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Buon Natale


Fatti come la nascita da una vergine e la resurrezione dalla morte costituiscono ovvi archetipi universali, condivisi dalle mitologie di molte culture. [...] Ad esempio, la scelta del 25 dicembre come giorno della nascita di Gesù è mutuata dalla festa del Sol Invictus, “Sole Invitto”, il Dio Sole (El Gabal) che l’imperatore Eliogabalo importò nel 218 a Roma dalla Siria. L’imperatore Aureliano ne instaurò il culto nel 270 e ne consacrò il tempio il 25 dicembre 274, durante la festa del Natale del Sole: il giorno, cioè, del solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano, quando il Sole tocca il punto più basso del suo percorso, si ferma (da cui il nome solstitium, “fermata del Sole”) e ricomincia la sua salita, in un succedersi di eventi che si può metaforicamente descrivere come la sua “morte, resurrezione e ascesa in cielo”.
Piergiorgio Odifreddi

* * *
Scena: cucina, notte della vigilia, Pina ed io.

“L’hai scritta la lettera?” mi domanda una Pina profondamente risentita dalla presenza del cappone sopra il tavolo da lavoro.
“Certo, come sempre - rispondo. E’ l’attività che preferisco di questo periodo così meravigliosamente consumista: chiedere qualcosa ad un signore in pigiama rosso per festeggiare la nascita di un bambino che quattro mesi dopo ci vedrà impegnati a festeggiarne la morte, pardon il suo assassinio.”
“Noto che lo spirito natalizio che alberga nel tuo cuore fa scempio del tuo ottimismo con sempre maggiore efficacia” - mi apostrofa Pina sogghignando.
“Non è vero! Sai che sono un’inguaribile ottimista! La speranza è l’ultima a morire, mi pare si dica.” concludo sorridendo, mentre finisco con l’ultimo pezzo di impasto per i Mo’moul.
“Ma poi muore, mi pare accada.” conclude la saggia amica pennuta.



 

Già. 
Sarà l’età e sarà che a 10 anni scrivevo “Caro Babbo Natale (anche se non esisti), convinci i miei genitori a regalarmi un microscopio che le bambole proprio non le sopporto” ma il profumo della cannella copre con sempre minor efficacia la puzza dell’ipocrisia.

Una cosa però gli scriverei a Babbo Natale, anche se non esistesse.
Mi piacerebbe chiedergli di togliere l’audio all’umanità. A quella "virtuale".
Di far chiudere la bocca ai milioni (miliardi?) di persone che abitano nella rete, di soffocare le loro stupidaggini inconcludenti, di troncare i loro dibattiti inutili, di sterminare le loro polemiche sterili.

Del resto basta prendere l’esempio dalle loro opere quotidiane: rifiutare, soffocare, troncare e sterminare riesce benissimo anche fuori dalla rete e quindi non dovrebbe essere così difficile replicare simili azioni nei confronti dei decibel.
Gli chiederei quindi di “silenziare” chi non ha niente da dire e che, nonostante la vacuità dei propri pensieri, riesce a propinare un rumore terribile. E insopportabile.
E gli chiederei, magari aiutato dalla magia della strega Nocciola che di incantesimi se ne intende, di trasformare gli inutili pensieri rumorosi in utili azioni silenziose. C’è solo l’imbarazzo della scelta. Anche far conferire l’umido nel bidone dell’umido, per esempio.

 

E cosa gli offrirei in cambio?
Dunque buona, brava, paziente e sorridente già lo sono. Che poi l’atto del sorridere fa muovere un sacco di muscoli e con la faccia che comincia a cedere alla forza di gravità non è male come attività fisica. 
Gli offrirei i miei silenzi operosi, le mie assenze fertili, la mia generosità scontata ovvero non a basso prezzo, il mio cuore oltre l'ostacolo e consapevole del rischio dello schianto contro un muro di gomma. Sull’obbedienza possiamo discutere.
E gli offrirei i biscotti che sto preparando ora, biscotti che con il Natale non c’entrano nulla, certo, come non c’entra nulla l’euforia isterica di questi giorni con la nascita di un bambino che corrisponde alla nascita del sole secondo i riti pagani di qualche millennio fa.
Sono biscotti dalle mille ricette e dal colore del sole, dalle farciture ricche e profumate, dalla dolcezza non stucchevole e dalla texture insolita.
E sono biscotti che sono un rito, un rito femminile, che si compie nei ginecei di quella parte del mondo che amo particolarmente e come per tutti i riti gastronomici femminili che si compiono in tutte le parti del mondo sono un dono, un atto di amore, un desiderio di condivisione e di unione. 
Gesti virtuosi che si perdono nella notte dei tempi, gesti compiuti rispondendo ad un copione d’amore non scritto, gesti tanto silenziosi quanto operosi.
Per una volta lasciar parlare le mani ed il cuore, con un silenzioso sorriso che illumina il volto.

Buon Natale.

 


Ma’moul, i dolcissimi biscotti libanesi
Un biscotto preparato con le proprie mani è un dono e questi biscotti vengono preparati dalle donne per le donne. Troverete tantissime ricette ma due sono i capisaldi: il semolino e il ripieno che vedrà come ingredienti principali datteri e noci o pistacchi. In rete si possono acquistare gli stampi in legno ma è possibile confezionarli procedendo come fossero dei ravioli. Questa ricetta è quella del mitico Yotham Ottolenghi, appena un po’ personalizzata, per rendere più semplice l’esecuzione anche a chi non ha grande manualità “biscottifera”.

Portata: dessert, biscotti
Dosi per 24 pezzi, circa
Difficoltà: media
Preparazione: 30’ più il riposo
Cottura: 15’

Ingredienti per l’impasto
200 g di semolino 
200 g di farina 00 
180 g di burro chiarificato
50 g di zucchero semolato
1 cucchiaio di acqua di fior d’arancio
1 cucchiaio di acqua di rose
1 cucchiaio tra cannella, noce moscata, cardamomo e zenzero in polvere
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1/1 cucchiaino di sale

Ingredienti per la farcia
100 g di pistacchi tostati 
40 g di datteri 
20 g di zucchero di canna 
1 cucchiaio tra cannella, noce moscata, cardamomo e zenzero in polvere
1 cucchiaino di acqua di rose
1 cucchiaino di acqua di fior d’arancio

Preparazione
Scaldare il forno a 180°.
Unire in una ciotola (o nella planetaria) il semolino setacciato con la farina, il bicarbonato e le spezie, lo zucchero, il sale e mescolare aggiungendo il burro a temperatura ambiente, le acque profumate e le spezie, lavorando gli ingredienti fino ad ottenere un composto liscio. Coprire con della pellicola e far riposare in frigo per 30’.
Nel mixer frullare i pistacchi con i datteri, lo zucchero, le spezie, le acque aromatiche fino ad ottenere una pasta morbida.
Con le mani inumidite dividere l’impasto in palline di 25 g di peso circa, schiacciarle con le dita sul palmo della mano fino ad ottenere dei dischi, inserire al centro un cucchiaino colmo di impasto, chiudere con i bordi del disco e con i rebbi della forchetta formate di disegni sulla superficie.
Se invece avete il tradizionale stampo in legno stendere un pezzettino di impasto sull'incavo decorato, farcirlo, richiuderlo e con un colpo secco sul piano di lavoro "espellere" il biscotto dallo stampo.
Procedere fino alla fine degli ingredienti e disporre i Ma’amoul sopra una teglia coperta da carta forno.
Cuocete per 15’: non devono dorare troppo. 
Sfornare, far raffreddare sopra una gratella e servire spolverandoli di zucchero a velo.


"Il cioccolato è la materia di cui sono fatti i sogni". E anche le torte con Kalapaia e ciliegini confit alla fava tonka


Il cacao è una pianta tanto quanto la melanzana e la cipolla, che i Maya coltivavano già nel 1000 a.c.: la consideravano un cibo sacro da offrire agli dei. 
Per i Maya la cioccolata doveva essere calda, in contrasto con la versione Azteca degustata fredda, e berne una tazza rappresentava simbolo di ricchezza e ospitalità, oltre che uno dei piaceri della vita
L’aromatizzare la bevanda con ingredienti diversi, come peperoncino, vaniglia o magnolia, aveva un significato preciso; altrettanto importante era che il composto risultasse schiumoso e perciò era scosso con apposito bastoncino. Per gli indios i chicchi di cacao erano sia un simbolo centrale nei riti di prosperità, battesimo o matrimonio, sia una medicina magica capace di guarire ogni malattia della mente e del corpo (es. eritemi, diarrea o mal di stomaco). Anche il sistema monetario era basato sulle fave di cacao e le fonti tramandano tabelle di riferimento: un seme valeva l'equivalente di quattro pannocchie di mais, tre semi servivano per comprare una zucca o un uovo di tacchino, e che con cento si poteva entrare in possesso di una canoa o di un mantello in cotone o lana. Le bevande ottenute con il cacao potevano essere diverse, classificate in base alla qualità dei semi e degli ingredienti associati. Famosa era la “pasol”, cacao abbinato al mais, che confezionata in forma di palline avvolte in foglie di banana diventava alimento corroborante di facile trasporto, da consumarsi dopo l'immersione in acqua calda. Un ristoro veloce e liofilizzato; della serie: non abbiamo inventato nulla.


Ma siccome le cose belle di solito durano poco nel bel mezzo della festa arrivarono i conquistadores spagnoli; scoprirono il cacao e grazie anche ai religiosi botanici compresero subito le qualità nutrienti ed energetiche tanto da proseguirono quindi la coltivazione e la portarono anche in Spagna. Siamo nel ‘500 e il cacao arriva in Europa. 
Diaz de Castillo, al seguito di Cortés, nel testo la Conquista del Messico (1517-1521) segnala che l'imperatore Montezuma II durante il pasto reale beveva più di cinquanta tazze d'oro contenenti un liquido fatto con il cacao
All'inizio la bevanda non riscosse molto successo, poi alla corte di Spagna, affascinati dalla singolare mistura esotica, cercarono di adeguarla al proprio gusto. Così, verso l’inizio del ‘600 una versione "ingentilita" della cioccolata diventò di moda. La ricetta aveva un sapore dolce, non più amaro piccante, ed era ottenuta aggiungendo al cacao zucchero, scorze di frutta ed aromi vari (spesso cannella e vaniglia).
Per tutto il ‘600 detrattori ed estimatori del cacao si dettero battaglia a colpi di tazza! I primi ritenevano l'alimento dannoso alla salute perché risvegliava ira, agitazione, lussuria e lasciava un abbondante residuo terroso sul fondo delle tazze.
Gli estimatori invece, tra cui gli alti prelati della chiesa che lo assumevano come bevanda anche nei giorni di digiuno, affermavano trattarsi di un vero farmaco ricostituente, antidepressivo, capace di rendere vigili e favorire gli sforzi. 
Fino al '700 inoltrato comunque era decisamente sconsigliato, se non addirittura proibito, consentire il consumo del "brodo degli indiani" (altro nome della cioccolata in tazza) alle suore di clausura...chissà cosa avrebbero combinato sotto gli influssi della bevanda goduriosa. Per fortuna oggi l'attenzione si è spostata sui social e ci si limita a consigliare l'uso moderato di Facebook.


Ma il colpo di scena avvenne nel 1828 quanto l'olandese Van Houten aprì una nuova frontiera nel settore del cioccolato brevettando il metodo per separare efficacemente dai semi del cacao la polvere e il burro: la tavoletta divenne take away e si apprestò a conquistare il mondo ben conservata in zaini e borse, come già avevano fatto gli Indios qualche migliaio di anni prima.

La ricetta di oggi è un democratico equilibrio fra le acidità del pomodoro e quella del Grand Cru de Terroir Kalapaia 70%un prodotto decisamente particolare.
Scoperto nella Papua Nuova Guinea dai ricercatori Valrhona, giunti nella East New Britain, isola del Pacifico caratterizzata da un mix ideale per la coltivazione del cacao grazie ai terreni vulcanici, al clima caldo e umido e alle foreste ancora incontaminate.
Si tratta di un cioccolato fondente dalla gamma aromatica sorprendente: poco dolce, quasi estivo e che alla masticazione vi offrirà note acide iniziali che vireranno prima verso la frutta matura e successivamente verso il caratteristico gusto del grue di cacao, la fava tostata, un amaro elegante.
Si tratta di un prodotto di eccellenza selezionato da Selecta, azienda che ho iniziato a conoscere grazie alla loro selezione di formaggi, della cui professionalità non finirò mai di stupirmi.


Torta al cioccolato e pomodorini confit alla fava Tonka

Dosi: per 6-8 persone
Preparazione: 40’ più il riposo
Cottura: 2 h totali (tra pomodorini, pasta sucrée e ganasce, da effettuare anche in tempi diversi)
Difficoltà: media

Ingredienti per la pasta sucrée
250 g di Petra 5 o un'ottima 00
80 g di burro chiarificato a dadini (oppure 100 g di ottimo burro)
100 g di zucchero a velo setacciato un paio di volte
2 uova bio a temperatura ambiente

Ingredienti per la ganache di cioccolato
250 ml di panna fresca
200 g di cioccolato Kalapaia
50 g di ottimo burro salato a tocchetti ed a temperatura ambiente
25 g di miele di acacia Mieli Thun: serve un miele delicato che non stravolga le note olfattive del cioccolato (non avevo più glucosio, in alternativa è la scelta più adeguata)

Ingredienti per i ciliegini confit
500 g di pomodorino ciliegino pachino igp non troppo grandi (ma visto che ci siete lavoratene il doppio o anche il triplo, tanto il forno cuoce da solo e per qualche giorno avrete la scorta per preparare insalate, paste, passate)
due prese di zucchero di canna, meglio il Muscovado
un'abbondante gratuggiata di fava Tonka
un filo di olio di semi di vinacciolo (l'olio serve come mezzo per trasferire gli aromi dello zucchero e della spezia ai pomodorini)

Preparazione dei pomodori
Lavate i pomodori, lasciatene 1/3 intero attaccato ai rametti per la decorazione,   tagliateli a metà, distribuiteli sopra una teglia coperta da carta forno, spolverate lo zucchero e la fava tonka grattugiata generosamente, un filo d'olio e cuocete nel forno statico già caldo a 140°per 1h30', circa, dipende dal vostro forno: non devono seccare troppo.

Preparazione della pasta sucrée
Setacciate lo zucchero a velo per un paio di volte e poi ripetere l'operazione assieme alla farina: non resteranno grumi controproducenti e la farina prenderà un po' di aria.
Disponete la polvere a fontana sopra una spianatoia o dentro una ciotola, unite il burro morbido a tocchetti ed iniziate ad impastare e successivamente le uova, una alla volta. Lavorate la pasta fino ad ottenere un panetto: pesatene 250 g che lascerete riposare in frigo, coperto da pellicola, per almeno due ore. Altrimenti basterà un'ora in abbattitore positivo. La pasta restante potete utilizzarla per un'altra torta oppure congelarla o abbatterla in negativo e conservarla fino a tre mesi.
Stendere la pasta con un matterello e rivestite un anello o una tortiera da 20 cm di diametro (imburrata ed infarinata) oppure una quadrata appena un po' più piccola, forate la superficie con i rebbi di una forchetta, coprite con carta forno e tutta la superficie con perle di ceramica o legumi secchi per la cottura in bianco: 20' nel forno statico già caldo a 190°, eliminate carta e pesi e fate dorare a 180° per 10'. Per ottenere una base più composta e meno soggetta alle rottura in cottura o durante il taglio il consiglio è di far riposare la pasta in forma sulla tortiera in frigo, o in abbattitore, per 20', così da stabilizzarla. 

Preparazione della ganache
Portate ad ebollizione la panna e lontano dal fuoco sciogliete, mescolando con un cucchiaio, il cioccolato. Continuate con una frusta unendo gli ingredienti restanti ovvero il burro salato ed infine il miele (o glucosio). Mettete da parte.

Preparazione del dolce
Stendete sulla superficie della torta, coprendola completamente, i ciliegini confit con la base tagliata verso il basso, ricoprite con la ganache e conservate in frigo fino al momento del servizio: tagliate le fette con un coltello affilato passato nell'acqua calda e poi asciugato, così da non sciupare la superficie della ganache, ripulendolo ad ogni fetta, e decorate con i ciliegini nel ramo spolverati di zucchero a velo e una granella di pistacchi sbollentati, sbucciati e tritati al coltello.
Sarebbe piaciuta anche a Montezuma :)


Concludo con un consiglio di Isabel Allende, tratto dal suo libro Afrodita, del 1998 circa la ganasce che eventualmente potreste avanzare: "Non c'è niente di più afrodisiaco di una mousse al cioccolato spalmata sulla pelle, ma fa in modo che la pelle sia la tua, perché se spennelli di mousse il partner, poi ti toccherà leccarla ed è ad altissimo potenziale calorico." Che la prova costume non può attendere.

“HABIBI” o Cheesecake con labna, pistacchi e datteri, sablè semintegrale e topping allo Spritz per la sfida #57 dell’Mtchallenge


Dolcissimo Amore mio,
sono giorni un po’ strani, sai? 
Faccio fatica a trovare la mia consueta, rassicurante, abitudinaria concentrazione. L’orologio segna l’ora che vuole e anche il calendario non sono più sicura dica la verità.
Attraverso le finestre guardo il vento che gioca con le chiome voluttuose degli alberi del nostro giardino, ti ricordi? Quelli che ti hanno visto diventare grande, quelli dove è ancora appesa la tua altalena. Una per te e una per Habibi, la tua bambola di stoffa dal sorriso mattacchione. Sono diventati così grandi che nascondono le mura. Le mura che volevi sempre scavalcare. Tu e la tua bambola.
E poi sono anche senza forze. 
Lo so che mi diresti che dovrei riposare di più ma dormire sta diventando sempre più difficile.
Di notte mi vengono a trovare tutti i pensieri che durante il giorno, fino a qualche tempo fa, riuscivo a tenere a bada. E mi parlano, mi raccontano i loro, di pensieri. I dubbi che rallentano i loro passi. I gesti non compiuti. Le parole non dette.
Allora lascio che facciano. Lascio che dicano.
Lascio che mi danzino dentro.
Ricordi le nenie che ti cantava la nonna? E ricordi quando danzavate a piedi nudi sulle maioliche colorate del salone? Oh Jamila, i tuoi occhi neri si facevano ancora più grandi e godere del tuo sorriso era come possedere un tesoro appena scoperto!
Sto accarezzando Kira, ora. Sa che ti sto scrivendo ed è venuta a salutarti.
Le manchi molto.
Con papà e con Husam non si parla quasi più. Per non parlare di te.
So che ti pensano ma il ghiaccio si è impossessato del loro cuore e nessuna preghiera potrà sciogliere tutto il dolore.
Ma da quando ho permesso ai pensieri di danzarmi dentro ho compreso che l’amore non potrà mai essere disonore. 
Che l’amore è sorrisi e sguardi.
Che l’amore è luce e vita.
Quella che ti ho dato io. Quella che tu hai dato a me.
Allora sai cosa ho fatto?
Ho preso il coraggio a due mani, ho raccolto tutte le lettere che ti ho scritto in questi anni, ho indossato l’abito più bello e sono andata da Jaber, l’antiquario. Sapevo che il tuo piccolo baule era ancora lì. Sapevo che non l’avrebbe mai dato a nessuno se non a te.
Ora è tuo. 
C’è anche il velo tessuto coni fili d'oro e confezionato con le mie mani e ci sono anche i Ma’amul, preparati con Miriam, che non ha voluto aggiungere l’acqua di rose. 
“Non le è mai piaciuta!” ha brontolato.
Ti amo tanto. Buona vita, Amore mio.”

Mamma


Jamila avvicinò a se la lettera dalla carta leggera e l’annusò. Chiuse gli occhi. Il cuore si strinse e si lascio cullare dal profumo di spezie e di datteri. Non trattenne le lacrime che andarono a confondersi con quelle della madre, annebbiando i contorni delle parole d’amore che erano state scritte con la vecchia stilografica del nonno.

“Jamila, dai! Lo spritz è pronto!” 
La voce di Nicoletta la riportò alla realtà.
“Vengo - rispose - ma preparare uno in più.” chiese alla compagna di appartamento e di vita.
“E chi deve venire?” l'interrogò con voce squillante Nicoletta, affacciandosi alla porta dell’angusta e luminosissima cucina, che si affacciava sul Campo San Lorenzo.

“Mia Madre.” rispose Jamila. “E’ tempo che riprenda a danzare con lei.”


Il Cheesecake, oggetto della sfida 57 dell’Mtchallengelanciata da Annalù e Fabio, è un omaggio ad un biscotto che mi ha sempre affascinato molto, il libanese Ma’mul, e che grazie al dono di Germana, in Libano per lavoro assieme a Magda, sono finalmente riuscita a confezionare. Un dono di due donne ad una donna, com’è nella tradizionale confezione di questo biscotto che vede riunite le donne di una famiglia, o di più famiglie, che preparano quantità considerevoli di questi dolcini che vengono poi donati durante le feste pasquali.
Un gineceo culinario che sa nascondere una farcia preparata con noci, o pistacchi, e datteri in una frolla di semola o semolino. E come vuole la tradizione ogni famiglia custodisce gelosamente la propria ricetta.


Ho quindi unito ai datteri ed ai pistacchi della farcia la labna (la ricetta qui) appena un  po’ speziata con del coriandolo in semi. La base del cheesecake è un sablè poco dolce e reso sapido con l’aggiunta di formaggio grattugiato. Un nucleo di farina integrale e semi lo rende severo ed infine il topping, come da regolamento, che è un omaggio alla città che ha accolto Jamila e Nicoletta, consentendo al loro amore di trovare spazio e patria.

E’ preparato secondo la vera ricetta veneziana, con il Select, che ha un gusto un po’ diverso sia dall’Aperol che dal Campari, e reso appena un po’ sapido con l’aggiunta della polvere di cappero, al posto dell’oliva grande che non dovrebbe mancare mai nella preparazione dello Spritz.


“HABIBI” CHEESECAKE CON LABNA, PISTACCHI, DATTERI, SABLE’ SEMINTEGRALE E TOPPING ALLO SPRITZ

Ingredienti per 4 cheesecake monoporzione da 7 cm di diametro

Ingredienti per la base
180 g di burro 
115 g di farina 00
200 g di farina di cereali tostati (orzo, segale, soia, mais, avena) con semi di lino, semi di sesamo
100 g di fecola
35 g di parmigiano grattugiato
12 g di zucchero semolato
40 g di uova
20 ml di acqua
3 g di sale

Ingredienti per la farcia
250 g di labna (qui la ricetta)
150 ml di panna fresca
6 g colla di pesce
20 datteri grandi freschi (i miei Israele)
60 g  di pistacchi
1 g di polvere di coriandolo
1 g di pepe di Cubebe macinato al momento

Ingredienti per il topping
3 parti di Prosecco (300 ml)
2 parti di Select (150 ml)
1 parte di soda o acqua minerale (spruzzatina ;)
8 g di colla di pesce
2 g di polvere di cappero

granella di pistacchio e qualche germoglio sakura mix per il decoro, se gradito



Preparazione della base
Sabbiare il burro con le farine mescolate e in una ciotola unirlo agli altri ingredienti secchi ed ai liquidi appena sbattuti insieme. Ottenere un panetto e far riposare in frigo per una notte.
Stendere sopra un foglio di silpat sia come sfoglia intera, bucherellando la superficie, che come briciolame, che come biscotti, con spessore di 0,4 cm. Cuocere nel forno già caldo a 190° per 12’-14’.
Abbattere e mettere da parte.

Preparazione della farcia
Pulire i datteri con un panno pulito, togliere il nocciolo interno e tagliare le due metà prima e poi in piccola dadolata. Attenzione a non scaldare troppo la materia prima: ne risulterà difficoltosa l’operazione.
Tritare grossolanamente i pistacchi.
Scaldare per 1’ la panna nel forno a microonde a 750W, unire la colla di pesce ammollata nell’acqua fredda e strizzata, mescolare bene.
In una ciotola mescolare la labna con la panna e le spezie e unire successivamente i datteri ed i pistacchi.
Foderare gli stampi moniporzione con un triplo strato di pellicola alimentare lasciando che ne sporga un po’ dai bordi oppure utilizzare della carta fata (l’acetilene è la soluzione migliore ma non ne avevo a disposizione) e far riposare in frigo: Trasferire la farcia in un sac a poche.

Preparazione dello Spritz
Mescolare insieme tutti gli ingredienti, scaldarli per 30’’ nel forno a microonde, sciogliere la colla di pesce ammollata e strizzata e mettere da parte.

Preparazione del cheesecake
Frullare 300 g di sablè e mescolare la polvere con 80 g di burro salato. Distribuire il composto nei quattro stampini, premendo e livellando la superficie e abbattere in negativo per 10’.
Distribuire la farcia, sbattendo gli stampini così da eliminare eventuali bolle d’aria e abbattere in negativo per 10’.
Terminare con il topping e conservare in frigo fino al momento del servizio.
Decorare con granella di pistacchio.


Con questa ricetta partecipo alla sfida 57 dell'Mtchallenge.it


Video Menù vegano di Natale: Sformatini di fagioli con salsa di yogurt di soia e pistacchio


E siamo arrivati al secondo piatto!
Dopo l'Insalata tiepida e speziata di arance e finocchi e la Vellutata di zucca con latte di soia il video menù vegano di Natale svela il piatto di mezzo che si colora anche nell'utilizzo delle cocottine da portare in tavola e, grazie al grazioso coperchio,  consentiranno ai vostri ospiti di "scoprire" la bontà di questo sformatino di fagioli, legume ricchissimo di proteine nobili e veramente trasformista, tanto da poter diventare farcia di golose crostate.

Una precisazione, circa di lasciarvi alla visione della videoricetta: il menù preparato per queste festività (e dalla prossima settimana poterò le ricette per la serata di San Silvestro) è all'insegna del "costo contenuto" in quanto con pochi accorgimenti ed un po' di impegno è possibile preparare dei piatti davvero invitanti senza cedere al junk food, sicuramente più comodo ma decisamente meno salubre.

Buona visione!


SFORMATINI DI FAGIOLI CON SALSA ALLO YOGURT DI SOIA

Portata: secondo piatto
Dosi per 6 persona
Difficoltà: media
Preparazione: 30’
Cottura: 40’

Ingredienti
800 g di fagioli borlotti già ammollati e lessati
100 di mandorle 
100 g di carote lessate
2 cucchiai di basilico tritato
60 g di farina 00
60 g di margarina
200 g di latte di soia
100 g di tofu bio
100 g di yogurt di soia
pane grattugiato
pistacchi interi non salati
Sale iodato
Pepe nero

Preparazione
Accendere il forno a 180°
In una pentolina sciogliere la margarina, unire la farina, tostandola e sciogliere il composto (roux) con il latte di soia tiepido: mescolare con un cucchaio di legno fino ad ottenere una besciamella morbida. Regolare di sale e mettere da parte.
Grattuggiare finemente le mandorle, schiacciare con la forchetta la carota, tritare il tofu.
Mettere da parte qualche fagiolo e frullare o passare la passaverdure i restanti scolati e sciacquati dall’acqua di conservazione, trasferirli in una ciotola, unire la besciamella, le mandorle, le carote, il tofu, il basilico, i fagioli interi emescolare bene ed unire la quantità di pane grattugiato necessario per ottenere un composto sodo ma non troppo compatto. Regolare di sale e pepe.
Passare l’interno di 6 stampini (cocottine anche da tavola per il servizio) con un po’ di margarina, spolverare con il pane grattugiato, dividere il composto e livellarlo, spolverare ancora con un po’ di pane grattugiato e cuocere nel forno statico già caldo per circa 20’ o fino alla doratura della superficie.
Nel frattempo tritare i pistacchi e trasferire lo yogurt di soia in una ciotolina, profumandolo con un po’ di pepe nero.

Sfornare le cocottine, far riposare qualche minuto e servirle con lo yogurt decorato con i pistacchi.