Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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“Vietato Vietare” ovvero tartare di rana pescatrice, crumble di farina di canapa, sorbetto agli agrumi ed i loro mieli per #Mtchallenge54


All’inizio quella scrivania in legno di noce italiano, di una tonalità morbida, mielata, non gli era piaciuta molto. Troppi braccioli di sedie non adatte avevano segnato il bordo di legno sbalzato simulando una greca severa.
Iniziò a seguire con l’indice della mano sinistra, di nascosto, quasi a volerla decifrare, la sequenza di ammaccature e graffi, lasciando che la mente si perdesse. Aveva bisogno di pensare. Anzi no, aveva bisogno di smetterla, di distogliere la mente da un pensiero fisso.

“Ispettore”, lo aveva apostrofato il Vicequestore poche ore prima, scoprendo i denti ingialliti da troppi sigari, da troppo vino, da troppa vita troppo vissuta, “se non mi viene a capo di questa brutta storia dovrò offrire la sua testa, lo capisce, vero? La mia sta troppo bene dove sta.” concluse accomodandosi ancora meglio sulla sedia, quasi a voler sottolineare ulteriormente la differenza di comodità fra la sua posizione e quella del sottoposto che, in piedi, sentiva addosso ancora più massiccio il peso dell’incertezza. “E non mi torni con le sue ipotesi fantasiose su questa brutta storia.”

“La brutta storia” sembrava un film dell’orrore. Scritto bene, non c’è che dire, ma dell’orrore.
Con l’indice continuò a sfiorare tutta la superficie della scrivania, fino al segnaposto che indicava il suo cognome: “Dott. Ezechiele Dileo, Ispettore Capo”. La lettura silenziosa gli rimandò quasi un nome sconosciuto, come se non avesse più certezze, neppure di sé. 
“Lele, noi andiamo a farci una birra. Lascia stare il tuo mostro per una sera!”. La voce di Samuel lo distolse dai suoi pensieri. 
“No, andate voi. Io non ne ho voglia.” rispose senza troppa convinzione.
“E non hai paura che il mostro ti porti via il cuore? Qui, al buio, tutto solo soletto….” Samuel terminò la frase mentre si allontanava dall’ufficio e la sua risata si perse nella penombra del lungo corridoio polveroso.
“A me il mostro non farà nulla.” si disse, quasi profetico “So chi è: si tratta solo di placare la sua rabbia.”
Aprì il corposo fascicolo, frutto di anni di indagini e ricerche inconcludenti. Fece ordine fra i rapporti della polizia scientifica e le foto dei corpi che mani pietose avevano ricomposto, rilesse l’elenco delle ferite e delle mutilazioni, cercò di non sentire il freddo che osservare la morte gli riempiva le ossa e chiuse gli occhi mentre le immagini, che oramai aveva impresse nella mente, scorrevano lente, come un film visto già troppe volte ma del quale ancora non conosceva il finale.

“Lei non mi mangerà il cuore” si disse, quasi profetico, sperando davvero di essere in grado di placarne la rabbia.
Allontanò con un gesto secco il raccoglitore, nel quale erano racchiuse parte della sua vita e delle sue notti, e si alzò dalla sedia facendosi forza con le braccia così che la scrivania si lamentò, scricchiolando, della sua forza e della sua rassegnazione.
Prese l’impermeabile dall’attaccapanni di metallo troppo leggero e privo di due bracci, chiudendo la porta dell’ufficio dietro di sé e spalancando quella degli incubi che tutte le notti lo accompagnavano.

Il suono dei suoi passi era l’unica compagnia che desiderava avere, ma Lele sapeva che non sarebbe stato esaudito. Era solo questione di minuti, attimi.
Eccola. Non amava farsi aspettare. Oramai la conosceva.

Il suo respiro era come un ronzio ma c’era qualcosa di musicale, di ritmico e di magnetico nel suono animale che raccontava la sua femminea presenza.
Si fermò. L’attese.
Sentì un alito caldo sulla nuca ed il fruscio degli abiti sfiorargli le mani, abbandonate lungo il corpo, come a dimostrare arrendevolezza.

“Gliel’hai detto?”. Lele sentì vibrare dentro sé la domanda mentre il calore della nuca si trasformava in brividi gelidi.
“Non posso, lo sai” rispose con un filo di voce, “non mi crederebbe nessuno.”
“Io ti crederei” seguì il ronzio.
“Ma tu non sei gli altri!” si ribellò il giovane ispettore, “Non puoi chiedermi….”.
“Io non sto chiedendo nulla Ezechiele, ti sto semplicemente ordinando di essere il nostro portavoce, di consegnare ai tuoi simili un messaggio, di fare in modo che si possano ravvedere. Il tempo stringe, oramai.” concluse il ronzio.
“Io non posso salvare il mondo!!” ribatté il giovane uomo, sempre più prostrato dalla sensazione di impotenza.
“Tutto il mondo no” gli fece eco la presenza. “Non sarebbe possibile e molto è andato perduto. Ma è una cosa che ti ho già confidato tempo fa: si tratta di partire dal tuo di mondo e il resto verrà da sé. Contrariamente, tutto continuerà come sempre.” concluse. “I tuoi simili continueranno a morire, tra indicibili sofferenze, le stesse che procurano quotidianamente al resto del Creato inconsapevoli, nella loro superbia e nella loro stupidità, che ad ogni loro gesto ne consegue un altro. So che non devo ricordati la Teoria del Caos e fino a quando nessuno avrà il coraggio di rompere questa catena omertosa io dovrò continuare a rendere palese le conseguenze del vostro scempio.”
Il ronzio si fece ancora più vicino.
“L’infinitamente piccolo può diventare infinitamente grande. Sarai tu il responsabile di questo effetto valanga. Fino a quando non ti deciderai.”
Lele rimase immobile
Le mani si chiusero a pugno. La rassegnazione divenne rabbia e poi impotenza. La paura di esporsi faceva venir meno la scala dei suoi valori e la forza della sua scelta.
Abbassò il capo.
“Tornerò, non temere. E non mi fermerò.” lo salutò l’Ape Regina.

Si allontanò da Lele e se ne andò, ripercorrendo le lunghe distanze memorizzate fin dalla notte dei tempi.
Le luci divennero meno intense e man mano che la città veniva lasciata alle spalle la Regina si sentì avvolta da una profumata foschia che da li a poche ore si sarebbe trasformata in croccante rugiada.
Nascosto dalle folte fronde di un Albero del Paradiso il suo alveare non temeva incursioni e razzie. Entrò e fu subito accolta dalle sue Operaie.
“Regina!” fece una delle più giovani, quella che era nata con una zampa meno vigorosa delle altre “Eravamo preoccupate! Eri fuori da così tanto tempo…”
“Sapete che so dosare il rischio” rispose non nascondendo un certo compiacimento. Era bello raccogliere il frutto del proprio lavoro, intenso, infaticabile. Le sue Operaie erano brave lavoratrici ma soprattutto brave api.
“Ti lasciamo sola, Regina, così potrai recuperare le forze” disse la piccola Ape, porgendole un po’ di pappa reale. Una delle zampe anteriori si sporcò appena del nettare prezioso ma non osò assaggiarlo, temendo l’ira della sua Regina, nel contravvenire alle regole.
La Regina la guardò e inclinò la testa, offrendole il cibo che le era stato portato. La piccola Ape non capì ed indietreggiò a fatica, temendo di aver sbagliato in qualcosa.
“Mangia, forza, abbiamo un programma da portare avanti. Non penserai davvero che continuerò a fare tutto da sola! L’alveare ha bisogno di una nuova Regina.”
La piccola Ape era frastornata, non capiva. Ma come? Lei?! Con quel difetto? Come avrebbe potuto essere guida di un intero alveare?
“Smettila di pensare ed agisci seguendo il tuo cuore! - l’incitò la Regina. Nessun cibo speciale ti renderà più forte di quanto potrà la tua determinazione. Non lasciare che sia il caso a decidere per te. E vola sulle ali del Caos.”


Non poteva che essere l’Ape la protagonista del racconto della ricetta per l’Mtchallenge 54, la sfida lanciata da Eleonora e Michael, che aveva come protagonista il miele.
In un mondo popolato di tribù che si perdono in inutili sciocchezze e che sprecano le proprie forze sbranandosi nel web, in quanto prive dei benché minimi attributi per affrontare l’ipotetico nemico di persona, credo che ripassare la Teoria del Caos sia alquanto saggio (o perlomeno riguardarsi la trilogia di Ritorno al Futuro) e mai come questo inverno/non-inverno, con le “primizie” già sui banchi del mercato e gli alberi da frutto in fiore, dovrebbe indurci a fermarci e prendere atto che il battito di ali della farfalla sta incombendo su di noi, e sulla nostra avventatezza, come un’apocalisse. Così da concentrarci, noi che amiamo così tanto parlar di cibo, sulle cose serie ad esso relative.
"Vietato vietare", quindi, per ricordare le illusioni giovanili del secolo scorso e smantellare le barriere mentali che sempre più spesso erigiamo ad evocare chissà quale protezione.

In questa ricetta i diversi mieli che serbano sorprese inimmaginabili diventano strumento ed ingrediente, raccontando il mare, la terra e il cielo, come fa un’ape quando rientra al suo alveare, ubriaca di polline e di vita.


“Vietato Vietare” ovvero rana pescatrice, sorbetto e crumble con i loro mieli

Ingredienti per la Tartare di rana pescatrice (Mare)
600 g di rana pescatrice al netto della pelle e della lisca centrale
30 g di miele di Barena, laguna Venezia
1/2 radice di liquirizia

Per il Crumble (Terra)
90 g di farina 00
10 g di farina di canapa
80 g di burro salato
50 g di miele di eucalipto

Per il Sorbetto di agrumi al Wasabi (Aria)
400 ml di succo di agrumi: 150 arancio, 100 limone ma attenzione all’asprezza, 80 mandarino, 40 pompelmo, 30 lime.
polvere di wasabi: cominciate con un cucchiaio da tè (circa 5 g) e poi, eventualmente aumentate: deve risultare appena piccante (ma questo dipende molto dalla vostra dipendenza dal peperoncino).
100 g di miele di rododendro amaro, Sardegna

Per condire la tartare: una vinagreitte preparata con un cucchiaio di olio di noce, una spruzzata di Gioiello®, un distillato di miele di acacia, sale in fiocchi, pepe cubebe e pepe nero lungo.

Per il piatto, qualche foglia di germoglio e di fiore edulo, polvere di cappero.

Preparazione
Pulite la rana pescatrice eliminando pelle e spina centrale così da ottenere un bel filetto dalla carne soda e bianca (quindi si deve partire da una materia prima di eccellente qualità), spennellarla con il miele di barena ed inseritela in un sacchetto per sottovuoto con la mezza radice di liquirizia. Sigillate e fate riposare in frigo per 16 ore: durante questo tempo il miele un po’ sapido restituirà alla polpa del pesce un sentore di laguna e la liquirizia renderà più gentile il suo odore. Inoltre la marinatura “assorbirà” circa il 20% del peso della carne, rendendola più soda.

Spremere gli agrumi, filtrare il succo, unire la polvere di wasabi e il miele, mescolare bene e trasferire tutto in una gelatiera. Mantecare e conservare in freezer.

Setacciare le farine ed impastarle brevemente con il miele e il burro freddo a tocchetti.  Avvolgere l'impasto con pellicola e far riposare in frigo per 30'. Distribuire sbriciolando sopra una leccarda coperta da carta forno e cuocere per 20’ (controllare!) nel forno statico già caldo a 180°. Sfornare, abbattere e mettere da parte.

In una ciotola unire un paio di cucchiai di olio di noce, spruzzare tre volte il distillato, unire un pizzico di sale finissimo, del pepe cubebe macinato al momento e mescolare con una piccola frusta.

Togliere dalla marinata la rana pescatrice, cubettarla con un coltello affilato ma non tritarla né frullarla! Condirla con la vinagreitte.

Impiattare distribuendo il crumble, la rana pescatrice aiutandosi con un coppapasta, il sorbetto di agrumi. Spolverare con un pizzico di polvere di cappero il pesce e con una macinata di pepe nero lungo il sorbetto. Decorare con qualche fogliolina di germoglio e di fiore edulo fresco.


Si mangia alternando il pesce al crumble e si chiude con il sorbetto.

Tartare di Ananas e uvetta: la C di crudo e di Coltello per Geo e Geo


E' iniziato qualche giorno fa, il 15 ottobre scorso, un nuovo percorso di storia dell’alimentazione, una sorta di viaggio curioso che inizierà dal lontano Paleolitico a oggi per scoprire, magari, che veramente oggi siamo quello che abbiamo mangiato e che non sempre, come diceva Feurbach, l’uomo è ciò che mangia  ma spesso l’uomo mangia ciò che è, come ha affermato il Prof. Gasparini, autorevole compagno di viaggio.

Diverse saranno le tappe del viaggio, una volta al mese fino al 20 maggio 2016, contraddistinte da una lettera dell'alfabeto che verrà analizzata sia da un punto di vista dell'antropologia gastronomica che da quello culinario: tutto questo in diretta, durante la trasmissione "Geo e Geo", Rai 3, giovedì, dalle 17.15. Il prossimo appuntamento è previsto per il 12 novembre mentre qui troverete il link del podcast della prima trasmissione.

Abbiamo iniziato con la "C di Crudo e di Coltello, ma anche di conservare" e il prossimo appuntamento vedrà come protagonista la "F di Fuoco".

Ecco quanto è stato detto lo scorso 15 ottobre e di seguito una delle tre ricette che ho cucinato davanti alle telecamere che contenevano sia la C di crudo che di Coltello: grande spazio quindi alle tartare e alla marinatura.

Buona lettura e buon appetito.

Nei confronti del Paleolitico (termine introdotto da J. Lubbock nel 1865) e che comprende un periodo vasto che va grosso modo dai 2,5 milioni di anni fa fino al 10.000 a.C.,  si è consolidato nel tempo quello che gli archeologi hanno definito “il pregiudizio neolitico”, ossia le denigrazione da parte dei neolitici del sistema alimentare paleolitico, della serie mangiavano molto male e peggio. 
In realtà potremmo quasi parlare di “opulenza materiale” anche se ossessionati dalla continua ricerca di cibo e fino alla “scoperta” del fuoco. 
In realtà cacciatori e raccoglitori lavoravano meno di noi  e la ricerca di cibo, invece che una continua fatica, era saltuaria e il tempo libero e il sonno  a disposizione erano abbondanti. 
Un uomo della caccia e della raccolta manteneva quattro-cinque persone , con gruppi di persone in continua mobilità. 
Una dieta fatta di carne, spesso di carogne di animali, residuo dei pasti dia latri grandi carnivori, accompagnata e completata da bacche, frutta e quanto di commestibile il regno vegetale, foresta e savana, potevano offrire. 

Questo il primo dato certo. 

Quanto alla carne veniva mangiata cruda, fino all’avvento del fuoco, determinando anche tutta la fisiologia  e la morfologia sia dell’apparato mandibolare – si pensi all’atto di strappare la carne-  che del sistema digestivo, nonché l’abbondante copertura di peluria del corpo per ripararsi dal freddo. Tempi di masticazione, di digestione erano certamente più lunghi rispetto ad oggi, e spesso la carne non era esente da parassiti e quanto altro. 
Mangiare crudo è tronato di moda…con tutti i dubbi e le perplessità del caso. 
Ma la nostra storia passa attraverso un lungo processo di acculturazione che ha nel cibo - nel modo di procurarlo, trasformarlo e mangiarlo- dei passaggi che via via ci distinguono dagli animali. 

Uno dei momenti di acculturazione, non solo materiale, sta nella creazione di alcuni utensili: si pensi alla selce, alla pietra scheggiata e al suo molteplice uso. 
Smembrare un animale, scorticarlo, porzionarlo,  richiedeva l’uso di selci affilate e immanicate. Da questo immanicamento trae origine il coltello. 
Potremmo proprio dire che in principio era il coltello: avere in mano una lama significava poter sfilettare, sminuzzare, sbucciare, cambiare in mille modi la forma e le dimensioni di ciò che la natura metteva a disposizione, ma soprattutto selezionare e organizzare la materia in funzione del suo consumo concreto.

Ma la faccenda è più sottile, culturalmente. Gli animali e i vegetali non sono più pensati come unità integrali  ma partitive: un pesce  poteva essere spellato, diliscato, sfilettato e suddiviso. È questa la rivoluzione di pensiero che sta a monte dell’adozione di una lama che sta a mone e a valle di tutto il processo: l’animale viene ri-pensato. L’uomo, nel momento in cui si circonda di strumenti non altera solo le sue capacità materiali ma anche il modo in cui percepisce il mondo. La tecnologia è un vero e proprio discorso  e la cucina permette di pensare il mondo in funzione del senso in cui la materia la pensiamo come cibo. 


Per farla breve ogni tradizione culinaria ha il suo “coltello da cuoco” che cambiano in funzione  e in relazione alle preparazioni di volta in volta proprie di quella tradizione. 
Un esempio per tutti. La cucina giapponese ha due tipi di coltelli: lo yanagi, appuntito, con manico sottile e corto, da impugnare ben vicino al polso in modo che la mano possa seguire la lama come se questa fosse  un’estensione del braccio. Il movimento viene impartito dalla spalla e il gioco del polso è ridotto al minimo il tutto per potere affettare sottilmente materie morbide come il pesce crudo. L’altro, il santoku, che significa tre usi per affettare, ridurre a dadini e triturare.  Una lama ampia, squadrata, con una curvatura del filo ridotta, quasi nulla. 

E ad ogni coltello, come il classico coltello da “cuoco” europeo, corrisponde una metallurgia, ma anche suoni diversi : dal tac-tac, proprio dell’azione percussiva del santoku  al zzac-zzac-zzac del coltello europeo che lavora combinando l’affondamento con il movimento orizzontale. 
Potremmo continuare ma il legame profondo tra utensile, uomo e materia prima da trattare è culturale, antropologicamente profonda. Si pensi al bastoncino con cui si affronta il cibo con un rifiuto culturale di tagliare, lacerare, mutilare. 
E non a caso, tra  tutti i mediatori culturali che nei secoli abbiamo posto tra noi e il cibo, il primo sarà il coltello: a seguire cucchiaio e per ultima la forchetta. 
Poi nei secoli i coltelli si piegheranno, in Europa soprattutto, ad usi specifici e particolari, seguendo mode e 
tendenze,- si veda la tavola di Bartolomeo Scappi- lussi nella scelta dei materiali, argento ma anche ceramica, manici desueti, design… e oggi, nelle case, non può mancare  un set di coltelli e un professionista serio, chef , viaggia sempre con il suo set personale, a volte personalizzato. Ma il tutto partì qualche milione di anni fa…con una selce, tagliente quanto basta. 
E fu cucina! 

Tartare di ananas con cornflakes ed uvetta: il dessert che non ti aspetti

Ingredienti (per 4 persone)
1 ananas
4 arance bio
2 banane
4 cucchiai di uvetta sultanina
4 cucchiai di cornflakes
1 lime
2 cucchiai di miele di acacia o millefiori
2 cucchiai di vino passito.

Procedimento
In una ciotola far rinvenire l’uvetta con un po’ di vino passito.
Pelare a vivo 2 arance e ottenere succo dalle rimanenti. Scolare l’uvetta ed unirla al succo ed agli spicchi tagliati a vivo. Lasciar riposare per qualche minuto in frigo.
Mondare e tagliare l’ananas in dadolata di 1x1, sbucciare le banane, togliere con la lama del coltello la parte superficiale e tagliarle ugualmente di dadolata: unire la frutta alla marinata di arancia ed uvetta.
Dividere la frutta in 4 coppette, versare sopra ½ cucchiaio di miele, i corn flakes e decorare con le zeste di lime.


La gente mangia carne e pensa che diventerà forte come un bue. Dimenticando che il bue mangia l´erba

Ieri pomeriggio stavo andando a Vighizzolo d'Este per assistere a "Comunipane" ovvero il 4^ simposio sul pane italiano organizzato dal Molino Quaglia. 
Guidavo sull'autostrada resa incandescente da Scipione l'Africano (le prossime due ondate di caldo previste per l'inizio di luglio e la metà di agosto si chiameranno Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno, Henry Miller permettendo) circondata dal verde dei campi di mais e dall'oro di quelli di grano, spruzzati da getti di acqua che immaginavo freschissima.

Ho pensato alla fatica dell'uomo per ottenere un raccolto e poi, come un lampo, il ricordo di un articolo letto qualche tempo fa ovvero che l'agricoltura moderna prevede l'utilizzo di grandi quantità di acqua che servono a far crescere raccolti che andranno ad alimentare quei bovini che sono la fonte maggiore di produzione di CO2. Bovini, e quindi carne rossa, e nello specifico l'eccesso di consumo, responsabili di quella patologia che affligge il mondo occidentale ovvero il sovrappeso e l'obesità, se è vero che negli Stati Uniti è più che "abbondante" una persona su due e se l'Italia ha il triste primato del maggior numero di bimbi in sovrappeso.

Ed ho pensato ai vegetariani ed al loro movimento che vede in Italia cinque milioni di aderenti che sono assolutamente ignorati dalle multinazionali (che non perdono spunto per rendere i consumatori più "sensibili" ai consigli per gli acquisti), dai produttori locali, dai ristoranti e dai bar in genere. Quasi inspiegabilmente.


Il primo approccio che ho avuto con la realtà vegetariana è stata due anni fa, durante lo Sherwood Festival. Allora mi occupai della cucina per tutta la durata dell'evento e le ragazze che mi davano una mano erano tutte vegetariane convinte, nel senso che quando al mattino si iniziava a preparare la linea affrontare i tagli di carne per i vari piatti presenti nel menù era sempre un piccolo dramma. "Oddio, tutto quel sangue!" era la frase che mi sentivo ripetere più spesso e legare i tagli per gli arrosti o marinare i tagli per i brasati in punta di dita o con gli occhiali da sole non poteva certo essere considerata una soluzione.

Tra una pausa ed un'altra aprivano il loro mac e mi facevano vedere video su video di una brutalità indicibile e la motivazione della loro scelta era sostanzialmente questa: "Non posso macchiarmi di tutta questa crudeltà, di questa cattiveria gratuita. Per poi sentirmi dire che le bestie sono loro". Considerazioni che hanno sfondato una porta aperta.



Per il lavoro che faccio non posso certo abbracciare completamente la scelta di diventare vegetariana ma una cosa sicuramente posso farla ovvero quella di cercare allevamenti etici, rispettosi della vita e della morte dell'animale che sia esso un pacioso bovino, un piccolo animale della corte padovana, un ovino d'alpeggio.
Se dalla fine della seconda guerra mondiale in poi è bastato il mito del profitto di pochi per far si che i più perdessero quella sensibilità, che la cultura contadina aveva insegnato per secoli, credo non sia impossibile ritornare indietro sui nostri passi e riconsiderare le nostre scelte, ovviamente anche quelle enogastronomiche.
Abbiamo trattato con supponenza e poco rispetto la nostra madre terra e i "condomini" che con noi la abitano e il conto da pagare non si è fatto attendere. 


All'arrivo al Molino Quaglia il ricordo dei vari tour manager alle prese con artisti, tecnici del suono, musicisti e montatori vegetariani e vegani mi ha fatto sorridere e tornare alle mente quella volta che ci chiesero di preparare 10 chilogrammi di orzo...e verdure :)



Tartare di orzo con salsa di cannellini

Ingredienti (per 4 persone)
Per la tartare: 160 gr di grano saranceno, 1 avocado maturo, 1 cetriolo, 3 carote, 10 olive piccole nere, 2 foglie di mente, 1 rametto di aneto, 5 fili di erba cipollina, ½ limone (succo), olio evo, sale. 
Per la salsa: 125 gr di canellini in scatola, ½ limone (succo), olio evo, sale, pepe nero in grani.

Procedimento 
Cucinare l’orzo secondo le indicazioni, scolarlo, lasciarlo raffreddare sotto l’acqua fredda e metterlo da parte. Lavare la menta, l’aneto e l’erba cipollina e tritare tutto grossolanamente. Sbucciare l’avocado, dividerlo a metà e privarlo del nocciolo; sbucciare il cetriolo e con uno scavino eliminare la parte centrale con i semi; ondare le carole e e snocciolare le olive. Tagliare tutto a dadini, trasferire la dadolata in una terrina e unire l’orzo, il trito di erbe aromatiche, l’l’olio, il succo di limone e una presa di sale e mescolare delicatamente magari aiutandosi con una spatola morbida. Nel mixer frullare i cannellini ben scolati con l’olio, il succo di limone, una presa di sale e una macinata di pepe. Con l’aiuto di un coppapasta impattare ponendo al centro del piatto la tartare e completare con qualche cucchiaiata di salsa di cannellini.

°Se Dio avesse voluto che ragionassimo con l'utero, perché ci ha dato il cervello?" Clare Boothe Luce


Abbastanza sgamati nei confronti della commerciale "Festa della Donna" e sufficientemente lontani dalla commercialissima "Festa della Mamma" si può parlare della "condizione femminile" senza cadere nel trito e ritrito del già detto e nel vetero post femminismo. Con un sorriso, anche se un po' amaro.