili d’oro che riproducevano motivi a forma di goccia, ed emanava un profumo speziato, di coriandolo e agrumi. Un sottile nastro in seta avvolgeva il leggero parallelepipedo. Non c’erano biglietti.
Giorgio guardò il libraio con aria interrogativa mentre il pacchettino sembrava acquistasse peso e calore. “Non so niente di più!” rispose il vecchio amico alla domanda non espressa.
Mise il pacchettino nello zaino scuro e distrattamente restituì i libri presi in prestito. Italo, nell’aggiornare la sua scheda, rigorosamente a mano e con la stilografica che gli aveva donato il padre, esclamò: “Ma oggi è il 18 novembre! Buon compleanno, Giorgio!”
Già, il primo compleanno della sua nuova vita.


Una volta giunto a casa Giorgio fu distratto dalla lettura della posta, dalla vicina di casa con il vizio del fumo e con il gatto in perenne fuga e dal telefono che non smetteva di squillare, dimenticando il pacchettino misterioso.
Francesco lo raggiunse mentre il sole stava calando, avvolgendo di un rosso intenso le finestre e gli interni del suo salotto bianco e grigio. Sembrava che il sole si specchiasse sulla superficie di un mare placido, una piscina, da tanto riverbero mandavano i raggi.
E’ un compleanno importante, Giorgio” puntualizzò l’amico mentre osservava i riflessi del vino prezioso che gli era stato appena versato “42 è un multiplo di 7 e per la Cabala significa che stai affrontando grandi cambiamenti.” La riflessione fu subito interrotta dal vociare che proveniva dalle scale: gli amici gli avevano organizzato una serata a sorpresa, pretendendo la sua presenza e attenzione.

Fu quasi l’alba quasi rientrò a casa e solo allora si ricordò del pacchettino rimasto nello zaino. Sembrava ancora più pesante e più caldo di quando lo toccò per la prima volta. Il rosso si era fatto più intenso e l’oro brillava maestoso. 
Sfiorò il disegno di una goccia con il polpastrello della mano sinistra, ricevendone in cambio un brivido, come una carezza discreta. Scartò il pacchettino cercando di non sciupare la carta, che si aprì come una vestaglia di seta, un origami prezioso, svelando un libro “Il gusto della vita insieme. Elogio della coppia” di Claude Habib. Non conosceva l’autrice ma mentre leggeva la sinossi, che anticipava un saggio “sui piaceri delle relazioni che durano nel tempo e sulla promessa di felicità nella quale almeno una volta nella vita possiamo credere tutti”, si ricordò quando Agnese, mentre gli raccontava dei suoi viaggi in Persia, gli aveva svelato che in arabo habibi vuol dire “amore mio”, uno dei sessanta modi che la cultura della mezzaluna fertile ha per definire la bellezza di questo sentimento. Allora non aveva colto quanto in realtà la donna voleva dirgli e mentre sfogliava il libro si accorse di un foglio leggero, piegato in modo tale da ricordargli un fiore, che segnava pag. 120, dove l’attenzione fu colta dalla frase “E io t’aspetto, ricordati.”
Aprì delicatamente l’origami e già dopo le prime righe calde lacrime di comprensione gli solcarono il viso mentre leggeva del dono di Agnese, del cui infinito amore non si era mai reso conto, come neppure del suo, soffocato dalla diffidenza e dalla paura di una nuova sofferenza. 
La lettera si concludeva con un commiato che non era un addio ma un arrivederci.
"Dolce Amore mio, dolcissimo Amore mio, la vita talvolta è strana e ti fa incontrare persone senza le quali capisci di non poter vivere ma con le quali, allo stesso tempo, per ragioni oscure, ti impedisce di condividere la tua esistenza. 
Se non posso vivere con te, voglio farlo in te. Ti sembrerà strano ma i tuoi sorrisi ombrosi, i silenzi loquaci, il pudore che ti ha a lungo impedito di parlare della tua malattia mi hanno fatto capire che tu eri la mia mezza mela. Sapere del tuo cuore malato è stato come ritrovarmi in mare aperto senza sestante, una barca in balia della furia del vento, senza la speranza di un porto sicuro dove trovare riparo. Naufraga, senza il sostegno della guida di una notte stellata. Ho scelto di interrompere il mio cammino e fare in modo che il mio respiro terminasse laddove sarebbe iniziato il tuo. 
Finché mi terrai in te, il nostro cuore non sarà più un cuore infranto. 
Per sempre tua, Agnese.”


Per l'Mtc e la e-saltata di questa settimana non poteva mancare il consueto racconto, ispirato alla stagione che stiamo vivendo, l'estate, secondo me la stagione più malinconica dell'intero ciclo annuale e da un libro, quello citato, ricevuto in dono qualche giorno fa da una serissima e preparatissima giornalista di economia, dopo che le avevo raccontato come con la fibra ottenuta all'estrattore era possibile preparare deliziosi piatti ricicloni e vegani. E dal fatto che mi è stata chiesta una donazione straordinaria di una sacca del mio sangue, Gruppo A Rh negativo.
La ricetta, anch'essa ispirata all'estate, è invece buona, pulita e giusta, ricca com'è di fibre, grazie alla farina di ceci, e di licopene, così che Giorgio potrà continuare la sua riabilitazione senza soffrire più.

Millefoglie di crepes con feta al timo, datterini confit e granella di pistacchio

Ingredienti (per 4 persone)
100 gr farina di ceci
250 ml di latte crudo
una noce di burro chiarificato
2 uovo bio
300 gr di feta
un cucchiaio di foglie di timo fresche
500 gr di datterini confit
2 cucchiai di pistacchi freschi
zucchero di canna integrale (meglio Fairtrade)
pepe nero di Sarawak
olio evo
sale iodato

Preparazione
Lavare i datterini, disporli sopra una placca da forno protetta da un foglio di carta forno, unire una presa di sale, una presa di zucchero di canna, 2 cucchiai rasi di olio evo ed un po’ di pepe macinato al momento. Cucinare nel forno statico già caldo a 160’ per circa 1h30’ oppure a 200° per 40'.
In una ciotola porre la farina setacciata, unire le uova appena sbattute, unendo a filo il latte. Regolare con un sospetto di sale la pastella così ottenuta e lasciarla riposare un’ora in frigo, coperta da pellicola.
In un’altra ciotola sbriciolare con le dita la feta e profumarla con il timo fresco e un cucchiaio di olio evo.
Usando una padella antiaderente di 16 cm di diametro cucinare per 2' minuti per lato delle crèpes appena un po' spesse e lasciarle raffreddare. 
Con un coppapasta di 5 /6 cm di diametro ottenere almeno 4 piccole sfoglie di crèpes per ogni singola frittatina.
Frullare, tenendone da parte 1/3, i datterini confit e filtrare la passata al colino cinese, ottenendo una crema morbida e profumata.
Preparare il piatto nel modo seguente: una sfoglia, un po’ di passata, un po’ di feta sbriciolata e così fino alla fine degli ingredienti. 
Decorare con i confit messi da parte e con un po’ di granella di pistacchio, ottenuta tritando i semi al un coltello.

Risotto di fragole mantecato al pecorino contro il logorio della digestione moderna


Se è vero che siamo quello che mangiamo siamo anche quello che digeriamo, non se ne viene fuori.
La nouvelle vague degli ultimi anni è quella di un cibo presentato in modo etereo, quasi sollevato dal piatto, cotto con tecniche e con strumenti estremamente sofisticati, decorato con petali e germogli di ingrediente in divenire.
Un cibo per gli dei, mi vien da pensare, piatti offerti ai media alla stregua dei sacrifici rituali che i pellegrini che salivano a Delfi portavano ai sacerdoti affinchè le interrogazioni poste ad Apollo ricevessero la giusta risposta dall'oracolo medesimo.


Succede invece che le persone, nella loro più laica quotidianità, siano anch'essi degli indomiti gourmand, sono quotidianamente alle prese con tutta una serie di incombenze sicuramente rituali ma meno eleganti, come la spesa, in primis, per il possesso degli ingredienti e, infine, la digestione. momento topico e finale del rapporto quotidiano con il cibo.
Ho scoperto abbastanza recentemente la figura di Martine Fallon, esperta di dietetica naturale, autrice di interessanti manuali purtroppo non ancora tradotti in italiano, che afferma da sempre che "nutrirsi bene è un atto di generosità verso se stessi. Spesso non si tiene conto che la digestione richiede molta più energia di qualsiasi altra nostra attività." Affermazione che ci rimanda alla saggezza materna, quella che ci impediva di tuffarci in mare nel pomeriggio, subito dopo pranzo, e di aspettare, preferibilmente assorti in silenziose letture, che l'orologio scoccasse finalmente le fatidiche "quattro del pomeriggio".

Martine suggerisce una serie di piccoli riti, come il disintossicante e diuretico bicchiere di acqua tiepida con mezzo limone al risveglio, per riattivare le energie del nostro corpo, consiglia attività fisiche che consentano anche un po' di riflessione (leggi meditazione) durante la giornata, di preferire cibi integrali e per niente raffinati, pesce azzurro, frutta e verdure (almeno 800 g al giorno), magari sotto forma di estratti e centrifughe (ecco uno strumento che davvero non dovrebbe mancare nelle nostre più prosaiche cucine) e di ricaricarci durante il giorno con tante tazze di dimagrante tè verde, lasciando alle spezie un posticino di riguardo. Il tutto condito con un filo di olio extravergine d'oliva, spremuto a freddo e conservato in bottiglie di vetro verde. In sintesi, la dieta mediterranea, dove per dieta si intende anche uno stile di vita, rispettoso di quei ritmi, soprattutto estivi, oramai perduti per sempre.

La ricetta di oggi è quindi un riassunto di tutte queste informazioni (della nutrizionista e della tradizione) dove le ultime fragole (ma perché no anche quelle da noi raccolte e surgelate durante il periodo del loro massimo splendore) frutti ricchi di fibre, di vitamine e di antiossidanti naturali vengono insaporite da un pecorino di media stagionatura che, nella fase terminale della preparazione, consente di ottenere una delicata mantecatura senza eccedere in grassi.




RISOTTO ALLE FRAGOLE MATECATO AL PECORINO

Dosi: per 4 persone
Preparazione: 15’
Cottura: 20’
Difficoltà: minima

Vino consigliato: Prosecco Valdobbiadene Docg Val D’Oca 

Ingredienti
500 g di fragole
250 g di riso Arborio Bio
30 g di Grana Padano dop
50 g di pecorino sardo semistagionato
1 bicchiere di vino bianco, quello usato per accompagnare il piatto
2 scalogni
1/3 di baccello di Vaniglia di Bourbon
1 litro di brodo vegetale
olio exravergine d’oliva bio 
sale iodato
pepe nero di Sarawak

Preparazione
Scaldare il brodo vegetale (preparato anche solo con le foglie di scarto di porro o cipollotto).
Lavare, mondare ed asciugare le fragole e lasciarne da parte 4 per la decorazione dei piatti. 
Tagliarne metà in dadolata, l’altra metà a spicchi, tagliare a fettine sottili con una mandolina il pecorino.
Mondare ed affettare finemente gli scalogni, farli appassire in una casseruola con un cucchiaio di olio evo, unire il riso, tostarlo per 2’, sfumare con il vino bianco, unire le fragole tagliate in dadolata, il pezzettino di vaniglia incisa sulla lunghezza e continuare la cottura unendo di volta in volta il brodo vegetale caldo.
Dopo circa 14’ minuti (controllare sempre il tempo di cottura riportato dal produttore), togliere il baccello, unire il formaggio grana grattugiato e parte del pecorino, mescolare, mantecando, con un po’ di energia, unire le fragole tagliate a spicchi e far riposare coperto per 1’.
Servire immediatamente decorando con le fragole messe da parte, le fettine sottili di pecorino rimaste e una macinata di pepe nero.


Altre mie ricette le potete trovare nel sito Le Buone Ricette di Pam Panorama

Pasticcio di Matzà per la Pesach veneziana e la storia delle pulizie di primavera


Pesach (Pasqua) è una delle più importanti feste ebraiche e si festeggia il 14 del mese di Nissan che quest'anno cadrà nel periodo che andrà dal 4 all'11 aprile. A differenza della Pasqua cristiana, i festeggiamenti di quella ebraica durano otto giorni e stanno a significare la liberazione del popolo di Dio dalla schiavitù egizia. Ma non solo. Come accadde anche alle feste pagane pre-cristiane trasformate in momenti di culto e inserite comunque in un calendario dettato dalla stagionalità, anche la Pesach, anticamente, era una festa tutta agricola dedicata alla raccolta dell'orzo.


Ognuno di noi, da bimbo, avrà sentito la mamma pronunciare la famosa frase "pulizie di Pasqua" momenti in cui si apriva la casa alla bella stagione e si tiravano a lucido tende, finestre, pavimenti, divani, stanze ed ambienti esterni, con una veemenza non sempre riscontrabile in altri momenti dell'anno. Non si tratta di virtuosismo ma è semplicemente il bello della contaminazione, soprattutto culturale, che avviene fra civiltà che si rispettano, fra persone intelligenti e tolleranti o semplicemente in pace con sé stesse. 

Secondo la tradizione ebraica, infatti, durante tutta la durata della festa è vietato mangiare o addirittura possedere cibo lievitato (chametz) e per cibo lievitato bisogna considerare qualsiasi alimento che contenga fermenti come, appunto, la pasta di pane o le briciole di esso. Ecco allora la necessità di eliminare qualsiasi residuo o briciola: dentro le dispense, rovesciando le tasche, sbattendo tappeti. Si tratta di una ricerca accurata, da effettuare a lume di candela e con l'aiuto di una piuma così da esser certi di aver svolto un ottimo lavoro. Il lievito infatti, e quindi tutti i cibi che lo contengono, simboleggia l'egoismo che oscura la luce divina e la ricerca quindi del chametz viene vista come un atto che conduce alla pulizia interiore.


Una volta pulita la casa ci si può sedere a tavola per la cena pasquale, (Seder) che si sviluppa con un rituale scrupolosamente dettato dalla tradizione. Le diverse parti della liturgia che verranno recitate durante la serata sono contenute nell'Heggardah (racconto di Pasqua) che permette ad ogni famiglia di raccontare e condividere le vicissitudini legate alla liberazione dall'Egitto.

Al centro del tavolo fa bella mostra di sé un vassoio che contiene una serie di ingredienti che seguono la narrazione: tre pani non lievitati, le azzime o matzah, coperti da un tovagliolo decorato che stanno ad indicare il pane dell'afflizione ma anche della liberazione, una zampa di agnello o un pezzo di carne arrostita, in ricordo del sacrificio pasquale che veniva offerto al Tempio di Gerusalemme, le erbe amare, per non scordare l'amarezza e un contenitore con aceto o acqua salata a ricordo dell'asprezza della schiavitù, un uovo sodo come segno di lutto per la distruzione del tempio ed una composta ottenuta con mele, noci, vino ed altri ingredienti a ricordare infine la malta con cui venivano costruiti i mattoni per il faraone.

A Venezia il vassoio (ke'arah) veniva composto a seconda della provenienza delle popolazioni che vivevano nel Ghetto: gli ashkenaziti o todeschi presentavano pietanze più sobrie a differenza dei levantini che, più ricchi ed eleganti, oltre alla zampa d'agnello, alla lattuga, alle uova sode offrivano l'indivia ed i ravani, il pesce in saor, le melanzane "al funghetto" e tanta frutta secca con il guscio così che nella delicata operazione di romperlo i bambini si mantenevano svegli fino alla conclusione del banchetto.

Il divieto di consumare cibi lievitati ha quindi condizionato molto lo sviluppo dei menù pasquali ma a Venezia non si persero di certo d'animo e nel tempo le massaie riuscirono a produrre piatti unici come Haroseth o marmellata di datteri, mele, prugne, uvetta e noci; il pane azzimo in brodo vegetale servito con un uovo per ogni tre commensali, le famose melanzane alla giudia o "al funghetto", le torte di biete dove le erbette amare di vestono a festa grazie allo zucchero, alle uvette, ai pinoli ed alla noce moscata e le incredibili versioni dei pasticci di matzà, visto che ogni famiglia aveva la propria ricetta "segreta": questa è la mia proposta, un mix di versioni, che prevede l'aggiunta di un po' di  formaggio di capra o di pecora e che, grazie all'uvetta, magari di Corinto, ed ai pinoli, ricorda ancora una volta la bellezza della cucina veneziana e del suo essersi lasciata così deliziosamente, ed intelligentemente, "contaminare".


PASTICCIO DI PANE AZZIMO ED ERBETTE

Ingredienti (per 4 persone)
500 g di erbette
6 fogli di pane azzimo
2 cucchiai di uvetta
2 cucchiai di pinoli 
100 g di pecorino semistagionato
100 g di feta
2 uova bio 
olio evo
sale
Pepe nero
brodo vegetale

Procedimento

In una padella tostare i pinoli e mettere in ammollo l’uvetta.
Accendere il forno a 180°.
In una pentola capiente versare le erbette o biete e una presa di sale grosso e nel giro di 3’ il sale richiamerà l’acqua dalla verdura (osmosi), cuocendola. Togliere dal fuoco, strizzare le erbette e mettere da parte.
Scolare e strizzare l’uvetta e tritare grossolanamente le erbette.
Sbriciolare la feta e ammorbidire i fogli di pane azzimo con un po’ di brodo vegetale.
In una ciotola unire la feta, il pecorino grattugiato, le erbette, l’uovo, l’uvetta e i pinoli e profumare con un po’ di pepe.
Spennellare con dell’olio evo il fondo di una teglia quadrata, stendere il pane azzimo, continuare con metà della farcia, stendere ancora pane azzimo, la farcia e terminare con l’ultimo foglio di pane azzimo, spennellare la superficie con il secondo uovo sbattuto e, se si desidera, distribuire l'ultima cucchiaiata di farcia, e cuocere nel forno già caldo per 30’ o fino alla doratura della superficie.
Sfornare e servire immediatamente con un Nebbiolo Langhe Doc o una Ribolla giovane.

Quiche nera con stoccafisso, alghe ed estratto di asparagi verdi per la sfida #46 dell'Mtchallenge. In divenire.


Sul filo del rasoio, come sempre, ma non potevo certo mancare alla sfida del mese di marzo dell'Mtchallenge, lanciata da Flavia, e che aveva come tema la brisée di Michel Roux, per cui mi perdonerete se posterò ora la ricetta, ingredienti e procedimento, e domani, al rientro dal lavoro, completerò il post con il personaggio che questo mese ha cucinato per me. E che ha ispirato appunto la quiche.



Quiche di brisée al nero di seppia con stoccafisso, alghe ed estratto di asparagi verdi 

Ingredienti e procedimento per la brisée al nero di seppia (per 6 persone)
250 di farina Petra5
75 g di burro salato
75 g d burro
8 g di nero di seppia
1 uovo bio (55 g)
15 g di latte freddo

Sciogliere il burro a microonde (350W) e con un frustino amalgamare il nero di seppia. Abbattere.
In una ciotola unire la farina setacciata, l'uovo leggermente sbattuto e il burro raffreddato a tocchetti, impastare con le mani fino ad ottenere un composto abbastanza uniforme nel colore, unire il latte freddo.
Terminare di lavorare la pasta sopra una spianatoia ottenendo una pallina liscia.
Inserirla in un sacchetto, appiattirla a panetto ed abbatterla o farla riposare in frigo fino al momento dell'utilizzo.
Stendere la pasta sopra una spianatoia con un po' di farina aiutandosi con un mattarello e rivestire uno stampo (nel mio caso quadrato 22x22) precedentemente spennellato di olio di semi.
Rimuovere la pasta in eccesso, bucherellare il fondo, coprire con carta forno e successivamente con i pesi in ceramica o con fagioli secchi e cucinare per 15' nel forno statico già a 190°.
Rimuovere i pesi e la carta e continuare la cottura a 170° per altri 5'.
Mettere da parte.

Ingredienti e procedimento per la farcia
300 g di merluzzo ammollato (sono partita da uno stocco grande, oltre 1 kg, che ho utilizzato anche per altre preparazioni ed l'ho lasciato in ammollo 5 giorni cambiando l'acqua ogni 12 ore almeno)
200 g di ricotta vaccina
100 g di panna fresca
2 uova bio
30 g di alghe secche (un mix tra wakame, nori, dulse, sweet kombu)
30 g di pistacchi non salati
pepe nero di Sarawak
semi di coriandolo

Per il court bouillon
1 carota, la parte bianca di 1 porro, 1 costa di sedano, 1/2 finocchio, 2 scalogni, 1/2 cipolla dorata o meglio francese, 1 spicchio d'aglio privato dell'anima verde, 1 bouquet garnì (basilico, santoreggia, maggiorana, aneto), 250 g di vino bianco aromatico, qualche grano di pepe nero.

Mettere in ammollo le alghe ed eliminare eventuali impurità. Scolare, asciugare e tritare al coltello.
Tostare e tritare grossolanamente con il coltello i pistacchi.
Portare a bollore il court bouillon, abbassare la fiamma, inserire lo stocco ammollato e battuto e lasciar sobbollire coperto per circa 1 h. Scolare, eliminare pelle e spine e metterne da parte 300 g.
Nella planetaria con la frusta a foglia sfibrare a bassa velocità per 5' il baccalà, regolare di sale e di pepe nero. Profumare con il coriandolo.
In una ciotola sbattere le uova con la ricotta e la panna, regolare di sale e di pepe ed aggiungere 1/2 del pistacchio tritato.

Distribuire sul guscio di brisée cotto prima il baccalà, poi le alghe ed infine il composto di uova. Distribuire sulla superficie il restante pistacchio e cuocere nel forno statico a 180° per circa 20' o fino alla doratura della superficie.
Sfornare, sformare e far raffreddare o abbattere.

Ingredienti e procedimento per l'estratto
4 cipollotti
500 g di asparagi verdi freschissimi (così non si butta via nulla!)
1 lime
1 cm di radice di zenzero fresco
olio evo
vino bianco aromatico

Spadellare per qualche minuto in una padella antiaderente con un filo di olio evo i cipollotti e gli asparagi lavati, mondati e tagliati a rondelle, sfumare con un paio di cucchiai di vino bianco, continuare la cottura per altri 3' ed abbattere.
Inserire le verdure nell'estrattore con il lime e la radice di zenzero fresca, privati della buccia. 
Riempire le pipette monodose.

Servire la quiche con l'estratto, ovvero la salsa di accompagnamento, decorando con qualche germoglio non troppo aspro (pisello, aglio, alfa alfa) o qualche fiore edulo.










Un'anteprima sul personaggio, un po' dark..

Fondente al cioccolato e caffè: una storia d'amore, la sua colonna sonora e la terza ricetta per #SanValentino


La colonna sonora per questa ricetta, e soprattutto per questa storia, non può che essere "Amore" di Ryuichi Sakamoto.

La storia d'amore è quella che ognuno di noi dovrebbe vivere. La seconda, visto che la prima è con la propria Mamma, e si tratta della lettura.

Leggere ci rende più curiosi, più intelligenti, più interessanti e quindi più belli. E in un mondo in cui tutti vorrebbero assomigliarsi essere volutamente diversi in quanto le proprie sinapsi vivono di vita propria non può che essere una meravigliosa storia d'amore. Un atto d'amore verso sè stessi che, a differenze del selfie, non è immortalare il proprio narcisismo ma arricchire il proprio "io", che poi potrebbe divenire "noi".
Ma questo è un altro discorso.


La storia d'amore che vi racconterò, quindi, è quella tra la Biblioteca Internazionale "La Vigna", a Vicenza, e  Forma srl, un'azienda che si occupa di web. Insieme hanno dato vita ad un progetto che amo davvero molto ovvero "Adotta un libro", che prevede l'informatizzazione del patrimonio librario, il più vasto, antico ed importante a livello internazionale su tutto ciò che riguarda la civiltà contadina e la cultura enogastronomica.

Non è un amore di progetto?

Quali libri fino ad ora sono stati adottati? E quali altri libri potrebbero ricevere le medesime amorevoli attenzioni? Nella parte del sito de La Vigna dedicato al progetto ci sono tutte le informazioni in quanto, come diceva Indro Montanelli, "Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente".

 
Uno dei libri adottati fu pubblicato a Firenze nel 1728 e si tratta di "Altro parere intorno alla natura, ed all'uso della cioccolata" disteso in forma di lettera indirizzata all'illustrissimo Conte Armando di Woltsfeitt. 
Il librino è in realtà una lettera aperta, scritta da Francesco Zeti, dipendente di tal Panone, proprietario di una fiorente attività di fornaio. Evidentemente Panone, seguendo la moda che dalle corti europee, e soprattutto a Venezia,. era diventata consuetudine comune, aveva iniziato a servire "Cioccolatteai propri clienti, ovvero una bevanda preparata con il cioccolato in polvere diluito con latte, zuccherata e profumata con spezie "calde" come la cannella e la noce moscata. E sul più bello, con tanto di bolle papali e scritti gesuiti che avevano sottolineato la bontà del cioccolato e la liceità del suo consumo nei giorni di magro, nella tarda primavera del 1728 iniziò a girare in Firenze una lettera, nella quale si denigrava pesantemente il prodotto "cioccolato" e di conseguenza il suo consumo.

L'umilissimo Francesco offre all'Illustrissimo Conte il suo punto di vista, contestando il contenuto della lettera scritta, secondo lui, da "Dilettanti di questa squisita bevanda" inserendo tutta una serie di argomentazioni indicatrici di quanto studio, quanta passione e quanto amore doveva avere Francesco per il suo lavoro e per questo "salubre" ingrediente.
Alla lettera segue una nutrita bibliografia di autori che trattano ed hanno trattato la cioccolata, uno scherzo ditirambico in lode alla cioccolata ed una lode all'albero che produce il cacao, senza il quale non ci sarebbe nulla di cui godere (e disquisire).



E la storia d'amore dov'e? Sotto i vostri occhi: l'amore per il passato e per il futuro, l'amore e la passione  per il proprio lavoro, l'amore per la verità, l'amore per la natura e per quanto essa è in grado di produrre. E l'amore per il voler condividere tutto questo.

Chissà se l'amore contenuto in questo librino riscalda il cuore di coloro i quali si stanno riempendo la bocca della parola "Expo".... 


La terza ed ultima ricetta sviluppata per #lebuonericette chiuderà in bellezza, e in eleganza, il menù di #SanValentino. 

Fondente al cioccolato e caffè

Ingredienti (per due persone)
100 g di cioccolato fondente 54% max 62%
50 g di zucchero
50 g di burro (più quello necessario per imburrare gli stampini)
50 g di farina non forte
5 cl di caffè ristretto
2 uova bio
2 quadrotti di cioccolato fondente (8 g)
1 pizzico di peperoncino o mix di spezie (se desiderato)

Preparazione: 10’, Cottura: 10’, Difficoltà: minima


Procedimento
Accendere il forno a 200° statico.
In una ciotola unire il cioccolato con il burro e scioglierli al microonde (mi raccomando non superate i 350w i potenza ) o a bagnomaria.
In una terrina sbattere le uova con lo zucchero fino a renderle spumose.
Versare la farina setacciata e mescolare nuovamente.
Unire questo composto a quello di cioccolato, mescolare ed unire infine il caffè ristretto (unendo, a questo punto, il peperoncino, se desiderato) mescolando sempre delicatamente con una spatola.
Imburrare 2 coccotte di 6-7 cm diametro o due stampini che possano andare in forno.
Versare il composto a metà delle tazzine, posizionare il quadrotto di cioccolato e ricoprire con il resto del composto.
Cuocere per 10’ nel (forno caldo, sfornare e lasciar riposare 5’ prima di servire il dessert decorando, se si desidera, con un po’ di zucchero a velo o con la scorza grattugiata di un arancio bio o con un rametto di ribes.