Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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G di grano (e cereali) ed i dolci poveri della tradizione per Geo&Geo: "Riso col late" e "Cuccìa"


Perché il grano nella nostra storia. 

I cereali hanno rappresentato e rappresentano, da alcune migliaia d’anni, la base dell’alimentazione umana. 
Perché, oggi, è in corso,  una diffusa campagna denigratoria nei confronti del consumo dei cereali, a volte irrazionale e allarmistica, come sempre accade.  È andata anche così. Secondo l’European  Food Information Council  (EUFIC) “In epoca preindustriale, i cereali venivano generalmente consumati interi, ma gli avanzamenti nei processi di molitura e lavorazione consentirono la separazione e la rimozione su larga scala della crusca e del germe e la produzione di farine raffinate ottenute principalmente dall'endosperma, ricco di amido. Le farine raffinate divennero popolari perché i prodotti da forno che le contengono hanno una consistenza più soffice e durano più a lungo. La crusca e il germe, tuttavia, contengono sostanze nutritive importanti, che vanno perdute con la raffinazione.
 Oggi, è sempre più diffusa la consapevolezza che i cibi preparati con cereali integrali possono contribuire significativamente a migliorare il nostro stato di salute e il nostro benessere e che il chicco “completo” offre vantaggi dal punto di vista nutrizionale. Le ricerche dimostrano che il consumo regolare di cereali integrali nell'ambito di una dieta bilanciata può ridurre il rischio di insorgenza di disturbi cardiaci, di taluni tipi di cancro e del diabete di tipo 2, oltre a contribuire alla gestione del peso corporeo”

Basterebbero le raccomandazioni per  un uso sempre più esteso dei cereali integrali nella prevenzione dei disturbi cardiaci, dei tumori, del diabete e a sostegno della salute gastrointestinale... per limitare i danni alla disinformazione. 

Poche cariossidi di storia … da molto lontano…
Certamente di questi disturbi non soffrivano i nostri antenati …visto che l’integrale era una necessità legata ai limiti tecnologici della macinazione. Nella nostra primitiva, alfabetizzante formazione storica un’età ce la ricordiamo, assieme a poche altre : il Neolitico e la “nascita dell’agricoltura. Nel lungo e faticoso processo di evoluzione dell'umanità l'addomesticazione di piante e animali è stata  una delle tappe fondamentali di quella che viene, semplificando, chiamata "rivoluzione" agraria. E tra le piante in primis i cereali, non il baobab, per tante ragioni che Diamond ha bene raccontato in Armi acciaio e malattie. Attraverso la macina e la cottura le particelle di amido si riducono di dimensione, si amalgamano meglio con l’acqua, di ventano subito digeribili. La cottura aumenta del 70% la capacità digestiva e quindi innalza il contenuto di glucosio nel sangue  e di energia pronto uso, che se non consumata in sforzi fisici aumenta il tassi di glicemia che stimola la secrezione di insulina, provoca un senso di sazietà che inibisce l’assunzione di grandi quantità di cibo . Proprio a mo’ di Bignami. 
Poi su come è andata dal punto di vista botanico è una sorta di telenovela : la famiglia è quella dei Triticum, , frutto della scissione della grande famiglia delle Poacee,  le graminacee,  il luogo della soap opera la Mezzaluna Fertile. Due i cugini uno tranquillo e “bravo ragazzo”, il  triticume boeoticum che si lascia domesticare e  si incrocia con i suoi simili e  da cui discende  il Triticum monococcum,  o farro monococco, proprio il grano antico. L’altro cugino il Trticum urartu , più indisciplinato, che non ci sta a farsi addomesticare, anzi si accoppia con l’Aegilops speltoides : è un matrimonio da cui nascono dei mostri, dal punto di vista genetico: il  Triticum dicoccum … e a seguire tutti i discendenti, il Triticume durum,  il  Triticum aestivum …una vicenda da leggere d’un fiato.

Vicende note …meno  noto è forse il fatto che buona parte dell'Italia settentrionale partecipa al processo di precoce neolitizzazione: nei siti di Lugo di Grezzana, a Verona, di Sammardenchia, Udine, Mezzocorona-Borgonuovo, Fiavè in Trentino di Isorella, Brescia, sono state trovate cariossidi di Triticum monococcum, Triticum dicoccum ed aestivum, risalenti al 7.000 a.c. E i dati continuano ad essere aggiornati grazie anche agli sviluppi della paleobotanica. 
Le ragioni del successo sono diverse: la produttività un ciclo vitale breve, la facilità di coltivazione e di conservazione, la ricchezza energetica e nutritiva, la malleabilità, cioè la possibilità di derivare da essi cibi e bevande di molteplice fattura: pane, polente, dolci, birre, liquori, con annesso sviluppo di tecnologie e tecniche di macina, di cottura, di distillazione. Insomma tutti motivi atti a caratterizzarle come "piante di civiltà", perché proprio intorno ad esse si sono sviluppate grandi civiltà del passato e del presente, facendo dipendere dalla produzione e dal consumo di queste piante le principali scelte economiche, sociali e culturali. Insomma così è andata allora, alcune migliaia di anni fa; sono storie note. E ancor oggi il 60% del nostro fabbisogno energetico  è coperto per il 50% dai cereali. 
Poi, semplificando, anzi bignamando, arriva la profonda e lunga crisi che porta al dissolvimento di un impero, quello romano che della coltivazione dei cereali ne aveva fatto una religione, alle profonde trasformazioni economiche e sociali, al mutamento profondo del paesaggio agrario e dei modelli alimentari. Lo dice bene Massimo Montanari: " ... Da un punto di vista quantitativo, i cereali perdono nell'Alto Medioevo quella centralità produttiva e alimentare di cui avevano indubbiamente goduto in età romana; [...] sul piano della qualità si assiste nell'Alto Medioevo ad un crollo clamoroso della produzione di frumento, surclassato, nella nuova economia di sussistenza che in gran parte era venuta sostituendosi alla classica economia di mercato, da una molteplicità di grani inferiori - di semina autunnale, come la segale, l’orzo,  la spelta, o primaverile, come il miglio, il panico, il sorgo - di minori esigenze colturali e di maggiore rendimento unitario". Ancora nel periodo comunale, la netta ripresa della coltivazione del frumento, è limitata e circoscritta a determinate fasce urbane
Bisognerà attendere la ripresa fra XI e XIII secolo per assistere alla rinnovata espansione della cerealicoltura; infatti in concomitanza con il crescere della popolazione e della domanda urbana, la coltivazione del frumento e dei cereali minori torna ad essere il settore produttivo dominante all'interno di meccanismi di mercato controllati dai centri urbani. La stessa cultura monastica promuoverà quello che poi sarà il sogno per generazioni di contadini: poter consumare del pane bianco, il pan buffetto delle fonti. Cultura che poi trova sostegno nell’elaborazione teorica delle scuole mediche e dei vari Theatrum sanitatis  che circoleranno tra le classi urbane e culturalmente emancipate. ( Si vedano le preziose tavole qui pubblicate). Il pane bianco diventa marcatore sociale! 
Scrive Alfio Cortonesi "Le vicende della cerealicoltura italiana nella fase centrale e tarda del Medioevo sono caratterizzate dalla progressiva e netta affermazione del frumento, che conquista una quota sempre più ampia dei seminativi a discapito delle altre produzioni. Tale processo è da collegare con l'acquisizione da parte del pane di una centralità nuova tanto nell'alimentazione dei ceti privilegiati quanto in quella dei ceti meno abbienti.” 


Dell’antico orzo resteranno solo ricordi:  Michele Savonarola medico padovano alla corte estense  nel suo Libreto de tutte le cosse che se manzano (1450-1452) scrive,  rispetto all’orzo,  che anticamente , quando la natura umana era più forte, veniva molto usato, ma ora che gli stomaci sono più delicati il suo consumo è declinato. 

E dopo…venne la battaglia del grano
Nel corso del Settecento, soprattutto ad opera delle Accademie Agrarie, si discute di biade, di frumento di malattie, di nuovi sistemi di aratura e di semina e compaiono le prime macchine, le prime mietitrici e  trebbiatrici e si discute soprattutto sulla libertà del commercio dei grani, togliendolo dal secolare “sequestro” operato dagli Stati. 
Mercato che sarà “aperto”, e per l’Italia unita sarà scioccante, a  partire dalla seconda metà dell’Ottocento, anni in cui la scienza agronomica inizia a sviluppare le prime tecniche di ibridazione e selezione delle varietà. 
La traumatica esperienza della grande guerra, con un esercito di cinque milioni di soldati al fronte nell’arco dei tre anni, da nutrire e ai quali verranno distribuite più di un miliardo di razioni di pane, metterà a nudo le deficienza produttive dell’Italia agricola. A guerra finita, a regime fondato, Benito Mussolini annuncia, il 20 giugno 1925, l’avvio della “Battaglia del grano” per la “redenzione e economica” della nazione. Poco importa poi se il bilancio sarà quello che sarà. Giuseppe Zattini, capo dell’ufficio di statistica agraria, lo aveva scritto nel 1920: “L’Italia non era la terra promessa per tale coltivazione, e in ogni modo vi sono plaghe poco adatte per la cerealicoltura e plaghe troppo soggette alla siccità e ai caldi precoci”. E così andò…si raggiunsero gli 80 milioni di t…ma durò poco.  Venne  messo in piedi un apparato propagandistico   di primordine: feste, sfilate, pubblicazioni, concorsi a premi. Ma ai fini del nostro interesse, e questa fu un’eredità di lunga durata, vennero messe in piedi le Stazioni Sperimentali di Granicoltura : una per tutte, quella siciliana con sede definitiva in Catania. In queste stazioni proseguono le loro attività fior di genetisti: Nazareno Strampelli, Francesco Todaro, Ugo De Cillis, Emanuele De Cillis, per citare i più noti, che, a battaglia iniziata, pubblica, nel 1927,  un’importante prima sintesi , I grani d’ Italia. E così andò…si raggiunsero gli 80 milioni di t…ma durò poco.  
Si lavorava su più fronti per aumentare la produttività soprattutto sull’allettabilità, sulla resistenza alle malattie che si doveva combinare anche con la produzione di paglia.  A fare un elenco si rischia di perdere per strada qualche seme. E i nomi delle varietà costituite la dicono lunga sullo spirito patriottico che animava la scienza “schierata”: il Senatore Cappelli, Ardito, Villa Glori, Damiano Chiesa, S. Pastore, Aquila ed Impeto, Mentana, Roma, Tevere, Velino, Terminillo, Autonomia, Abbondanza, Freccia, Generoso, Titano. 
Poi è arrivata la stagione del Creso, del Manitoba, della produzione per l’industria della pasta e dei biscotti. Il “miracolo economico” ha spinto in consumi; i dati Istat testimoniano il balzo dei consumi di prodotti legati all’industria dolciaria: Maria Rosa e Miguel  e i biscotti, anche il panettone,  scalzano la “torta della nonna”…e la nonna ringrazia.

E adesso?
Adesso è stagione complessa. Complici tante faccende, compreso il brand del “gluten free”, si è aperta la stagione del recupero dei grani antichi …esistono delle bande di spacciatori sani di semi. In pool position il farro monococco, l’erede del bravo ragazzo, il Triticum Boeticum, poi il Senatore Cappelli e poi i grani siciliani, in particolare il Timilia, il Russello il  Maiorca. Magari conoscere come sono andate e come stanno le faccende può servire anche agli spasimanti del Kamut © e poter dire con deliberata coscienza e pieno avvertimento “pane al pane”


Ma cosa cucinare dopo l'intervento di Danilo Gasparini? 
La puntata è andata in onda il 10 dicembre, data vicina al Natale, ma ancora di più a Santa Lucia, l'amatissima santa e martire, la cui morte a causa di Diocleziano, avvenuta attorno al III secolo dopo Cristo, fu preceduta da giorni di tortura per mano del crudele prefetto Pascasio. Il nome che le fu dato dai genitori cristiani, Lucia appunto, stava già ad indicare la luce e quella della sua fede indefessa ha illuminato le vite di molti. Il culto della santa siciliana è molto sentito sia a Siracusa che a Palermo, con diversi momenti durante l'anno in cui i fedeli danno vita a processioni e festeggiamenti ai quali, almeno una volta nella vita bisognerebbe partecipare. 

In onore di Lucia, quindi, ho cucinato la Cuccìa, un dolce di grano ammollato per due giorni e lessato a lungo e successivamente lavorato con ricotta di pecora, zuccata (canditi di zucca) cannella e cioccolato. Servito con una ciliegia candita è un dolce preparato dalle donne per le donne e non c'è casa che non abbia la propria ricetta speciale.

Un altro dolce "povero", più laico, è sicuramente "Riso col late", un dessert popolare nel Veneto, molto amato dai bimbi ma consigliato anche dal Maffioli per gli uomini adulti: veniva infatti considerato corroborante e soprattutto "tonico".

A Venezia il latte veniva portato in barca dalle donne che risiedevano in “terraferma”, nelle campagne di Campalto, dove c’erano le fattorie che fornivano il mercato di Rialto di tutto il fresco che gli orti di Sant'Erasmo non riuscivano a produrre. 
Finita la consegna le donne si riposavano prima di prendere le barche e rientrare in terraferma e, alcune locande, erano attrezzate per accogliere e ristorare queste lavoratrici: a Venezia c’è ancora un’osteria, Antica Adelaide, che conserva una di queste stanze, definite appunto “le stanze del latte”.
Ma questa è un'altra storia e la racconteremo alla lettera L, di latte (o alla F di formaggio).


“Riso col late”

Ingredienti (per 4 persone)
2 litri di latte intero
350 g di riso fino o superfino
2 cucchiai di uva passa ammorbidita in acqua tiepida
2 cucchiai di pinoli tostati
un po’ di zucchero, a gusto, ma non ne serve troppo
cannella in polvere

Procedimento
Portare ad ebollizione il latte ed al primo bollore unire il riso e lo zucchero e lasciar cuocere per circa 20’ a fuoco dolcissimo  che non si attacchi e lontano dal fuoco profumare con la cannella in polvere.

Mescolare 1 cucchiaio di uva passa e 1 di pinoli e servire in ciotole individuali distribuendo come decorazione il resto dell’uvetta e dei pinoli, ingredienti che si potevano permettere solo i “signori” e che tradiscono i commerci della Serenissima con l’Oriente.


Tartare di Ananas e uvetta: la C di crudo e di Coltello per Geo e Geo


E' iniziato qualche giorno fa, il 15 ottobre scorso, un nuovo percorso di storia dell’alimentazione, una sorta di viaggio curioso che inizierà dal lontano Paleolitico a oggi per scoprire, magari, che veramente oggi siamo quello che abbiamo mangiato e che non sempre, come diceva Feurbach, l’uomo è ciò che mangia  ma spesso l’uomo mangia ciò che è, come ha affermato il Prof. Gasparini, autorevole compagno di viaggio.

Diverse saranno le tappe del viaggio, una volta al mese fino al 20 maggio 2016, contraddistinte da una lettera dell'alfabeto che verrà analizzata sia da un punto di vista dell'antropologia gastronomica che da quello culinario: tutto questo in diretta, durante la trasmissione "Geo e Geo", Rai 3, giovedì, dalle 17.15. Il prossimo appuntamento è previsto per il 12 novembre mentre qui troverete il link del podcast della prima trasmissione.

Abbiamo iniziato con la "C di Crudo e di Coltello, ma anche di conservare" e il prossimo appuntamento vedrà come protagonista la "F di Fuoco".

Ecco quanto è stato detto lo scorso 15 ottobre e di seguito una delle tre ricette che ho cucinato davanti alle telecamere che contenevano sia la C di crudo che di Coltello: grande spazio quindi alle tartare e alla marinatura.

Buona lettura e buon appetito.

Nei confronti del Paleolitico (termine introdotto da J. Lubbock nel 1865) e che comprende un periodo vasto che va grosso modo dai 2,5 milioni di anni fa fino al 10.000 a.C.,  si è consolidato nel tempo quello che gli archeologi hanno definito “il pregiudizio neolitico”, ossia le denigrazione da parte dei neolitici del sistema alimentare paleolitico, della serie mangiavano molto male e peggio. 
In realtà potremmo quasi parlare di “opulenza materiale” anche se ossessionati dalla continua ricerca di cibo e fino alla “scoperta” del fuoco. 
In realtà cacciatori e raccoglitori lavoravano meno di noi  e la ricerca di cibo, invece che una continua fatica, era saltuaria e il tempo libero e il sonno  a disposizione erano abbondanti. 
Un uomo della caccia e della raccolta manteneva quattro-cinque persone , con gruppi di persone in continua mobilità. 
Una dieta fatta di carne, spesso di carogne di animali, residuo dei pasti dia latri grandi carnivori, accompagnata e completata da bacche, frutta e quanto di commestibile il regno vegetale, foresta e savana, potevano offrire. 

Questo il primo dato certo. 

Quanto alla carne veniva mangiata cruda, fino all’avvento del fuoco, determinando anche tutta la fisiologia  e la morfologia sia dell’apparato mandibolare – si pensi all’atto di strappare la carne-  che del sistema digestivo, nonché l’abbondante copertura di peluria del corpo per ripararsi dal freddo. Tempi di masticazione, di digestione erano certamente più lunghi rispetto ad oggi, e spesso la carne non era esente da parassiti e quanto altro. 
Mangiare crudo è tronato di moda…con tutti i dubbi e le perplessità del caso. 
Ma la nostra storia passa attraverso un lungo processo di acculturazione che ha nel cibo - nel modo di procurarlo, trasformarlo e mangiarlo- dei passaggi che via via ci distinguono dagli animali. 

Uno dei momenti di acculturazione, non solo materiale, sta nella creazione di alcuni utensili: si pensi alla selce, alla pietra scheggiata e al suo molteplice uso. 
Smembrare un animale, scorticarlo, porzionarlo,  richiedeva l’uso di selci affilate e immanicate. Da questo immanicamento trae origine il coltello. 
Potremmo proprio dire che in principio era il coltello: avere in mano una lama significava poter sfilettare, sminuzzare, sbucciare, cambiare in mille modi la forma e le dimensioni di ciò che la natura metteva a disposizione, ma soprattutto selezionare e organizzare la materia in funzione del suo consumo concreto.

Ma la faccenda è più sottile, culturalmente. Gli animali e i vegetali non sono più pensati come unità integrali  ma partitive: un pesce  poteva essere spellato, diliscato, sfilettato e suddiviso. È questa la rivoluzione di pensiero che sta a monte dell’adozione di una lama che sta a mone e a valle di tutto il processo: l’animale viene ri-pensato. L’uomo, nel momento in cui si circonda di strumenti non altera solo le sue capacità materiali ma anche il modo in cui percepisce il mondo. La tecnologia è un vero e proprio discorso  e la cucina permette di pensare il mondo in funzione del senso in cui la materia la pensiamo come cibo. 


Per farla breve ogni tradizione culinaria ha il suo “coltello da cuoco” che cambiano in funzione  e in relazione alle preparazioni di volta in volta proprie di quella tradizione. 
Un esempio per tutti. La cucina giapponese ha due tipi di coltelli: lo yanagi, appuntito, con manico sottile e corto, da impugnare ben vicino al polso in modo che la mano possa seguire la lama come se questa fosse  un’estensione del braccio. Il movimento viene impartito dalla spalla e il gioco del polso è ridotto al minimo il tutto per potere affettare sottilmente materie morbide come il pesce crudo. L’altro, il santoku, che significa tre usi per affettare, ridurre a dadini e triturare.  Una lama ampia, squadrata, con una curvatura del filo ridotta, quasi nulla. 

E ad ogni coltello, come il classico coltello da “cuoco” europeo, corrisponde una metallurgia, ma anche suoni diversi : dal tac-tac, proprio dell’azione percussiva del santoku  al zzac-zzac-zzac del coltello europeo che lavora combinando l’affondamento con il movimento orizzontale. 
Potremmo continuare ma il legame profondo tra utensile, uomo e materia prima da trattare è culturale, antropologicamente profonda. Si pensi al bastoncino con cui si affronta il cibo con un rifiuto culturale di tagliare, lacerare, mutilare. 
E non a caso, tra  tutti i mediatori culturali che nei secoli abbiamo posto tra noi e il cibo, il primo sarà il coltello: a seguire cucchiaio e per ultima la forchetta. 
Poi nei secoli i coltelli si piegheranno, in Europa soprattutto, ad usi specifici e particolari, seguendo mode e 
tendenze,- si veda la tavola di Bartolomeo Scappi- lussi nella scelta dei materiali, argento ma anche ceramica, manici desueti, design… e oggi, nelle case, non può mancare  un set di coltelli e un professionista serio, chef , viaggia sempre con il suo set personale, a volte personalizzato. Ma il tutto partì qualche milione di anni fa…con una selce, tagliente quanto basta. 
E fu cucina! 

Tartare di ananas con cornflakes ed uvetta: il dessert che non ti aspetti

Ingredienti (per 4 persone)
1 ananas
4 arance bio
2 banane
4 cucchiai di uvetta sultanina
4 cucchiai di cornflakes
1 lime
2 cucchiai di miele di acacia o millefiori
2 cucchiai di vino passito.

Procedimento
In una ciotola far rinvenire l’uvetta con un po’ di vino passito.
Pelare a vivo 2 arance e ottenere succo dalle rimanenti. Scolare l’uvetta ed unirla al succo ed agli spicchi tagliati a vivo. Lasciar riposare per qualche minuto in frigo.
Mondare e tagliare l’ananas in dadolata di 1x1, sbucciare le banane, togliere con la lama del coltello la parte superficiale e tagliarle ugualmente di dadolata: unire la frutta alla marinata di arancia ed uvetta.
Dividere la frutta in 4 coppette, versare sopra ½ cucchiaio di miele, i corn flakes e decorare con le zeste di lime.