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Carpaccio e Bellini: la magnifica coppia, Arrigo Cipriani e la bellezza


Per il Calendario del cibo italiano di Aifb oggi si festeggia la Giornata Nazionale del Carpaccio, la cui ambasciatrice è Lara Bianchiniho pensato che invece di raccontarvi una mia ricetta sarebbe stato più interessante farla raccontare dal suo ideatore, Arrigo Cipriani.

Si racconta che ai clienti che entrano chiedendo di sedersi al tavolo che abitualmente occupava Hemingway  Arrigo Cipriani indica un tavolo a caso “tanto, cosa vuole che ne sanno”. 
E si racconta anche che durante il regime fascista il padre Giuseppe, fondatore del locale, all’intimazione di esporre un cartello in cui si vietava l’ingresso agli ebrei, obbedì effettivamente, attaccando il cartello sulla porta della cucina, invece che all’ingresso del “suo” Harry’s Bar.

E' un tardo pomeriggio di maggio, scortata da un cielo i cui colori promettono, promessa mantenuta poco dopo, di aprirsi in un prova generale di diluvio universale, quando entro all’Harry’s Bar. Devo incontrare Arrigo Cipriani e non nascondo una certa emozione.
Abbiamo appuntamento alle 17.00. “Sta arrivando, è appena tornato da Dubai”, mi rassicurano.
Chiedo di poter fotografare, permesso che mi viene concesso quasi con stupore, ma dimentico quasi subito di farlo, immersa come sono nel piacere di osservare i clienti.
MI siedo su una delle poltroncine, studiate nei minimi particolari nelle forme e nell’altezza, come i tavolini, che arredano una stanza piena di avventori sorridenti e non rumorosi.
“Le porto qualcosa, nel frattempo?”
Ecco apparire il mitico Bellini servito in un bicchiere cilindrico, un tumbler alto.
Il cameriere, che indossa una giacca candida e dai modi oltremodo gentili, con gesti che assomigliano ad una danza, piega ad arte i tovaglioli logati dal celebre simbolo. 


“Le porto anche una polpetta?”
Arriva, perfetta, sembra preparata con il calibro. Ma non viene lasciata sul piatto. Viene avvolta da un tovagliolino in modo tale da poterla mangiare con le mani ma senza sporcarsi, come dovrebbe avvenire per ogni cicchetto che si rispetti.
Naturalmente è buonissima, morbida e croccante, come buonissimo è il Bellini, preparato con il succo di pesca bianca e le bollicine del prosecco. E convengo con il barman che il tumbler alto è il “suo” bicchiere.

Arriva Arrigo Cipriani e si scusa dei pochi minuti di ritardo, si confronta brevemente con un cameriere e si siede.
Un sorriso aperto ed un paio di occhi dall’intelligenza arguta mi anticipano due ore di chiacchiere piacevolissime e leggere, mai frivole.
“Dove sta andando Venezia?” gli domando con la voce un po' roca dall'emozione.
Un’ombra attraversa lo sguardo.
“Di Venezia resteranno le pietre. Sono le persone che rendono viva una città. Le persone nella loro quotidianità, che fanno la spesa nei negozi di quartiere, che si incontrano e si salutano, che si occupano di tenere in ordine e puliti calli e campi.”
E mi mostra le foto scattate qualche giorno prima con lo smartphone: ritraggono una panchina mezza divelta poco distante da un imbarcadero. “Ma le pare possibile? A Venezia? Cosa costerebbe ripararla? E cosa costa alla città una bruttura simile?”. Foto regolarmente inviate agli account social del sindaco, Brugnaro, a cui viene rimproverato di non essere veneziano. “E’ di Mogliano.” chiude tranchant con un sorriso che dice molto di più.


Mi racconta del suo recente acquisto, ventimila piantine di “castraure”, il carciofo violetto, presidio Slow Food, che cresce nell’isola di Sant’Erasmo. Quantità che raddoppierà il prossimo anno. Vengono lavorate nella cucina del ristorante di Venezia e poi spedite, per via aerea, agli altri locali della galassia Cipriani. 
Sono come dovrebbero essere le castraure: piccole, morbide, condite con un filo d’olio, deliziosamente sapide (la sapidità degli ortaggi veneziani) e disposte come un fiore sul piatto. Il bello che ritorna. Come nei gesti dei suoi collaboratori e come nell’altezza dei tavolini.

“E come sono i suoi cuochi?” memore delle sue recenti esternazioni legate ai cuochi televisivi ed alla "guida dei copertoni" (Michelin, ndr)
Bravi e non presenzialisti. Chi è sempre in tv dimentica velocemente la fatica della cucina, un luogo dalle temperatura altissime e che mina qualsiasi fisico. Infatti a preparare i piatti freddi, nei miei locali, sono le donne. Ma non vuole fermarsi a cena? Solo uno spuntino.”
Ci spostiamo al piano di sopra, in una sala dai colori caldi. 
Gli chiedo se sono cambiati i clienti mentre viene stesa sul tavolo rotondo un’essenziale tovaglia di lino e viene apparecchiato con pochi pezzi. In un bicchiere da champagne, di quelli meravigliosamente forgiati a piccola coppa, viene versato un Ribolla gialla spumantizzato davvero notevole, di produzione di un’azienda agricola del trevigiano, Sutto.


Ed ecco apparire “il” carpaccio, il piatto di carne cruda ed accompagnato con un filo, un filo!, di salsa “universale” (perché va bene con tutto, come precisa Arrigo) preparata con maionese, pepe ed un po’ di salsa Worcester.
Si scioglie in bocca nella sua morbidezza, temperatura di servizio perfetta. La bellezza si cela anche in un piatto apparentemente semplice ed impeccabile. Senza che la pietanza principale sia adagiata “sopra un letto di qualcosa”.
I suoi ristoranti sono 23, sparsi in giro nel mondo. Dalla Grande Mela agli Emirati Arabi migliaia di Clienti vengono accolti e soddisfatti: ai tavoli dell’Harry’s Bar veneziano, prima, e in tutti gli altri Harry’s si sono seduti re, principi, i protagonisti della Storia e le stelle dello spettacolo – da Woody Allen a Giorgio De Chirico, da Ernest Hemingway a Frank Sinatra. 


E clienti cafoni?
 «Venezia mette più soggezione di Ibiza e comunque si riconoscono da lontano e non solo per l’outfit: sono disposti a spendere anche 800 euro per la bottiglia più costosa e non sanno neanche che vino è. Ma anche a Venezia, purtroppo, qualcosa è cambiato e lo evince proprio dall’abbigliamento. Rispetto ad anni fa c’è più libertà nel vestire e mi auguro che questa tendenza cambi. E’ una forma di rispetto reciproco essere ben vestiti.”

Mi chiede se voglio una fetta di torta. Non riesco a replicare. Ancora con movimenti felpati, come quelli di un gatto e senza che ciò distragga la conversazione, viene cambiata la tovaglia (si, avete letto bene, il dessert viene servito sopra una tovaglia intonsa) ed arriva una fetta di torta al limone sopra la quale, vezzosa, fa bella mostra di sé una meringa morbida ed appena “bruciata”.
Gli chiedo se si sente uno scrittore, del resto ha al suo attivo molti libri e tutti di successo, e me ne fa portare subito un paio, che effettivamente non possiedo, tra cui uno “A Tavola” pubblicato da Rizzoli nel 1984, fuori produzione ahimè, che vi consiglio davvero di  leggere.
“I miei sono pensieri in libertà. Sono un ristoratore che scrive libri. Se fossi stato uno scrittore con un ristorante avrebbe fatto più notizia.”
Trascorrono veloci i minuti ed improvvisamente l’Apple Watch che indossa si illumina.
“Avrei un appuntamento con il personal trainer, alla mia età devo prendermi cura di me.” E sorride ironico mentre si paragona alle castraure che coltiva “siamo entrambi molto vicini alla terra.”


Ci salutiamo e ci promettiamo di vederci nuovamente. Appuntamento già fissato in agenda.
Mentre esco dal locale, accolta da un vento freddo che assieme all’acqua sembra aver fatto piazza pulita di tante brutture che sciupano irreparabilmente Venezia, mi viene in mente una frase di Zanzotto circa l’obbligo di difendere la bellezza “perché noi siamo il paesaggio che vediamo’’.


In treno faccio uscire dallo zaino il suo ultimo libro, “Stupdt o l’arte di rialzarsi da terra”, storie di ottuangenari ricchi di comicità e ironia. Uno stupidario colto e intelligentissimo sui meccanismi che regolano i rapporti umani in determinate condizioni.


Mi è rimasta in mente, come a mezz'aria, una domanda: “La bellezza salverà il mondo dalla stupidità?”


Ecco l'ispirazione dei celebri piatti di Arrigo Cipriani

Video Menù vegano di Natale: Sformatini di fagioli con salsa di yogurt di soia e pistacchio


E siamo arrivati al secondo piatto!
Dopo l'Insalata tiepida e speziata di arance e finocchi e la Vellutata di zucca con latte di soia il video menù vegano di Natale svela il piatto di mezzo che si colora anche nell'utilizzo delle cocottine da portare in tavola e, grazie al grazioso coperchio,  consentiranno ai vostri ospiti di "scoprire" la bontà di questo sformatino di fagioli, legume ricchissimo di proteine nobili e veramente trasformista, tanto da poter diventare farcia di golose crostate.

Una precisazione, circa di lasciarvi alla visione della videoricetta: il menù preparato per queste festività (e dalla prossima settimana poterò le ricette per la serata di San Silvestro) è all'insegna del "costo contenuto" in quanto con pochi accorgimenti ed un po' di impegno è possibile preparare dei piatti davvero invitanti senza cedere al junk food, sicuramente più comodo ma decisamente meno salubre.

Buona visione!


SFORMATINI DI FAGIOLI CON SALSA ALLO YOGURT DI SOIA

Portata: secondo piatto
Dosi per 6 persona
Difficoltà: media
Preparazione: 30’
Cottura: 40’

Ingredienti
800 g di fagioli borlotti già ammollati e lessati
100 di mandorle 
100 g di carote lessate
2 cucchiai di basilico tritato
60 g di farina 00
60 g di margarina
200 g di latte di soia
100 g di tofu bio
100 g di yogurt di soia
pane grattugiato
pistacchi interi non salati
Sale iodato
Pepe nero

Preparazione
Accendere il forno a 180°
In una pentolina sciogliere la margarina, unire la farina, tostandola e sciogliere il composto (roux) con il latte di soia tiepido: mescolare con un cucchaio di legno fino ad ottenere una besciamella morbida. Regolare di sale e mettere da parte.
Grattuggiare finemente le mandorle, schiacciare con la forchetta la carota, tritare il tofu.
Mettere da parte qualche fagiolo e frullare o passare la passaverdure i restanti scolati e sciacquati dall’acqua di conservazione, trasferirli in una ciotola, unire la besciamella, le mandorle, le carote, il tofu, il basilico, i fagioli interi emescolare bene ed unire la quantità di pane grattugiato necessario per ottenere un composto sodo ma non troppo compatto. Regolare di sale e pepe.
Passare l’interno di 6 stampini (cocottine anche da tavola per il servizio) con un po’ di margarina, spolverare con il pane grattugiato, dividere il composto e livellarlo, spolverare ancora con un po’ di pane grattugiato e cuocere nel forno statico già caldo per circa 20’ o fino alla doratura della superficie.
Nel frattempo tritare i pistacchi e trasferire lo yogurt di soia in una ciotolina, profumandolo con un po’ di pepe nero.

Sfornare le cocottine, far riposare qualche minuto e servirle con lo yogurt decorato con i pistacchi.

Millefoglie di crepes con feta al timo, datterini confit e granella di pistacchio. Per le e-saltate una ricetta, un racconto, un cuore nuovo, un dono svelato.


“Giorgio Comini?”
Sembrò un’eternità quella che intercorse tra lo squillo del cellulare e la risposta. Dall’altra parte del telefono la voce femminile pacata e professionale sembrava quella di un ambasciatore senza pena.
Si, sono io.” rispose Giorgio, la cui voce profonda e armoniosa era oramai spezzata dal respiro corto e affannato.
Abbiamo un organo compatibile e siamo pronti” continuò l’infermiera. “L’equipe si sta preparando: ha bisogno di essere accompagnato per raggiungerci?”
Rimase impietrito. Aveva perso le speranze di poter ricevere un cuore nuovo in così breve tempo: la diagnosi di cardiomiopatia dilatativa che aveva stravolto la sua vita negli ultimi mesi non gli aveva lasciato scampo, neppure nella speranza, ed era in lista d’attesa da troppo poco tempo per poter pensare che l’estate sarebbe stata la stagione della sua rinascita.
Un cuore nuovo…” esclamò sottovoce. “E di chi è?” si lasciò sfuggire, mentre dall’altro capo del filo la professionalità dell’infermiera lasciò cadere nel vuoto il quesito.

Giorgio? Giorgio mi sente? Forza, che il temporale di stanotte ha spazzato l’afa e il cielo è una tavolozza celeste!” lo incitò una voce maschile limpida come la giornata che immaginava splendesse fuori dalla terapia intensiva nella quale era ricoverato. “Sono passati in molti a chiedere di Lei e ora c’è un amico. Se ha voglia, la sollevo un po’ così lo saluta dal vetro.”
Giorgio cercò di orientarsi con lo sguardo, impigliato com’era tra i numerosi fili che partivano dal suo petto e si collegavano alle apparecchiature necessarie a monitorare i suoi parametri vitali. I suoni che emettevano, ritmati e lenti, sembravano quelli di una playlist di soul music. Mise a fuoco più lontano e vide che Francesco, l’amico di sempre, gli faceva il segno della vittoria con le dita magre ed ossute, mostrandogli l’amuleto che portava sempre con sé.
Non può entrare?” chiese Giorgio sorridendo debolmente e cercando di rispondere al segno con la mano libera dalle cannule. “Solo parenti stretti” rispose la voce maschile “e comunque non sono ancora trascorse 24 ore dal trapianto. Non sia impaziente: avrà tutta la sua nuova vita per salutarlo.
La mia nuova vita…” ripeté Giorgio “con un cuore nuovo. Sembra una favola… ma di chi è il cuore?” chiese una seconda volta prima di riaddormentarsi con la domanda sospesa, rimasta nuovamente senza risposta.


La riabilitazione fu veloce, tanto da stupire il chirurgo che l’aveva operato, e tutte le riserve vennero sciolte in pochissime settimane.
“Sembra nato con questo cuore!” esclamò lo specialista di emodinamica dopo l’ultimo esame, “Il flusso sanguigno è perfetto, i suoi vasi come rinati, le prestazioni da atleta ed i farmaci antirigetto quasi inutili. Le confesso tutto il mio stupore.” concluse guardandolo fisso negli occhi ed appoggiandosi allo schienale dell’avvolgente e comoda poltrona nello studio ipermoderno posizionato a strapiombo sulla baia. “Evidentemente, dr Novak, si tratta del cuore della mia mezza mela.” rispose Giorgio. “Quando Zeus scagliò il suo fulmine per dividermi dall’anima gemella nessuno avrebbe mai pensato che ci saremo riuniti in questo modo!” continuò sorridendo e cercando di dare una spiegazione logica ai dubbi del chirurgo con l’amore per la mitologia che lo aveva accompagnato durante i suoi lunghi anni di solitudine e ricerca.
“Ma questo è un reparto di cardiochirurgia non il Simposio.” gli fece eco il professionista, cercando anch’egli nell’irrazionale quanto la scienza non riusciva a spiegare.

Giorgio riprese la vita di sempre, tanto da tirar fuori dal garage la vecchia Suzuki dal serbatoio color panna che la malattia gli aveva fatto mettere da parte e che stava usando come mezzo di trasporto, complice un autunno mite. Mentre si allontanava dalla clinica per le dimissioni definitive, percorrendo la strada panoramica che lambiva il polo ospedaliero, iniziò a montare in lui l’ansia della domanda senza risposta. Chissà se prima o poi sarebbe stata soddisfatta la sua curiosità circa il donatore e, pur comprendendo i protocolli di riservatezza, un’inquietudine non risolta continuava a lambire le sue giornate, come le ombre lunghe che il mese di novembre stava portando con sé.
Raggiunse il centro e la vecchia e polverosa libreria dov’era solito trascorrere i pomeriggi di ozio che ogni tanto si regalava, certo che non avrebbe trovato nessuno. Tanti anni vissuti da solo gli avevano fatto amare la solitudine, quasi coltivandola, rendendo le sue rare amicizie sempre più esclusive. Troppe volte aveva aperto il cuore a chi gli aveva chiesto aiuto e troppe volte ne era rimasto ferito. “Non accadrà più”, si disse, “con il cuore nuovo starò più attento. Visto che sembra una favola, esigerò un lieto fine.” si promise.

“Buongiorno Giorgio, cosa posso proporti oggi?”
Il saluto del vecchio libraio, polveroso come i tomi accatastati fino al soffitto, in un apparente caos primordiale, lo distrasse dai buoni propositi che con il cuore nuovo, e la nuova vita, si stava dando sempre più spesso.
Buongiorno Italo!” rispose vivacemente, sorridendo da dietro gli occhiali scuri e sfilandosi la sciarpa in cachemire blu che aveva avvolto attorno al collo. “In realtà sono venuto a restituirti tutti i trattati di viticoltura estrema che ci aveva consigliato Agnese tanti mesi fa, ti ricordi? Era appena tornata dalla Georgia e si era innamorata del vino conservato nelle anfore e della tecnica sopravvissuta ai decenni di dittatura comunista. Lettura interessante, senza dubbio, e strana.” concluse.
Strana come lei” proseguì Italo. "Mi aveva chiesto più volte di te, prima che la tua malattia ti limitasse nei movimenti e avevo intuito un certo dolore, ma non ho indagato oltre. Si è congedata qualche mese fa, dicendomi che doveva partire per un lungo viaggio, raccomandandosi che ti consegnassi questo, appena ti avessi rivisto.”
Italo gli porse un pacchettino confezionato con cura: la carta, ruvida e dal rosso intenso, aveva nell’ordito dei fili d’oro che riproducevano motivi a forma di goccia, ed emanava un profumo speziato, di coriandolo e agrumi. Un sottile nastro in seta avvolgeva il leggero parallelepipedo. Non c’erano biglietti.
Giorgio guardò il libraio con aria interrogativa mentre il pacchettino sembrava acquistasse peso e calore. “Non so niente di più!” rispose il vecchio amico alla domanda non espressa.
Mise il pacchettino nello zaino scuro e distrattamente restituì i libri presi in prestito. Italo, nell’aggiornare la sua scheda, rigorosamente a mano e con la stilografica che gli aveva donato il padre, esclamò: “Ma oggi è il 18 novembre! Buon compleanno, Giorgio!”
Già, il primo compleanno della sua nuova vita.


Una volta giunto a casa Giorgio fu distratto dalla lettura della posta, dalla vicina di casa con il vizio del fumo e con il gatto in perenne fuga e dal telefono che non smetteva di squillare, dimenticando il pacchettino misterioso.
Francesco lo raggiunse mentre il sole stava calando, avvolgendo di un rosso intenso le finestre e gli interni del suo salotto bianco e grigio. Sembrava che il sole si specchiasse sulla superficie di un mare placido, una piscina, da tanto riverbero mandavano i raggi.
E’ un compleanno importante, Giorgio” puntualizzò l’amico mentre osservava i riflessi del vino prezioso che gli era stato appena versato “42 è un multiplo di 7 e per la Cabala significa che stai affrontando grandi cambiamenti.” La riflessione fu subito interrotta dal vociare che proveniva dalle scale: gli amici gli avevano organizzato una serata a sorpresa, pretendendo la sua presenza e attenzione.

Fu quasi l’alba quasi rientrò a casa e solo allora si ricordò del pacchettino rimasto nello zaino. Sembrava ancora più pesante e più caldo di quando lo toccò per la prima volta. Il rosso si era fatto più intenso e l’oro brillava maestoso. 
Sfiorò il disegno di una goccia con il polpastrello della mano sinistra, ricevendone in cambio un brivido, come una carezza discreta. Scartò il pacchettino cercando di non sciupare la carta, che si aprì come una vestaglia di seta, un origami prezioso, svelando un libro “Il gusto della vita insieme. Elogio della coppia” di Claude Habib. Non conosceva l’autrice ma mentre leggeva la sinossi, che anticipava un saggio “sui piaceri delle relazioni che durano nel tempo e sulla promessa di felicità nella quale almeno una volta nella vita possiamo credere tutti”, si ricordò quando Agnese, mentre gli raccontava dei suoi viaggi in Persia, gli aveva svelato che in arabo habibi vuol dire “amore mio”, uno dei sessanta modi che la cultura della mezzaluna fertile ha per definire la bellezza di questo sentimento. Allora non aveva colto quanto in realtà la donna voleva dirgli e mentre sfogliava il libro si accorse di un foglio leggero, piegato in modo tale da ricordargli un fiore, che segnava pag. 120, dove l’attenzione fu colta dalla frase “E io t’aspetto, ricordati.”
Aprì delicatamente l’origami e già dopo le prime righe calde lacrime di comprensione gli solcarono il viso mentre leggeva del dono di Agnese, del cui infinito amore non si era mai reso conto, come neppure del suo, soffocato dalla diffidenza e dalla paura di una nuova sofferenza. 
La lettera si concludeva con un commiato che non era un addio ma un arrivederci.
"Dolce Amore mio, dolcissimo Amore mio, la vita talvolta è strana e ti fa incontrare persone senza le quali capisci di non poter vivere ma con le quali, allo stesso tempo, per ragioni oscure, ti impedisce di condividere la tua esistenza. 
Se non posso vivere con te, voglio farlo in te. Ti sembrerà strano ma i tuoi sorrisi ombrosi, i silenzi loquaci, il pudore che ti ha a lungo impedito di parlare della tua malattia mi hanno fatto capire che tu eri la mia mezza mela. Sapere del tuo cuore malato è stato come ritrovarmi in mare aperto senza sestante, una barca in balia della furia del vento, senza la speranza di un porto sicuro dove trovare riparo. Naufraga, senza il sostegno della guida di una notte stellata. Ho scelto di interrompere il mio cammino e fare in modo che il mio respiro terminasse laddove sarebbe iniziato il tuo. 
Finché mi terrai in te, il nostro cuore non sarà più un cuore infranto. 
Per sempre tua, Agnese.”


Per l'Mtc e la e-saltata di questa settimana non poteva mancare il consueto racconto, ispirato alla stagione che stiamo vivendo, l'estate, secondo me la stagione più malinconica dell'intero ciclo annuale e da un libro, quello citato, ricevuto in dono qualche giorno fa da una serissima e preparatissima giornalista di economia, dopo che le avevo raccontato come con la fibra ottenuta all'estrattore era possibile preparare deliziosi piatti ricicloni e vegani. E dal fatto che mi è stata chiesta una donazione straordinaria di una sacca del mio sangue, Gruppo A Rh negativo.
La ricetta, anch'essa ispirata all'estate, è invece buona, pulita e giusta, ricca com'è di fibre, grazie alla farina di ceci, e di licopene, così che Giorgio potrà continuare la sua riabilitazione senza soffrire più.

Millefoglie di crepes con feta al timo, datterini confit e granella di pistacchio

Ingredienti (per 4 persone)
100 gr farina di ceci
250 ml di latte crudo
una noce di burro chiarificato
2 uovo bio
300 gr di feta
un cucchiaio di foglie di timo fresche
500 gr di datterini confit
2 cucchiai di pistacchi freschi
zucchero di canna integrale (meglio Fairtrade)
pepe nero di Sarawak
olio evo
sale iodato

Preparazione
Lavare i datterini, disporli sopra una placca da forno protetta da un foglio di carta forno, unire una presa di sale, una presa di zucchero di canna, 2 cucchiai rasi di olio evo ed un po’ di pepe macinato al momento. Cucinare nel forno statico già caldo a 160’ per circa 1h30’ oppure a 200° per 40'.
In una ciotola porre la farina setacciata, unire le uova appena sbattute, unendo a filo il latte. Regolare con un sospetto di sale la pastella così ottenuta e lasciarla riposare un’ora in frigo, coperta da pellicola.
In un’altra ciotola sbriciolare con le dita la feta e profumarla con il timo fresco e un cucchiaio di olio evo.
Usando una padella antiaderente di 16 cm di diametro cucinare per 2' minuti per lato delle crèpes appena un po' spesse e lasciarle raffreddare. 
Con un coppapasta di 5 /6 cm di diametro ottenere almeno 4 piccole sfoglie di crèpes per ogni singola frittatina.
Frullare, tenendone da parte 1/3, i datterini confit e filtrare la passata al colino cinese, ottenendo una crema morbida e profumata.
Preparare il piatto nel modo seguente: una sfoglia, un po’ di passata, un po’ di feta sbriciolata e così fino alla fine degli ingredienti. 
Decorare con i confit messi da parte e con un po’ di granella di pistacchio, ottenuta tritando i semi al un coltello.