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"Houston, abbiamo un problema" e gli Spaghetti Galattici Speziati per un autostoppista del gusto e la sfida #48 dell'Mtchallenge


"Houston, abbiamo un problema. Maronna mia, se abbiamo un problema. Houston!! E rispondi, a' Houston!!

Due occhi di ghiaccio si aprirono di scatto, come le bambole dei film dell'orrore che Beppino si ostinava a guardare anche se poi gli venivano le palpitazioni, ed incontrarono i suoi.
"C'è un guaio, un guaio grosso assai e bisogna che troviamo una soluzione, Houston!"
Lo sguardo di ghiaccio non si era spostato di un millimetro. Un accenno di increspatura dei sopraccigli aveva messo in evidenza una leggerissima ruga al centro della fronte.
"Ah, ma allora sei vivo! E c'hai pure la ruga gabellare! La sorella di mia cognata, quella fissata con l'Oriente, diceva che quella era la ruga del terzo occhio, la ruga Yin." 
Si allontanò per guardarlo un po' meglio. 
"Houston, non è che sei Yin sul serio? Perché io sono tuttotutto Yang! Perlammordiddio non ho nulla contro gli Yin, ma sai com'è, qui l'astronave è piccola e l'equipaggio mormora." E chiuse facendo l'occhiolino, cercando una complicità che fosse anche approvazione.
I due occhi di ghiaccio si alzarono dalla poltrona attrezzata per affrontare i lunghi e noiosi viaggi tra una galassia e l'altra e si palesarono in tutta la loro possanza.
Beppino seguì con gli occhi, che fin da piccolo avevano con difficoltà trovato una certa simmetria, i muscoli guizzanti sotto la tuta aderente grigio antracite.
"San Gennaro, ma questo non finisce più" si ritrovò a pensare mentre l'astronauta dagli occhi di ghiaccio, disteso in tutta la sua altezza, lo guardava fisso dall'alto, senza tradire alcuna emozione.
"Заткнись!" tuonò improvvisamente Ustin. "Откуда ты?"
"Non ti arrabbiare! Sono io, Beppino, quello della cucina." soffiò il povero omino, che nel rispondere si era fatto ancora più piccolo del suo metro e cinquanta.
"Идеальный." replicò l'astronauta mentre digitava una sequenza numerica sul piccolo computer, che faceva anche da traduttore simultaneo, allacciato al polso destro. "Ora ricordo, sei l'italiano che faceva l'autostop sulla galassia Sombrero. Se non ricordo male non sopportavi più il cibo messicano."

Beppino si animò. Houston l'aveva riconosciuto anche se si erano parlati una volta sola, oddio parlati, aveva parlato solo lui e gli aveva fatto capire, senza tanti giri di parole, che la sua presenza non era affatto gradita all'interno dell'astronave. Era entrato con l'inganno confondendosi con il personale di servizio, imitando gli autostoppisti che tanti secoli prima si spostavano sulla Terra, ed oramai non aveva neppure più senso espellerlo attraverso i tubi pirolitici, che polverizzavano, prima di eliminare dal veicolo spaziale, gli scarti della cucina. Per cui prima di rientrare ad Andromeda, e scendere dall'astronave, sarebbe stato molto saggio rispettare le regole alle quali era sottoposto tutto l'equipaggio: stare in silenzio e soprattutto stare molto, molto lontano da lui.


Ustin si mosse, una camminata elegante e felpata, come se avesse fatto ore di stretching invece di essere stato inchiodato mesi a quella poltrona, dirigendosi verso il quadro comandi. I monitor sottili come un capello gli rimandavano la visione di un buio animato da sciami di meteoriti arginati da scudi direzionali, da comete che si avvolgevano su sé stesse come riccioli capricciosi, dai colori cangianti di mille stelle e mille pianeti.
Concentrato com'era nell'analisi silenziosa di milioni di chilometri di spazio che l'astronave stava percorrendo non si accorse che Beppino si era avvicinato lentamente, attratto, quasi ipnotizzato, da quelle immagini di mondi che sapeva esistevano ma che il destino non gli aveva consentito di conoscere.

Era nato sulla Terra poco prima del Grande Trasloco, quando oramai le risorse erano così scarse che non bastavano neppure all'elite che governava le terre di Pangea, le aree che ancora non erano state bruciate dalle tempeste solari, sempre più devastanti dopo che lo scudo di ozono si era arreso all'incoscienza umana. Le radiazioni avevano modificato il dna dei gameti utilizzati per il suo lotto, che avevano riprodotto degli individui imperfetti. Ma nel caos del trasloco la sua capsula incubatrice, che aveva oramai preso il posto dell'utero nella gestazione di nuovi esseri umani, era finita in un deposito e le pile a fissione avevano fatto il resto. Era diventato grande, oddio, grande, diciamo che era diventato uomo. Ma gli uomini come lui, difettati, potevano lavorare solo come maestranze di fatica in quegli ambienti in cui i robot si sarebbero potuti rovinare. Troppa umidità o troppa polvere.
Beppino era finito a fare lo sguattero, nelle cucine delle astronavi e delle basi spaziali, a preparare ed incapsulare il cibo liofilizzato che gli altri umani assumevano per il sostentamento: un mix di proteine, sali minerali, acidi grassi essenziali, carboidrati di natura sintetica; soluzione adottata quando anche le alghe ogm e gli insetti non erano più bastati a nutrire il pianeta.


"Qual'è il problema?" La voce fredda di Ustin lo riportò alla realtà.
"Ah si, Houston, qui la situazione è gravissima! La nave con i viveri durante il posizionamento è stata centrata dai detriti di quei zozzoni dei Vesuviani e si è sganciata. Il tubo per collegare il passavivande si è rotto e non ho più neppure un sedano sintetico per fare un pinzimonio di plastica! Voi dormite ed io qui mi devo levare le mani da torno, mi devo!"
Forse aveva esagerato un po' la ma realtà era proprio quella: in cambusa non c'era più nemmeno l'ologramma di un panzerotto.

Ustin guardò Beppino come se lo vedesse per la prima volta. I suoi arti così corti gli ricordavano i plantigradi bianchi e neri dei quali aveva letto nei libri di scienze, così impacciati e lenti, mentre lo sguardo nascondeva guizzi di luce che aveva tradotto come intelligenza vivace. Probabilmente sarebbe stato possibile trasferire le sue sinapsi in un corpo sintetico, giusto per non sprecare parte della sua conoscenza. Ma forse era meglio lasciar tutto come aveva deciso il sistema.
"E quindi", lo apostrofò Ustin, "cosa proponi? Del resto l'equipaggio a causa dello scontro con i detriti si sta svegliando e fra un po' bisognerà provvedere al suo sostentamento."


"Un'idea ce l'avrei" sorrise malizioso Beppino, come se stesse già gustando il manicaretto che aveva in mente, un chiodo fisso di quando era appena uscito dall'incubatrice che era stata sistemata in una vecchia biblioteca: un piatto di pasta preparato con il pomodoro. Aveva visto la foto e subito di era innamorato di quell'attorcigliare morbido, di quel rosso vivo. Aveva strappato la pagina del libro dov'era riprodotta la leccornia e l'aveva sempre portata con sé.
"Avrei bisogno di un forno a microonde, di un po' di platino e di una stampate 3D. Il resto degli ingredienti sono nell'armadietto dell'alveare" ovvero il luogo, una sequenza di piccoli loculi, dove gli umani addetti ai lavori più umili, si ritiravano per recuperare le forze.
Davanti allo sguardo di Ustin, che ora non era più tanto sprezzante, prese forma un piatto di pasta al pomodoro e gli addetti alla stampante fecero il resto, come in una versione laica del miracolo dei pani e dei pesci.

Mentre l'equipaggio imparava ad attorcigliare gli spaghetti con le dita e provava il piacere della masticazione Beppino non sentì più i dolori alle ossa, che neppure l'assenza di gravità poteva lenire, e si sentì l'uomo più grande della Via Lattea.
Ustin si avvicinò e gli pose la mano perfetta sulla spalla sbilenca, stringendola con le dita disegnate dall'eugenetica.
"Houston", fece Beppino, "te l'ho detto, vero, che io sono Yang".


Oggi ha cucinato Beppino, con quanto aveva nell'armadietto del suo loculo: una lattina di San Marzano, gli spaghetti di grano duro appena un po' modificati, i pomodorini gialli confit, le spezie dell'unico emporio della galassia di Sombrero, l'acqua di uno dei mari sotterranei di cui Marte è pieno e le foglioline Shiso prese in prestito dal laboratorio di botanica. Un forno a microonde e il gioco è fatto. Perché anche la fantasia può nutrire il pianeta.

Spaghetti di grano duro al profumo di mare speziato con salsa di pomodoro, pomodorini gialli confit e zeste di limone di Sorrento.

Ingredienti per un astronauta
80 g di spaghetti formato chitarra di semola di grano duro all'orzo "Ma'kaira" (che nel gioco di parole del produttore significa "beato")
1 lattina di pelati San Marzano
1 cucchiaio di pomodorini gialli confit
1 spicchio di aglio rosso di Nubia in camicia e schiacciato
1/2 cucchiaino di levistico
1 cucchiaio formato dal seguente mix aromatico: scorza di fava di cacao, cannella, liquirizia, zenzero, pepe nero, carruba, anice, peperoncino, zenzero, vaniglia in bacello, fava tonka, mix polverizzato ed inserito in un pezzettino di garza
qualche fogliolina di Shiso purple cress la decorazione del piatto
1 limone di Sorrento, bio, solo le zeste
acqua di mare

Procedimento
Con un mixer ad immersione frullare i San Marzano direttamente nella lattina, passare al colino e mettere da parte.
Pesare gli spaghetti e pesare il doppio più un po' di acqua di mare, scaldarla appena con il  mix di spezie profumate e piccanti, lasciando in infusione per 5'.
Inserire in un contenitore adatto alla cottura a microonde la salsa di pomodoro, l'aglio e il livistico.
Cuocere coperto a 850W per 1'.
Aprire il contenitore, mescolare, eliminare l'aglio, distendere gli spaghetti, coprirli con l'acqua di mare speziata e cuocere coperto per 8' a 850W.
Aprire il contenitore, mescolare, unire i pomodorini gialli confit e continuare la cottura per altri 4', aggiungendo, se necessario, un paio di cucchiai di acqua di mare.
Aprire il contenitore, mescolare con una forchetta ed impiattare decorando con le foglioline, poche, di Shiso Purple e le zeste del limone.
Se voleste unire un po' di ricotta salata, poca, o un po' di pecorino fate attenzione ad averne stampato in quantità sufficiente.



"La pace non trovò nè oppressi nè stranieri". Gli spaghetti del 24 maggio 1915 per l'Mtchallenge #48


“Nonno, raccontami della Guerra!”
La mia curiosità di bambino e la passione per i film dove i soldati facevano mostra del loro valore, indossando divise belle intonse come il giorno della parata, mi inducevano sempre a chiedere a nonno Tiziano di condividere i suoi ricordi di ragazzo nato nel 1899.
“Quanti nemici hai ucciso?” era la domanda topica con la quale cercavo di mettere alle strette la sua reticenza.
“La guerra è una brutta bestia”, rispondeva sempre, con gli occhi velati da tanta, tanta tristezza.
“Nonno, ma gli austriaci erano pur sempre i tuoi nemici, gli invasori stranieri che opprimevano!” esclamai un giorno, quasi incredulo dinnanzi alla sua visione così disfattista di quanto era stato necessario fare per ottenere la vittoria.
“Gli Austriaci erano ragazzi come me che se la passavano ancor peggio. Sai quante volte ho lanciato pezzi di pane secco oltre la nostra trincea? E sai quante volte ho passato loro la sega per tagliare il ghiaccio così da consentirgli di seppellire i morti non a mani nude?”


Finché un giorno mi raccontò anzi, scrisse, vergando alcuni fogli di uno dei miei quaderni di studente delle elementari, con le righe già segnate ed i bordi definiti da due graziose parallele color violetta, quasi a lasciare un testamento, una memoria scritta, di tutto il suo disagio per essere stato costretto a compiere azioni che non riteneva giuste e di tutto il suo dolore per essere stato costretto ad assistere alla morte della pietà e della compassione.

Mi chiamo Fumegale Tiziano, fu Massimiliano e di fu Maria Angela.
Sono nato a Vicenza il 21 luglio 1899.
Sono stato incorporato nel 6° Genio Ferrovieri, nel mese di giugno 1917 ed inviato, per cause di emergenza, al Distretto Militare di Vicenza, dove fui destinato all’11° Fanteria a Forlì (Deposito del Reggimento). Qui mi mandarono a raggiungere il mio Reggimento che si trovava a Gorizia, che già era stata occupata.
Giunto a Gorizia fui destinato a fare un compito un po’ arduo e cioè fare un varco per tagliare i reticolati che però avevano la corrente.
Io andai dal mio Tenente per dirle che oltre alle tenaglie mi occorrevano ancora altri tre uomini, perché i reticolati erano appoggiati sopra 4 cavalletti di Frisia ed avevano la corrente.
Era il mese di ottobre. Tutto buio.
Io dissi a loro (ero il Capomaggiore) “Prima comincio io, che sono il primo, poi il quarto, poi il secondo ed infine il terzo”. E così fu fatto. Tagliammo un varco usando le tenaglie foderate di nastro isolante e ad ogni taglio si vedevano nella notte tutte le fiammate dei reticolati.
Il varco era stato aperto così che le truppe poterono avanzare.
Però, invece di rientrare in quattro, rientrammo in tre perché, poveretto, uno si è incagliato con la giacca nei reticolati ed è stato mitragliato.
Però la Medaglia d’Argento gliela diedero al Tenente, che se n’era stato calmo sotto la tenda.
Poi mi spostarono di fronte ed andai al Piave e poi sul Monte Paù.
Ma non posso ricordare tutte le peripezie trascorse.”


Per la sfida #48 dell'Mtchallenge, lanciata da Paola, ho immaginato il nonno in trincea con un coetaneo siciliano, ancora più spaventato di lui, in quanto scaraventato in una terra straniera, letteralmente straniera, dove non era possibile riconoscersi in nulla.
Non certo nel clima così rigido degli inverni sull’Altopiano, con le trincee scavate nella neve e nel ghiaccio che superavano i tre metri di altezza.
Non certo nella lingua! Come potevano comprendersi due contadini adolescenti che fino a qualche mese prima compivano i medesimi gesti ma a mille chilometri di distanza l’uno dall’altro?
E neppure nel cibo, così diverso. Nei colori, nei sapori, nei ricordi.
Li univa solo la disperazione, la consapevolezza di essere finiti in un girone dantesco, tra le teste dei compagni che saltavano a pochi decine di centimetri centrate da cecchini ugualmente adolescenti, tra gli arti feriti tagliati con la sega e senza tanti complimenti,   tra il terrore dei gas nervini, armi vigliacche usate da uomini senza onore, ad aspettare che si sciogliesse la neve per lavarsi, a bere da pozze di fango e sangue perché resi pazzi dalla sete.


Ho immaginato i morsi della fame che amplificavano tutti i profumi e tutti i ricordi legati al cibo ed ho pensato alla dolcezza di Tiziano verso un Antonio tanto spaventato, ricambiata con quanto era rimasto nello zaino di quest’ultimo, a condividere nel fango di una tragedia senza fine gli ultimi sprazzi di una giovinezza rubata.
Ecco allora uscire come da uno scrigno magico i profumi ed i colori della Sicilia di Antonio così sconosciuti a Tiziano che contribuisce con quanto gli era rimasto della sua Vicenza, un pezzo di crosta di Asiago stravecchio, avvolto in un fazzoletto liso, che avrebbe dato all’acqua della pasta una sapidità maggiore, come tante volte aveva visto fare in cucina da mamma Angela, mentre preparava la pasta e fagioli più buona del mondo.


Infatti il sale, così prezioso per la Serenissima, non c’è: troppo costoso, soprattutto in trincea, e viene sostituito dall’acciuga e da un po’ di spirito di adattamento.
Il sugo di accompagnamento è un arcobaleno di colori e di sapori: il pomodoro secco è un pomodoro siccagno della valle del Belìci, dove si coltivano ancora dei grani antichi come il farro e il grano duro timilìa una varietà meravigliosa, dalla vita breve e dai profumi intensissimi. E’ scuro, quasi grigio, come la trincea, come la guerra.
Anche la scelta della forma della pasta, le caserecce, non è un caso: richiamano le onde sensuali dei campi di grano mosse dal vento caldo delle estati siciliane, le corse a perdifiato nascosti dalle spighe dorate, i boccoli neri di una ragazza, così bella da togliere il fiato, appena sfiorati solo pochi mesi prima.
La colatura è il guizzo argenteo di una sapienza antica, come tutti gli ingredienti di questo piatto, sapienza feconda, quella che andrebbe narrata sempre, quella che, nei miei pensieri, è la sola titolata a “nutrire il pianeta”.


Casarecce di Timilia con passata di datterini, pesto di albicocche, pomodori secchi e acciughe, polvere di capperi e granella di pistacchio

Ingredienti (per 1 gavetta)

80 g di casarecce di Timilia o Tumminia (presidio Terra Madre, Slow Food)
un pezzo di crosta di Asiago stravecchio
2 albicocche secche di Scillato
2 pomodori secchi
2 acciughe e qualche goccia di colatura di alici
un paio di cucchiai di passata di datterini confit
qualche pistacchio tostato
polvere di capperi
Olio evo (ne ho usato uno proveniente da Alcamo)

Ingredienti e procedimento per la passata di pomodoro
500 g di pomodorini datterini
bouquet garnì
qualche spicchio di aglio rosso
olio evo
Inserire i datterini in un sacchetto da sottovuoto con gli aromi, unire un paio di cucchiai di olio evo, sigillare e cuocere a 40° per circa 3 ore immersi nell'acqua.
Frullare, passare al colino, regolare di sale e pepe monk macinato al momento e mettere da parte.

Ingredienti e procedimento per la polvere di capperi
Capperi di Salina
Sciacquare ed asciugare i capperi e farli essicare (anche nell'essicatore) nel forno statico a 80°. Far raffreddare completamente e frullare. Mettere da parte la polvere ottenuta in un piccolo vasetto pulito di vetro.

Procedimento
Tagliare a concassè i pomodori secchi e le albicocche, mescolare e dividere a metà. Tostare i pistacchi in una padella antiaderente e tritarli grossolanamente al coltello.
Portare a bollore l'acqua con la crosta di formaggio e lessare a pasta.
In una pentola di ferro stemperare le acciughe con un paio di cucchiai dell'acqua di cottura fino ad ottenere una salsina omogenea. Lontano dal fuoco unire la metà del trito di albicocche.
Scolare la pasta appena al dente, eliminare la crosta, in una padella spadellare la pasta per 1' con un paio di cucchiai di coulis di datterini. Unire la salsa di acciughe e qualche goccia di colatura di alici.

Impiattare decorando con il trito rimasto, la polvere di cappero ed il trito di pistacchi

Quiche nera con stoccafisso, alghe ed estratto di asparagi verdi per la sfida #46 dell'Mtchallenge. In divenire.


Sul filo del rasoio, come sempre, ma non potevo certo mancare alla sfida del mese di marzo dell'Mtchallenge, lanciata da Flavia, e che aveva come tema la brisée di Michel Roux, per cui mi perdonerete se posterò ora la ricetta, ingredienti e procedimento, e domani, al rientro dal lavoro, completerò il post con il personaggio che questo mese ha cucinato per me. E che ha ispirato appunto la quiche.



Quiche di brisée al nero di seppia con stoccafisso, alghe ed estratto di asparagi verdi 

Ingredienti e procedimento per la brisée al nero di seppia (per 6 persone)
250 di farina Petra5
75 g di burro salato
75 g d burro
8 g di nero di seppia
1 uovo bio (55 g)
15 g di latte freddo

Sciogliere il burro a microonde (350W) e con un frustino amalgamare il nero di seppia. Abbattere.
In una ciotola unire la farina setacciata, l'uovo leggermente sbattuto e il burro raffreddato a tocchetti, impastare con le mani fino ad ottenere un composto abbastanza uniforme nel colore, unire il latte freddo.
Terminare di lavorare la pasta sopra una spianatoia ottenendo una pallina liscia.
Inserirla in un sacchetto, appiattirla a panetto ed abbatterla o farla riposare in frigo fino al momento dell'utilizzo.
Stendere la pasta sopra una spianatoia con un po' di farina aiutandosi con un mattarello e rivestire uno stampo (nel mio caso quadrato 22x22) precedentemente spennellato di olio di semi.
Rimuovere la pasta in eccesso, bucherellare il fondo, coprire con carta forno e successivamente con i pesi in ceramica o con fagioli secchi e cucinare per 15' nel forno statico già a 190°.
Rimuovere i pesi e la carta e continuare la cottura a 170° per altri 5'.
Mettere da parte.

Ingredienti e procedimento per la farcia
300 g di merluzzo ammollato (sono partita da uno stocco grande, oltre 1 kg, che ho utilizzato anche per altre preparazioni ed l'ho lasciato in ammollo 5 giorni cambiando l'acqua ogni 12 ore almeno)
200 g di ricotta vaccina
100 g di panna fresca
2 uova bio
30 g di alghe secche (un mix tra wakame, nori, dulse, sweet kombu)
30 g di pistacchi non salati
pepe nero di Sarawak
semi di coriandolo

Per il court bouillon
1 carota, la parte bianca di 1 porro, 1 costa di sedano, 1/2 finocchio, 2 scalogni, 1/2 cipolla dorata o meglio francese, 1 spicchio d'aglio privato dell'anima verde, 1 bouquet garnì (basilico, santoreggia, maggiorana, aneto), 250 g di vino bianco aromatico, qualche grano di pepe nero.

Mettere in ammollo le alghe ed eliminare eventuali impurità. Scolare, asciugare e tritare al coltello.
Tostare e tritare grossolanamente con il coltello i pistacchi.
Portare a bollore il court bouillon, abbassare la fiamma, inserire lo stocco ammollato e battuto e lasciar sobbollire coperto per circa 1 h. Scolare, eliminare pelle e spine e metterne da parte 300 g.
Nella planetaria con la frusta a foglia sfibrare a bassa velocità per 5' il baccalà, regolare di sale e di pepe nero. Profumare con il coriandolo.
In una ciotola sbattere le uova con la ricotta e la panna, regolare di sale e di pepe ed aggiungere 1/2 del pistacchio tritato.

Distribuire sul guscio di brisée cotto prima il baccalà, poi le alghe ed infine il composto di uova. Distribuire sulla superficie il restante pistacchio e cuocere nel forno statico a 180° per circa 20' o fino alla doratura della superficie.
Sfornare, sformare e far raffreddare o abbattere.

Ingredienti e procedimento per l'estratto
4 cipollotti
500 g di asparagi verdi freschissimi (così non si butta via nulla!)
1 lime
1 cm di radice di zenzero fresco
olio evo
vino bianco aromatico

Spadellare per qualche minuto in una padella antiaderente con un filo di olio evo i cipollotti e gli asparagi lavati, mondati e tagliati a rondelle, sfumare con un paio di cucchiai di vino bianco, continuare la cottura per altri 3' ed abbattere.
Inserire le verdure nell'estrattore con il lime e la radice di zenzero fresca, privati della buccia. 
Riempire le pipette monodose.

Servire la quiche con l'estratto, ovvero la salsa di accompagnamento, decorando con qualche germoglio non troppo aspro (pisello, aglio, alfa alfa) o qualche fiore edulo.










Un'anteprima sul personaggio, un po' dark..

La Playlist per la sfida #44 dell'Mtchallenge: perché non di solo pane vive il blogger


Una delle ultime canzoni postate per il Mtchallenge era la sigla del cartone “Heidi”, dove le caprette fanno miao e, neanche fossi una sensitiva, la sfida di Gennaio ci porta proprio in montagna con i meravigliosi Canederli di Monica. E naturalmente dalla regia mi dicono che abbiamo la video ricetta, pardon, la video-musical-ricetta, con tanto di traduzione espressa degli ingredienti:
persemolo: prezzemolo
sigole: cipolle
balotole: palline
fregole: briciole
cichera: tazza.
I canderli trentitini si accompagnano con capussi (cappuccio), luganega (salsiccia), smacafam che corrisponde ad una torta, Macafame, anch’essa preparata con il pane e poi l’immancabile vino santo, il Marzemino, in quanto anche i Trentini, come i Veneti ed i Friulani, sono un popolo enologicamente all’avanguardia.


La madre di tutti gli ingredienti per la preparazione dei canederli è il pane che, un po’ come il prezzemolo, non ama stare da solo e lo si trova accompagnato con companatici di diversa natura.

Ecco un po’ di suggerimenti per la playlist di questa sfida

Pane e frittata – Rocco Papaleo

Pane e rap -  Rocco Hunt

Pane e castagne – Francesco De Gregori

Pane e merda - Gel feat Metal Carter, Cole, Noyz Narcos

Pane e veleno – Totò (Miseria e Nobiltà)

Ma come si prepara il pane? Seguono altri suggerimenti:

Acqua e sale – Mina e Celentano

La guerra di Piero – Fabrizio de Andrè

Vorrei chiudere con un omaggio ad un Artista che amo molto anzi molto più di molto che ci ha lasciato qualche giorno fa. Un cuore ballerino, come molti di noi, ed ogni giorno un progetto nuovo e forse è proprio questo fuoco che brucia dentro che rende persone appassionate persone speciali.
Io l’ascolto molto spesso, quasi ogni giorno e con le sue note sono nati molti dei personaggi che poi cucinano le ricette per la sfida più viva del web.

Questa è per quando ci si sfiderà sul caffè..
Pino Daniele - 'Na Tazzulella 'e Cafè (Terra Mia)

…questa per le donne che prendono forma sulla carta e poi vivono di vita propria…

Femmena – Pino Daniela

…e questa è per voi. Tutti sul cubo!
Pino Daniele - Yes i know my way

Buon ascolto e buona sfida!
Amp

La #playlist di Natale: per servire gli auguri in un piatto diverso dal solito


Questo mese l'MtChallenge si è preso il meritato riposo visto che ognuno di noi, durante il periodo natalizio, è comunque in sfida con sé stesso e con le proposte elaborate per deliziare parenti ed amici. E proprio per questo, tra le mille incombenze, il tempo da dedicare alla selezione musicale si riduce al lumicino.
Niente paura: ecco appena sfornata una playlist molto appetitosa ;)

Cominciamo dai fondamentali: la lettera a Babbo Natale.
Ragazze, ne avete le scatole piene di cacavelle non riciclabili, pigiami felpati e ciabatte pelose, vero? Ecco, quindi ascoltate le sagge, molto sagge, direi sante indicazioni di Eartha Kitt.
Eartha Kitt - Santa Baby (1953)

Bene, ora bisogna creare l’atmosfera natalizia. Così facevano quelle che sono nate prima degli anni ’80.
Wham! - Last Christmas

Così invece quelle che sono nate prima degli anni ’80 e che si sentivano più buone delle altre.
Do they Know it's Christmas ~ Band Aid 1984

Certo che il tempo trascorre così velocemente…trent’anni dopo è ancora Natale, anzi, miracoli di Natale.
Train - Shake up Christmas

Ok, basta con tutta questa dolcezza che si alza la glicemia. E’ ora di spolverare qualche vinile…
Slade - Merry Christmas Everybody (1978)

..il chiodo..
The Ramones - Merry Christmas (I Don't Want To Fight Tonight)

..e anche qualche pantalone a zampa d’elefante.
The Darkness - Christmas Time (Don't Let The Bells End)

Bene, l’atmosfera è calda. L’accendiamo anche qualche luce?
Coldplay - Christmas Lights

E magari distribuiamo qualche antiacido..
Mina - E' Natale

Questo invece è il mio augurio, una dolcissima canzone tratta dal film che più mi ha emozionato quest’anno, “Monuments Men”.
"Merry Little Christmas"

E per tutti sul cubo?
Beh, con 7’ di Chris Barratt e la sua 'Philharmonique' mezza fetta di panettone sarà come averla solo pensata ;)

Buon Natale! E ricordatevi che ad essere buoni c’è più gusto ;)

"Il cuore ha più stanze di un casino" e il muffin di aringa sciocca con liquirizia e cedro candito per l'Mtchallenge 43


"sialodàtogesucrìsto".
Maria si sorrise allo specchio. Un sorriso beffardo, comunque educato, stemperato dalle ombre grigie che si stavano mangiano i lati della superficie riflettente, come se volessero sostituire la cornice di legno sulla quale erano incastrate le poche foto che raccontavano la sua vita.
"sialodàtogesucrìsto"
Il saluto, ripetuto, entrò dalla porta della sua stanza, assieme ad un fruscio di stoffe pesanti e profumate. Non poteva essere il pastore, giunto fra le pecorelle smarrite, direttamente nel luogo dove queste amavano peccare. A lui piacevano le anime perdute dai capelli biondi e dalle unghie laccate di rosso e lo sguardo si pose nuovamente sulla sua immagine. Si, decisamente, di biondo non aveva proprio nulla. Altro sorriso ed un colpo di tosse. Caspita! Si stava dimenticando delle stoffe pesante e profumate!
Si voltò, raccogliendo i capelli con le mani, un po' civetta mentre inclinava la testa per offrire un sorriso ed inquadrare il cliente che, ancora in piedi, non si era mosso dall'uscio.


Un ragazzo giovane, con la chioma ribelle messa a bada dalla brillantina, tormentava la falda del cappello con mani candide e nervose.
Maria si alzò e il cliente si irrigidì ancora di più dentro al suo cappotto spinato di ottima fattura. Sapeva di colonia e gli abiti che indossava avevano portato nella sua stanza un profumo di pavimenti di legno lucidati a mano e di servizi da tè in argento.
"Li' ti puoi spogliare" gli disse Maria indicando un paravento di ispirazione vagamente orientale, "e c'è anche il lavandino, il bidè e il sapone. Gli asciugamani sono puliti. E anche le lenzuola" aggiunse, come a voler rassicurare il ragazzo. "Sai Tesoro, la pulizia è una forma di virtù" concluse con un tono di voce che voleva accorciare le distanze.
Il ragazzo annuì ma non si spostò di un millimetro. Una specie di statua di sale che sapeva di colonia.
"Volevo dirti che il tempo passa" riprese Maria, come a voler puntare sull'aspetto economico del loro tacito accordo "e questo non è il posto più adatto per stare in piedi e vestito", anche se, da uno sguardo più attento dello strano cliente, l'aspetto economico non doveva essere per lui un problema.
"Come ti chiami?" chiese Maria. 
"Arturo", rispose il ragazzo con un filo di voce, mettendosi quasi sull'attenti ed aggiustandosi con la punta delle dita di quelle mani così delicate gli occhiali tondi che rendevano ancora più interessante un volto decisamente bello.
"Hai idea di che cosa dovremo fare?" provocò Maria
"Ecco...vagamente....." continuò con un filo di voce Arturo. "Signora, qual'è il suo nome?"
Signora?! Da quanto tempo non veniva chiamata "Signora"! Improvvisamente si sentì ancora più vecchia dei suoi 27 anni.
"Mi chiamo Maria, Arturo. Piacere." Allungò la mano, in un gesto improvviso e ne ricevette una stretta decisa e delicata. Arturo alzò lo sguardo e la ritirò. "Vuoi toglierti il cappotto? Sai, potrebbe aiutarti non avere tutti quei vestiti addosso."


Arturo abbassò lo sguardo e silenziose lacrime iniziarono a rigargli le guance perfettamente sbarbate, congiungendosi tutte sull'angolo in cui la mascella si faceva squadrata e volitiva.
"Io sono qui perché l'ha voluto mio Padre, Maria" confessò Arturo. "Dice che alla mia età bisognerebbe aver già iniziato a frequentare "Ca de Oro", perché finita l'università è già ora di pensare al matrimonio e con le donne bisogna saperci fare." disse Arturo, una parola dietro l'altra, senza fermarsi a prendere fiato.
Maria capì al volo. "E cos'è che non ti piace di tutte queste cose che mi hai detto? Sposarti o essere qui? Forse l'università?".
Arturo si sentì come scoperto. In pochi secondi la donna sconosciuta che l'aveva accolto in vestaglia e sottoveste aveva compreso ogni cosa. Aveva ragione: della sua vita non gli piaceva nulla. Non gli piaceva la facoltà di Legge, che l'avrebbe portato a divenire notaio, come suo padre e suo nonno. Non gli piaceva l'idea di sposarsi con Irene, la figlia del socio di suo padre, con il quale era cresciuto e che considerava vacua ed insulsa. Non gli piaceva essere in quella casa, la più rinomata di Treviso, con gli uomini che aspettavano il loro turno nei salottini e sui divani in velluto rosso, con i giovani piantoni che all'ingresso proteggevano la reputazione dei clienti e con il parroco che benediceva tutti a testa bassa. 
Ma soprattutto non gli piacevano le donne.
Mentre questi pensieri gli si palesavano in tutta la loro evidenza e ferocia, un fazzoletto che sapeva di buono e di bucato gli asciugò le lacrime. Gli sembrò un gesto di profonda intimità. Si tolse gli occhiali e guardò Maria, sorridendo appena, per ringraziarla. Ed incontrò due occhi che sorridevano divertiti.


"Se vuoi apro le finestre", gli proposte la donna. Non era una cosa che si faceva visto che i casini erano luoghi dove si conservavano i segreti che tutto il paese sapeva ma, improvvisamente, aveva bisogno di aria e di luce. E ne aveva bisogno anche Arturo. 
La luce di un marzo insolitamente mite inondò la camera, il letto in ferro battuto, le candide lenzuola di lino, il severo armadio di noce nazionale e il paravento, dal quale faceva capolino una calza ancora agganciata al reggicalze di seta nera.
"Beh, che vogliamo fare?" fece Maria sedendosi sul letto, accennando a due salti, come una bimba in attesa di uscire a giocare. "Qualcosa a tuo padre dovrai pur raccontare" rifletté "e se non gli dirai le cose che vorrà sentire sono altri gli argomenti che dovrai affrontare. Lascia fare a me, del resto sono diplomata maestra e qualcosa ti insegnerò. Ora vai dietro al paravento e restaci!"
Arturò obbedì mentre Maria suonava il campanello.
Entrò una ragazzina con lo sguardo basso, le lentiggini ed i capelli rossi raccolti in due grosse trecce.

"Il Signorino è venuto accompagnato dal padre che dovrebbe essere in uno dei salottini: riferiscigli che ha deciso di rimanere con me l'intero pomeriggio e poi vai a dirlo anche alla Signora, che si regoli con la marchetta da pagare."
La ragazzina volò fuori dalla stanza, eccitata da quella strana novità, a riferire quanto le era stato ordinato. E Maria contava sull'effetto che la notizia avrebbe avuto sul padre di Arturo: "il suo pargolo che decideva di restare con la puttana per tutto il giorno! Appena entrato e già uomo fatto! Tutto suo padre non c'è che dire! Ava, portaci una bottiglia di quello buono! Qui c'è da festeggiare!"
Maria sorrise alla donna che lo specchio stava riflettendo. "Forza" le disse "qui c'è da far uscire una farfalla dal suo bozzolo".
Si avvicinò al paravento e silenziosamente attirò a sè Arturo. Gli tolse gli abiti, con lentezza, mentre dalla finestra la luce del pomeriggio inoltrato dorava la carta da parati ed i quadri di pittori sconosciuti.
Lo fece stendere sul letto e delicatamente lo accarezzò, ogni singola parte del suo corpo. Sotto i tocchi delle sue dita la pelle candida, appena velata da una peluria scura, si tendeva in brividi, un misto di paura e piacere, di imbarazzo e desiderio che lo avvolse e lo rasserenò. Chiuse gli occhi e si lasciò andare.
"Fatti sempre toccare così" gli sussurrò Maria "con amore e rispetto. E non smettere di essere curioso e giocoso con l'uomo che ami."
Arturo si alzò, all'improvviso, e si sentì molto più nudo di quanto non lo fosse nella realtà.  
"E sarebbe bello me lo facessi conoscere, un giorno, in un'altra città, quando mi sposteranno da qui. Ma fino ad allora sarai tu a dover imparare a conoscerti, a scoprirti, ad amarti."
Sotto la regia della donna il pomeriggio divenne sera. Arturo si sciolse raccontando dell'uomo che amava in segreto, della fatica di vivere un sentimento che ai più faceva ribrezzo, del desiderio di condividere sospiri e progetti, lontano da tutto e da tutti.
"Accadrà." gli disse Maria congedandolo, "Le porte non sono fatte per essere chiuse. Accogli l'amore e il dolore ed abbandona le tue paure nel guardaroba della vita, come un vecchio cappotto consunto. Sai una cosa? Il cuore ha più stanze di un casino."


L'ispirazione  è un libro che mi fu regalato dai ragazzi dello Sherwood Festival, quando in un mese cucinammo per Don Gallo ed i Baustelle, per i Gogol Bordello e Stefano Bollani, in un mix incredibile di saperi e sapori, "La cucina impudica. Le ricette segrete di una donna di mondo rivelate a chi intenda diventarlo" edito dalla casa editrice Derive-Approdi. E poi io ci ho messo il resto.
Gli ingredienti di questo muffin, preparato per la sfida 43 dell'Mtchallenge lanciata da Francesca, invece sono una miscela di nuovo e di antico, di oriente ed occidente: un mix curioso e tollerante. Come dovrebbe essere la vita. Come dovrebbe essere la cucina.
Ah, e Ca' de Oro e Maria Orbeta (in quanto leggermente strabica), in quel di Treviso, sono davvero esistite ;)

Muffin di aringa sciocca con liquirizia e cedro candito

Ingredienti
150 g di Petra 5
150 g di farina di tipo 2
1 cucchiaino di sale fino
1 cucchiaino di pepe nero di Sarawak
10 g di polvere di liquirizia
10 g ras el hanout
8 g di lievito in polvere per salati
4 g di bicarbonato di ammonio
200 g di aringa sciocca
2 cucchiai di capperi dissalati
2 cucchiai di cedro candito
200 g di kefir
80 g di burro
2 uova bio

Per la salsa di accompagnamento: yogurt bianco, senape di digione, aneto, fior di cappero.

Procedimento
Accendere il forno a 200° e disporre i pirottini dentro degli stampini in porcellana.
Frullare l'aringa, tagliare in piccola dadolata il cedro, sciogliere il burro.
In una ciotola unire le farine setacciate con il lievito, il bicarbonato di ammonio, le spezie.
In una ciotola sbattere le uova, unire il kefir e il burro, la polpa di aringa, i capperi ed il cedro, regolare di sale.
Versare il composto liquido nella ciotola delle polveri, mescolare pochissimo, dividere il composto con un porzionatore per gelati, riempendo i pirottini per i 2/3 e cucinare nel forno già caldo, abbassando a 190° per 20-25' circa.
Sfornare, sformare e servire con la salsa preparata mescolando secondo il proprio gusto yogurt bianco con senape di Digione, qualche rametto di aneto tritato e qualche fior di cappero a decorazione.