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"La pace non trovò nè oppressi nè stranieri". Gli spaghetti del 24 maggio 1915 per l'Mtchallenge #48


“Nonno, raccontami della Guerra!”
La mia curiosità di bambino e la passione per i film dove i soldati facevano mostra del loro valore, indossando divise belle intonse come il giorno della parata, mi inducevano sempre a chiedere a nonno Tiziano di condividere i suoi ricordi di ragazzo nato nel 1899.
“Quanti nemici hai ucciso?” era la domanda topica con la quale cercavo di mettere alle strette la sua reticenza.
“La guerra è una brutta bestia”, rispondeva sempre, con gli occhi velati da tanta, tanta tristezza.
“Nonno, ma gli austriaci erano pur sempre i tuoi nemici, gli invasori stranieri che opprimevano!” esclamai un giorno, quasi incredulo dinnanzi alla sua visione così disfattista di quanto era stato necessario fare per ottenere la vittoria.
“Gli Austriaci erano ragazzi come me che se la passavano ancor peggio. Sai quante volte ho lanciato pezzi di pane secco oltre la nostra trincea? E sai quante volte ho passato loro la sega per tagliare il ghiaccio così da consentirgli di seppellire i morti non a mani nude?”


Finché un giorno mi raccontò anzi, scrisse, vergando alcuni fogli di uno dei miei quaderni di studente delle elementari, con le righe già segnate ed i bordi definiti da due graziose parallele color violetta, quasi a lasciare un testamento, una memoria scritta, di tutto il suo disagio per essere stato costretto a compiere azioni che non riteneva giuste e di tutto il suo dolore per essere stato costretto ad assistere alla morte della pietà e della compassione.

Mi chiamo Fumegale Tiziano, fu Massimiliano e di fu Maria Angela.
Sono nato a Vicenza il 21 luglio 1899.
Sono stato incorporato nel 6° Genio Ferrovieri, nel mese di giugno 1917 ed inviato, per cause di emergenza, al Distretto Militare di Vicenza, dove fui destinato all’11° Fanteria a Forlì (Deposito del Reggimento). Qui mi mandarono a raggiungere il mio Reggimento che si trovava a Gorizia, che già era stata occupata.
Giunto a Gorizia fui destinato a fare un compito un po’ arduo e cioè fare un varco per tagliare i reticolati che però avevano la corrente.
Io andai dal mio Tenente per dirle che oltre alle tenaglie mi occorrevano ancora altri tre uomini, perché i reticolati erano appoggiati sopra 4 cavalletti di Frisia ed avevano la corrente.
Era il mese di ottobre. Tutto buio.
Io dissi a loro (ero il Capomaggiore) “Prima comincio io, che sono il primo, poi il quarto, poi il secondo ed infine il terzo”. E così fu fatto. Tagliammo un varco usando le tenaglie foderate di nastro isolante e ad ogni taglio si vedevano nella notte tutte le fiammate dei reticolati.
Il varco era stato aperto così che le truppe poterono avanzare.
Però, invece di rientrare in quattro, rientrammo in tre perché, poveretto, uno si è incagliato con la giacca nei reticolati ed è stato mitragliato.
Però la Medaglia d’Argento gliela diedero al Tenente, che se n’era stato calmo sotto la tenda.
Poi mi spostarono di fronte ed andai al Piave e poi sul Monte Paù.
Ma non posso ricordare tutte le peripezie trascorse.”


Per la sfida #48 dell'Mtchallenge, lanciata da Paola, ho immaginato il nonno in trincea con un coetaneo siciliano, ancora più spaventato di lui, in quanto scaraventato in una terra straniera, letteralmente straniera, dove non era possibile riconoscersi in nulla.
Non certo nel clima così rigido degli inverni sull’Altopiano, con le trincee scavate nella neve e nel ghiaccio che superavano i tre metri di altezza.
Non certo nella lingua! Come potevano comprendersi due contadini adolescenti che fino a qualche mese prima compivano i medesimi gesti ma a mille chilometri di distanza l’uno dall’altro?
E neppure nel cibo, così diverso. Nei colori, nei sapori, nei ricordi.
Li univa solo la disperazione, la consapevolezza di essere finiti in un girone dantesco, tra le teste dei compagni che saltavano a pochi decine di centimetri centrate da cecchini ugualmente adolescenti, tra gli arti feriti tagliati con la sega e senza tanti complimenti,   tra il terrore dei gas nervini, armi vigliacche usate da uomini senza onore, ad aspettare che si sciogliesse la neve per lavarsi, a bere da pozze di fango e sangue perché resi pazzi dalla sete.


Ho immaginato i morsi della fame che amplificavano tutti i profumi e tutti i ricordi legati al cibo ed ho pensato alla dolcezza di Tiziano verso un Antonio tanto spaventato, ricambiata con quanto era rimasto nello zaino di quest’ultimo, a condividere nel fango di una tragedia senza fine gli ultimi sprazzi di una giovinezza rubata.
Ecco allora uscire come da uno scrigno magico i profumi ed i colori della Sicilia di Antonio così sconosciuti a Tiziano che contribuisce con quanto gli era rimasto della sua Vicenza, un pezzo di crosta di Asiago stravecchio, avvolto in un fazzoletto liso, che avrebbe dato all’acqua della pasta una sapidità maggiore, come tante volte aveva visto fare in cucina da mamma Angela, mentre preparava la pasta e fagioli più buona del mondo.


Infatti il sale, così prezioso per la Serenissima, non c’è: troppo costoso, soprattutto in trincea, e viene sostituito dall’acciuga e da un po’ di spirito di adattamento.
Il sugo di accompagnamento è un arcobaleno di colori e di sapori: il pomodoro secco è un pomodoro siccagno della valle del Belìci, dove si coltivano ancora dei grani antichi come il farro e il grano duro timilìa una varietà meravigliosa, dalla vita breve e dai profumi intensissimi. E’ scuro, quasi grigio, come la trincea, come la guerra.
Anche la scelta della forma della pasta, le caserecce, non è un caso: richiamano le onde sensuali dei campi di grano mosse dal vento caldo delle estati siciliane, le corse a perdifiato nascosti dalle spighe dorate, i boccoli neri di una ragazza, così bella da togliere il fiato, appena sfiorati solo pochi mesi prima.
La colatura è il guizzo argenteo di una sapienza antica, come tutti gli ingredienti di questo piatto, sapienza feconda, quella che andrebbe narrata sempre, quella che, nei miei pensieri, è la sola titolata a “nutrire il pianeta”.


Casarecce di Timilia con passata di datterini, pesto di albicocche, pomodori secchi e acciughe, polvere di capperi e granella di pistacchio

Ingredienti (per 1 gavetta)

80 g di casarecce di Timilia o Tumminia (presidio Terra Madre, Slow Food)
un pezzo di crosta di Asiago stravecchio
2 albicocche secche di Scillato
2 pomodori secchi
2 acciughe e qualche goccia di colatura di alici
un paio di cucchiai di passata di datterini confit
qualche pistacchio tostato
polvere di capperi
Olio evo (ne ho usato uno proveniente da Alcamo)

Ingredienti e procedimento per la passata di pomodoro
500 g di pomodorini datterini
bouquet garnì
qualche spicchio di aglio rosso
olio evo
Inserire i datterini in un sacchetto da sottovuoto con gli aromi, unire un paio di cucchiai di olio evo, sigillare e cuocere a 40° per circa 3 ore immersi nell'acqua.
Frullare, passare al colino, regolare di sale e pepe monk macinato al momento e mettere da parte.

Ingredienti e procedimento per la polvere di capperi
Capperi di Salina
Sciacquare ed asciugare i capperi e farli essicare (anche nell'essicatore) nel forno statico a 80°. Far raffreddare completamente e frullare. Mettere da parte la polvere ottenuta in un piccolo vasetto pulito di vetro.

Procedimento
Tagliare a concassè i pomodori secchi e le albicocche, mescolare e dividere a metà. Tostare i pistacchi in una padella antiaderente e tritarli grossolanamente al coltello.
Portare a bollore l'acqua con la crosta di formaggio e lessare a pasta.
In una pentola di ferro stemperare le acciughe con un paio di cucchiai dell'acqua di cottura fino ad ottenere una salsina omogenea. Lontano dal fuoco unire la metà del trito di albicocche.
Scolare la pasta appena al dente, eliminare la crosta, in una padella spadellare la pasta per 1' con un paio di cucchiai di coulis di datterini. Unire la salsa di acciughe e qualche goccia di colatura di alici.

Impiattare decorando con il trito rimasto, la polvere di cappero ed il trito di pistacchi

"Il cuore ha più stanze di un casino" e il muffin di aringa sciocca con liquirizia e cedro candito per l'Mtchallenge 43


"sialodàtogesucrìsto".
Maria si sorrise allo specchio. Un sorriso beffardo, comunque educato, stemperato dalle ombre grigie che si stavano mangiano i lati della superficie riflettente, come se volessero sostituire la cornice di legno sulla quale erano incastrate le poche foto che raccontavano la sua vita.
"sialodàtogesucrìsto"
Il saluto, ripetuto, entrò dalla porta della sua stanza, assieme ad un fruscio di stoffe pesanti e profumate. Non poteva essere il pastore, giunto fra le pecorelle smarrite, direttamente nel luogo dove queste amavano peccare. A lui piacevano le anime perdute dai capelli biondi e dalle unghie laccate di rosso e lo sguardo si pose nuovamente sulla sua immagine. Si, decisamente, di biondo non aveva proprio nulla. Altro sorriso ed un colpo di tosse. Caspita! Si stava dimenticando delle stoffe pesante e profumate!
Si voltò, raccogliendo i capelli con le mani, un po' civetta mentre inclinava la testa per offrire un sorriso ed inquadrare il cliente che, ancora in piedi, non si era mosso dall'uscio.


Un ragazzo giovane, con la chioma ribelle messa a bada dalla brillantina, tormentava la falda del cappello con mani candide e nervose.
Maria si alzò e il cliente si irrigidì ancora di più dentro al suo cappotto spinato di ottima fattura. Sapeva di colonia e gli abiti che indossava avevano portato nella sua stanza un profumo di pavimenti di legno lucidati a mano e di servizi da tè in argento.
"Li' ti puoi spogliare" gli disse Maria indicando un paravento di ispirazione vagamente orientale, "e c'è anche il lavandino, il bidè e il sapone. Gli asciugamani sono puliti. E anche le lenzuola" aggiunse, come a voler rassicurare il ragazzo. "Sai Tesoro, la pulizia è una forma di virtù" concluse con un tono di voce che voleva accorciare le distanze.
Il ragazzo annuì ma non si spostò di un millimetro. Una specie di statua di sale che sapeva di colonia.
"Volevo dirti che il tempo passa" riprese Maria, come a voler puntare sull'aspetto economico del loro tacito accordo "e questo non è il posto più adatto per stare in piedi e vestito", anche se, da uno sguardo più attento dello strano cliente, l'aspetto economico non doveva essere per lui un problema.
"Come ti chiami?" chiese Maria. 
"Arturo", rispose il ragazzo con un filo di voce, mettendosi quasi sull'attenti ed aggiustandosi con la punta delle dita di quelle mani così delicate gli occhiali tondi che rendevano ancora più interessante un volto decisamente bello.
"Hai idea di che cosa dovremo fare?" provocò Maria
"Ecco...vagamente....." continuò con un filo di voce Arturo. "Signora, qual'è il suo nome?"
Signora?! Da quanto tempo non veniva chiamata "Signora"! Improvvisamente si sentì ancora più vecchia dei suoi 27 anni.
"Mi chiamo Maria, Arturo. Piacere." Allungò la mano, in un gesto improvviso e ne ricevette una stretta decisa e delicata. Arturo alzò lo sguardo e la ritirò. "Vuoi toglierti il cappotto? Sai, potrebbe aiutarti non avere tutti quei vestiti addosso."


Arturo abbassò lo sguardo e silenziose lacrime iniziarono a rigargli le guance perfettamente sbarbate, congiungendosi tutte sull'angolo in cui la mascella si faceva squadrata e volitiva.
"Io sono qui perché l'ha voluto mio Padre, Maria" confessò Arturo. "Dice che alla mia età bisognerebbe aver già iniziato a frequentare "Ca de Oro", perché finita l'università è già ora di pensare al matrimonio e con le donne bisogna saperci fare." disse Arturo, una parola dietro l'altra, senza fermarsi a prendere fiato.
Maria capì al volo. "E cos'è che non ti piace di tutte queste cose che mi hai detto? Sposarti o essere qui? Forse l'università?".
Arturo si sentì come scoperto. In pochi secondi la donna sconosciuta che l'aveva accolto in vestaglia e sottoveste aveva compreso ogni cosa. Aveva ragione: della sua vita non gli piaceva nulla. Non gli piaceva la facoltà di Legge, che l'avrebbe portato a divenire notaio, come suo padre e suo nonno. Non gli piaceva l'idea di sposarsi con Irene, la figlia del socio di suo padre, con il quale era cresciuto e che considerava vacua ed insulsa. Non gli piaceva essere in quella casa, la più rinomata di Treviso, con gli uomini che aspettavano il loro turno nei salottini e sui divani in velluto rosso, con i giovani piantoni che all'ingresso proteggevano la reputazione dei clienti e con il parroco che benediceva tutti a testa bassa. 
Ma soprattutto non gli piacevano le donne.
Mentre questi pensieri gli si palesavano in tutta la loro evidenza e ferocia, un fazzoletto che sapeva di buono e di bucato gli asciugò le lacrime. Gli sembrò un gesto di profonda intimità. Si tolse gli occhiali e guardò Maria, sorridendo appena, per ringraziarla. Ed incontrò due occhi che sorridevano divertiti.


"Se vuoi apro le finestre", gli proposte la donna. Non era una cosa che si faceva visto che i casini erano luoghi dove si conservavano i segreti che tutto il paese sapeva ma, improvvisamente, aveva bisogno di aria e di luce. E ne aveva bisogno anche Arturo. 
La luce di un marzo insolitamente mite inondò la camera, il letto in ferro battuto, le candide lenzuola di lino, il severo armadio di noce nazionale e il paravento, dal quale faceva capolino una calza ancora agganciata al reggicalze di seta nera.
"Beh, che vogliamo fare?" fece Maria sedendosi sul letto, accennando a due salti, come una bimba in attesa di uscire a giocare. "Qualcosa a tuo padre dovrai pur raccontare" rifletté "e se non gli dirai le cose che vorrà sentire sono altri gli argomenti che dovrai affrontare. Lascia fare a me, del resto sono diplomata maestra e qualcosa ti insegnerò. Ora vai dietro al paravento e restaci!"
Arturò obbedì mentre Maria suonava il campanello.
Entrò una ragazzina con lo sguardo basso, le lentiggini ed i capelli rossi raccolti in due grosse trecce.

"Il Signorino è venuto accompagnato dal padre che dovrebbe essere in uno dei salottini: riferiscigli che ha deciso di rimanere con me l'intero pomeriggio e poi vai a dirlo anche alla Signora, che si regoli con la marchetta da pagare."
La ragazzina volò fuori dalla stanza, eccitata da quella strana novità, a riferire quanto le era stato ordinato. E Maria contava sull'effetto che la notizia avrebbe avuto sul padre di Arturo: "il suo pargolo che decideva di restare con la puttana per tutto il giorno! Appena entrato e già uomo fatto! Tutto suo padre non c'è che dire! Ava, portaci una bottiglia di quello buono! Qui c'è da festeggiare!"
Maria sorrise alla donna che lo specchio stava riflettendo. "Forza" le disse "qui c'è da far uscire una farfalla dal suo bozzolo".
Si avvicinò al paravento e silenziosamente attirò a sè Arturo. Gli tolse gli abiti, con lentezza, mentre dalla finestra la luce del pomeriggio inoltrato dorava la carta da parati ed i quadri di pittori sconosciuti.
Lo fece stendere sul letto e delicatamente lo accarezzò, ogni singola parte del suo corpo. Sotto i tocchi delle sue dita la pelle candida, appena velata da una peluria scura, si tendeva in brividi, un misto di paura e piacere, di imbarazzo e desiderio che lo avvolse e lo rasserenò. Chiuse gli occhi e si lasciò andare.
"Fatti sempre toccare così" gli sussurrò Maria "con amore e rispetto. E non smettere di essere curioso e giocoso con l'uomo che ami."
Arturo si alzò, all'improvviso, e si sentì molto più nudo di quanto non lo fosse nella realtà.  
"E sarebbe bello me lo facessi conoscere, un giorno, in un'altra città, quando mi sposteranno da qui. Ma fino ad allora sarai tu a dover imparare a conoscerti, a scoprirti, ad amarti."
Sotto la regia della donna il pomeriggio divenne sera. Arturo si sciolse raccontando dell'uomo che amava in segreto, della fatica di vivere un sentimento che ai più faceva ribrezzo, del desiderio di condividere sospiri e progetti, lontano da tutto e da tutti.
"Accadrà." gli disse Maria congedandolo, "Le porte non sono fatte per essere chiuse. Accogli l'amore e il dolore ed abbandona le tue paure nel guardaroba della vita, come un vecchio cappotto consunto. Sai una cosa? Il cuore ha più stanze di un casino."


L'ispirazione  è un libro che mi fu regalato dai ragazzi dello Sherwood Festival, quando in un mese cucinammo per Don Gallo ed i Baustelle, per i Gogol Bordello e Stefano Bollani, in un mix incredibile di saperi e sapori, "La cucina impudica. Le ricette segrete di una donna di mondo rivelate a chi intenda diventarlo" edito dalla casa editrice Derive-Approdi. E poi io ci ho messo il resto.
Gli ingredienti di questo muffin, preparato per la sfida 43 dell'Mtchallenge lanciata da Francesca, invece sono una miscela di nuovo e di antico, di oriente ed occidente: un mix curioso e tollerante. Come dovrebbe essere la vita. Come dovrebbe essere la cucina.
Ah, e Ca' de Oro e Maria Orbeta (in quanto leggermente strabica), in quel di Treviso, sono davvero esistite ;)

Muffin di aringa sciocca con liquirizia e cedro candito

Ingredienti
150 g di Petra 5
150 g di farina di tipo 2
1 cucchiaino di sale fino
1 cucchiaino di pepe nero di Sarawak
10 g di polvere di liquirizia
10 g ras el hanout
8 g di lievito in polvere per salati
4 g di bicarbonato di ammonio
200 g di aringa sciocca
2 cucchiai di capperi dissalati
2 cucchiai di cedro candito
200 g di kefir
80 g di burro
2 uova bio

Per la salsa di accompagnamento: yogurt bianco, senape di digione, aneto, fior di cappero.

Procedimento
Accendere il forno a 200° e disporre i pirottini dentro degli stampini in porcellana.
Frullare l'aringa, tagliare in piccola dadolata il cedro, sciogliere il burro.
In una ciotola unire le farine setacciate con il lievito, il bicarbonato di ammonio, le spezie.
In una ciotola sbattere le uova, unire il kefir e il burro, la polpa di aringa, i capperi ed il cedro, regolare di sale.
Versare il composto liquido nella ciotola delle polveri, mescolare pochissimo, dividere il composto con un porzionatore per gelati, riempendo i pirottini per i 2/3 e cucinare nel forno già caldo, abbassando a 190° per 20-25' circa.
Sfornare, sformare e servire con la salsa preparata mescolando secondo il proprio gusto yogurt bianco con senape di Digione, qualche rametto di aneto tritato e qualche fior di cappero a decorazione.


Insalata liquida di gentile al lime con baccalà e capperi fritti e un giro per gli orti veneziani

"Si narra che il patrizio Nicolò Lion, aggravato da fiera malattia desiderò tanto mangiare della lattuga che vista l'ora tarda arrivò dall'orto dei frati di Santa Maria Gloriosa. In poco tempo guarì grazie a questa singolare medicina e, in segno di gratitudine, fece erigere a fianco dell'orto una chiesa, oltre ad un piccolo monastero, che venne chiamata di "San Nicolò" o di "San Nicoletto della Lattuga".

Quello che non viene subito in mente, quando si passeggia per Venezia, è che dietro al susseguirsi interrotto di facciate di palazzi, di fondamenta, di calli, di ponti, in sintesi, di pietre, è che la città più bella del mondo è piena di alberi, di giardini, di orti. Anche se non si vedono. Infatti è dall'alto che si scopre quanto è verde Venezia, fin dall'arrivo alla stazione di Santa Lucia, dove adiacente al convento dei Carmelitani Scalzi c'è ben mezzo ettaro adibito ad orto e frutteto.


Ogni ordine religioso aveva in laguna orti che servivano per il sostentamento dei fratelli e delle sorelle ma molti possedimenti economicamente importanti erano nella terraferma, oltre agli allevamenti. Da Campalto, per esempio, partivano le "donne del latte" ovvero delle contadine che portavano ogni giorno all'alba, via mare, il latte necessario alla città. Si racconta che in una stanza a piano terra di un'osteria, "l'Antica Adelaide", ci fosse una stanza a loro dedicata nella quale si rifocillavano e riposavano prima di ripartire per la terraferma. La voce del popolo racconta che a fianco a quella stanza ce ne fosse un'altra, dove si rifocillavano e riposavano i prelati dell'isola....

La maggior parte degli ortaggi venivano, ed arrivano tutt'ora, dall'isola di Sant'Erasmo, appena un po' più piccola dell'isola di Venezia, che grazie al microclima della laguna caratterizza i propri ortaggi, come zucchine, melanzane, lattughe e primizie, come le mitiche "castraure" o carciofi violetti di Sant'Erasmo (già presidio Slow Food), con un sapore salmastro, davvero unico e goloso.

Un altro orto veneziano davvero suggestivo è quello nell'isola della Giudecca, dove ora trova dimora il Carcere femminile ricavato dall'ex convento delle Convertite: le detenute si occupano di lavorare i 6000 mq dell'orto medesimo con metodi biologici ed i prodotti vengono venduti all'esterno una volta alla settimana.



Prima di ingolosirvi con questa insalata "liquida", come la città di Venezia, vi tento ulteriormente con l'idea di una visita agli orti veneziani seguendo una guida d'eccezione, ovvero il "Quaderno degli Orti Veneziani" scritto da una mia carissima amica veneziana doc, Elisabetta Tiveron, con la quale abbiamo già organizzato delle visite meno "verdi" ma ugualmente golose ovvero quelle dei giri per bacari e cicheti (e ombre, of course :)



Insalata liquida di gentile al lime con baccalà e capperi fritti

Ingredienti (per 4 persone)
1 cespo di insalata gentile, 200 gr di baccalà ammollato, ½ litro di latte, 1 foglia di alloro, 2 bacche di ginepro, 1 lime, 1 scalogno, 1 cucchiaio di gherigli di noci o 1 cucchiaio di noci tonde, 2 cucchiaio di capperi sotto sale, 1 rametto di timo fresco, sale in fiocchi e pepe monk.

Procedimento
Cucinare il baccalà ammollato nel latte con ½ foglia di alloro e il ginepro per circa 20’. Scolare, abbattere e spezzettarlo grossolanamente con le mani. Condirlo con un filo di olio evo e le foglioline di timo, regolare di sale. Mettere da parte.
Lavare i capperi dal sale di conservazione e friggerli in un po’ di olio evo. Asciugare in carta casa e mettere da parte.
Lavare l’insalata e sbollentarla per 1 minuto in acqua salata, raffreddarla immediatamente in poca acqua fredda gelata acidulata con il succo del lime, strizzarla e frullarla con un po’ dell’acqua usata per raffreddarla. Emulsionare con un filo di olio evo e regolare di sale.

Comporre il piatto versando all’interno di una ciotola o di un piatto (meglio sarebbe a cappello di prete) mezzo mestolo di zuppa di insalata e posizionare al centro del piatto il baccalà, qualche cappero e qualche petalo colorato di fiori eduli. Potete renderla appena più croccante con un po' di semi tritati (appunto noci o nocciole) che potere preferire gustando la vostra insalata liquida: se dovesse essere un po' amara puntate sulle nocciole viceversa sulle noci.
Terminare con una macinata di pepe monk.


Ehm, forse sono andata un po' fuori tema rispetto al tema proposto da Leo per l'Mtchallenge del mese di giugno. Può bastare sapere che a Venezia c'è un bellissimo hotel a tre stelle che si chiama "Belle Epoque"? ;)

°Se Dio avesse voluto che ragionassimo con l'utero, perché ci ha dato il cervello?" Clare Boothe Luce


Abbastanza sgamati nei confronti della commerciale "Festa della Donna" e sufficientemente lontani dalla commercialissima "Festa della Mamma" si può parlare della "condizione femminile" senza cadere nel trito e ritrito del già detto e nel vetero post femminismo. Con un sorriso, anche se un po' amaro.

Allo stop mi debbo fermare! Allo stop mi debbo fermare! Allo stop mi debbo fermare! Al triangolo, no!



"Ma come hai fatto a non accorgertene?!"
"Ma chi si ricorda che la patente scade come lo yogurt!!!"
"D-I-E-C-I  A-N-N-I!!!! Altro che yogurt!"
"..uno yogurt barricato...."
"Fai la seria una volta ogni tanto. E ora come torniamo a casa? DEVI GUIDARE PER 1000 KM FRA 48 ORE!!!!!"
"E sulla A1 sotto tutti lì ad aspettare che arrivo io per verificare se guido con la patente scaduta!!"
"C-E-R-T-O  C-H-E-  S-I !!!!!
"Perfetto, allora minigonna di antilope con le frange e reggiseno imbottito, quello blu delle grandi occasioni".
"P-R-O-P-R-I-O  B-R-A-V-A !! E se fosse una pattuglia della stradale al femminile?!"
"Beh, ci sei tu: "...nella buona e nella cattiva sorte....", no?"


Lo stressometro e l'elogio alla lentezza. Grazie ad un vitello tonnato.


"Cosa cuciniamo oggi?"
"Il vitello tonnato"
"Ma è facilissimo! Da una parte il vitello..."
"e dall'altra parte il tonnato! Mi sa che è un po' più complicato..."
"Che stress cucinare! Ma non basta frullare la maionese con il tonno?!"

Questo è l'estratto di una delle innumerevoli conversazioni - tra quelle riportabili, ovviamente ;-) - che allietavano l'intenso lavoro all'interno della cucina di Rhythm & Food. Nei giorni mi sono resa conto che la cucina della tradizione domestica, in realtà, è molto più sconosciuta di quanto immaginassi ed i piatti che possono a ragione essere considerati addirittura "nazionali" in realtà conservano un alone di mistero, a partire dagli ingredienti per arrivare, durante la preparazione, alla presentazione.

Il vitello tonnato sembra essere un piatto semplicissimo: in realtà la ricetta tradizionale prevede l'utilizzo di ingredienti che di primo acchito sembrano non c'entrare nulla e la preparazione in due tempi viene allietata dall'evolversi dei profumi durante la cottura.

Ingredienti (come per tutte le ricette presentate allo Sherwood Festival le dosi sono davvero ad "occhio")
800 gr di vitello pulito e legato, 3 grosse cipolle bianche, circa 150-200 gr di filetti di tonno sott'olio, 2-3 acciughe, una manciata di capperi sotto sale, 1/2 bicchiere di vino bianco secco, olio evo, sale e pepe macinato al momento, maionese, senape.

Procedimento
Rosolare il vitello con dell'olio evo, facendolo dorare a fuoco basso in tutte le sue parti.
Mondare e tagliare finemente le cipolle e coprire la superficie di una placca da forno (magari protetta da un foglio di carta forno), adagiare il vitello bello dorato e versare il liquido di cottura rimasto, dopo averlo filtrato.
Cucinarlo per 20' nel forno caldo a 220° (statico, elettrico), girandolo un paio di volte.
Riprendere la placca, girare il vitello, unire il tonno sbriciolato, le acciughe tritate, i capperi lavati ed il vino bianco. Mescolare bene il tutto e rimettere in forno per altri 20'.
Mettere da parte l'arrosto ed affettarlo finemente una volta freddo. Nel frattempo unire tutti gli ingredienti presenti nella placca in un mixer e frullarli aiutandosi con un po' di maionese, aggiungendo, se piace, un cucchiaino di senape forte ed un po' di pepe nero macinato al momento. Regolare di sale.

Servire come nella foto (composizione di Arianna) ed assaggiare con lentezza, analoga a quella utilizzata per la cottura.