Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Stinco di maiale marinato alla birra e glassato per il #Calendario del Cibo Italiano



Oggi nel Calendario del Cibo Italiano si festeggia la Giornata Nazionale dedicata al Maiale, ambasciatore ne è l’amico Corrado Tuminelli e ulteriori informazioni nel post ad hoc pubblicato in Aifb, dove troverete anche i link alle ricette partecipanti.

Il Maiale, con licenza parlando, è un animale davvero insostituibile
Così sostenne nel 1594 Giulio Cesare Croce nel suo “L’eccellenza e il trionfo del porco” , anche in modo profetico, e come dargli torto? Infatti il cavallo è stato sostituito dal treno e dall’automobile, il bue dal trattore ma quale diavoleria 3.0 potrà aiutarci nel confezionare profumati prosciutti, golose bondiole, gaudenti mortadelle?


Si conclude l’anno e per i contadini arriva il tempo di macellare il maiale in quanto solo i ricchi potevano permettersi di far ingrassare il suino fino alla fine di gennaio prima di ucciderlo. Il periodo adatto alla macellazione, quindi, doveva essere freddo ed andava dalla prima settimana di dicembre alla fine del primo mese dell'anno, tranne che nella giornata dedicata a Sant’Antonio abate, per rispetto al santo protettore degli animali domestici. 
Si tratta di riti che risalgono agli antichi romani i quali, avendo nella quotidianità una dieta frugale prevalentemente vegetale, consideravano le carni suine con molta attenzione e rispetto, un po’ più pragmatici delle popolazioni barbariche, tra le quali il maiale era oggetto di culto e di venerazione. Il Paradiso nei miti germanici, infatti, era un posto dove gli eroi che morivano sui campi di battaglia potevano nutrirsi in eterno delle carni del Grande Maiale, Saehrimnir, una sorta di sorgente inestinguibile di cibo arrostito. Da loro, e prima ancora dagli artigiani etruschi, ha preso forma l'arte della norcineria che ancor oggi riesce a trasformare e valorizzare tutte le parti di cui è composto il suino, con caratterizzazioni regionali così importanti da aver dato vita a ben  21 Dop e 19 Igp.


Nel Veneto il maiale è sempre stato visto con un occhio di riguardo tanto da essere stato riprodotto nella Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio di Trento, nel ciclo dei mesi, e nel bellissimo Salone affrescato del Palazzo della Ragione di Padova (vedi foto). Anche in questo caso gli affreschi dedicati al ciclo delle pratiche agrarie mostrano dei norcini intenti a pelare ed a trattare la carne del maiale: l’allevamento di questo animale, infatti, divenne a partire dal Medioevo una risorsa alimentare fondamentale, disponibile anche alle classi più povere.

Nelle campagne della Serenissima il maiale viene ancor oggi chiamato “mas-cio”, che il contadino sceglieva da piccolo, attorno ai 10-15 chillogrammi, verso la fine della primavera, quando gli allevatori facevano il giro delle aie, dopo la messa della domenica, portando sul carro tanti cesti di vimini dai quali sbucavano rosei lattonzoli. 
Come veniva nutrito? Con quanto proveniva dall’orto e dalla cucina, come scarto, in quanto di avanzi non se producevano proprio! Verso la fine del suo ingrassamento il menù variava in qualità e veniva arricchito di polenta e crusca.

I giorni precedenti alla macellazione l’agitazione era palpabile, sia per il duro lavoro che avrebbe aspettato tutti che per la consapevolezza che per qualche tempo si sarebbe mangiato come poi non sarebbe più accaduto.
Alla festa partecipavano tutti: il norcino con i suoi strumenti preziosi e la formula del mix di spezie che gelosamente custodiva, le autorità del paese, come il sindaco, il farmacista, il medico condotto e magari il segretario comunale, che poi si sarebbero portati a casa un “ricordino” gastronomico e soprattutto il parroco, grazie al quale, ed all'intercessione divina, tutto sarebbe filato liscio. Tutti insieme al cospetto del re maiale al quale conferire onori e rispetto.



Era una festa anche per i bambini per i quali veniva preparato il “Baldon, così dolze" ovvero il sanguinaccio del maiale cotto con zucchero, uvetta e cedrini e poi rosolato nello strutto. Qualche estroso lo preparava aggiungendo la cioccolata, che nelle campagne avevano imparato a conoscere grazie alle razioni K degli alleati, assieme alla gomma americana ed alla carne in scatola.
Ma questa è un’altra storia.

Il piatto di oggi è preparato con lo stinco, forse una delle parti del maiale meno pregiate, che viene prima sbollentato e successivamente laccato ed accompagnato con una birra bella corposa, magari appena speziata, come quella usata per la marinatura.


Portata: secondo piatto
Preparazione: 20’
Marinatura: 12’
Cottura: 2 h + 20-30’
Difficoltà: semplice

Stinco di maiale marinato alla birra e glassato 

Ingredienti (per 4 persone)
2 stinchi medi di maiale
300 ml di birra doppio malto, magari un po’ speziata
1 cucchiaio di salsa di soia
1 cucchiaio di zucchero di canna
1 cucchiaio di ketchup
1 cucchiaio di miele di castagno
1 cipolla - 1 carota - 1 costa di sedano
1 testa d’aglio piccola
1 rametto di rosmarino
3 bacche di ginepro
3 grani di pepe
½ limone
sale in fiocchi
olio extra vergine di oliva

Preparazione
Adattare gli stinchi in una casseruola, coprirli d’acqua e farli sobbollire dolcemente per un un paio d’ore. Sgocciolare e mettere da parte.
Tagliare a rondelle le carote, a spicchi la cipolla ed a tocchetti il sedano ed unirli in un contenitore in vetro o ceramica con la salsa di soia, il ketchup, lo zucchero di canna, la birra ed aggiungere gli stinchi lessati. Coprire con una pellicola alimentare e lasciar marinare in frigo per una notte.
Accendere il forno 180°.
In una cocotte far rosolare gli stinchi sgocciolati dalla marinata con un paio di cucchiai di olio extra vergine di oliva, dorarli unire il rosmarino, lo spicchio d'aglio, la testa d’aglio, il pepe, le bacche di ginepro e spennellare con il miele mescolato ad un paio di cucchiai d’olio evo e cuocere nel forno caldo per circa 20’-30’ fino a quando saranno bruniti e completamente cotti.
Affettare gli stinchi e servirli con un po’ di patate lessate e profumate con del prezzemolo tritato, con crauti già lessati o con del morbido purè.

Per saperne di più
Costesine, musetto e sopressa, Giampietro Rorato
Il boccafina ovvero il gastronomo avveduto, Riccardo Morbelli
Convivio, AAVV
Maiale e co., Stephane Reynaud

Tartare di Ananas e uvetta: la C di crudo e di Coltello per Geo e Geo


E' iniziato qualche giorno fa, il 15 ottobre scorso, un nuovo percorso di storia dell’alimentazione, una sorta di viaggio curioso che inizierà dal lontano Paleolitico a oggi per scoprire, magari, che veramente oggi siamo quello che abbiamo mangiato e che non sempre, come diceva Feurbach, l’uomo è ciò che mangia  ma spesso l’uomo mangia ciò che è, come ha affermato il Prof. Gasparini, autorevole compagno di viaggio.

Diverse saranno le tappe del viaggio, una volta al mese fino al 20 maggio 2016, contraddistinte da una lettera dell'alfabeto che verrà analizzata sia da un punto di vista dell'antropologia gastronomica che da quello culinario: tutto questo in diretta, durante la trasmissione "Geo e Geo", Rai 3, giovedì, dalle 17.15. Il prossimo appuntamento è previsto per il 12 novembre mentre qui troverete il link del podcast della prima trasmissione.

Abbiamo iniziato con la "C di Crudo e di Coltello, ma anche di conservare" e il prossimo appuntamento vedrà come protagonista la "F di Fuoco".

Ecco quanto è stato detto lo scorso 15 ottobre e di seguito una delle tre ricette che ho cucinato davanti alle telecamere che contenevano sia la C di crudo che di Coltello: grande spazio quindi alle tartare e alla marinatura.

Buona lettura e buon appetito.

Nei confronti del Paleolitico (termine introdotto da J. Lubbock nel 1865) e che comprende un periodo vasto che va grosso modo dai 2,5 milioni di anni fa fino al 10.000 a.C.,  si è consolidato nel tempo quello che gli archeologi hanno definito “il pregiudizio neolitico”, ossia le denigrazione da parte dei neolitici del sistema alimentare paleolitico, della serie mangiavano molto male e peggio. 
In realtà potremmo quasi parlare di “opulenza materiale” anche se ossessionati dalla continua ricerca di cibo e fino alla “scoperta” del fuoco. 
In realtà cacciatori e raccoglitori lavoravano meno di noi  e la ricerca di cibo, invece che una continua fatica, era saltuaria e il tempo libero e il sonno  a disposizione erano abbondanti. 
Un uomo della caccia e della raccolta manteneva quattro-cinque persone , con gruppi di persone in continua mobilità. 
Una dieta fatta di carne, spesso di carogne di animali, residuo dei pasti dia latri grandi carnivori, accompagnata e completata da bacche, frutta e quanto di commestibile il regno vegetale, foresta e savana, potevano offrire. 

Questo il primo dato certo. 

Quanto alla carne veniva mangiata cruda, fino all’avvento del fuoco, determinando anche tutta la fisiologia  e la morfologia sia dell’apparato mandibolare – si pensi all’atto di strappare la carne-  che del sistema digestivo, nonché l’abbondante copertura di peluria del corpo per ripararsi dal freddo. Tempi di masticazione, di digestione erano certamente più lunghi rispetto ad oggi, e spesso la carne non era esente da parassiti e quanto altro. 
Mangiare crudo è tronato di moda…con tutti i dubbi e le perplessità del caso. 
Ma la nostra storia passa attraverso un lungo processo di acculturazione che ha nel cibo - nel modo di procurarlo, trasformarlo e mangiarlo- dei passaggi che via via ci distinguono dagli animali. 

Uno dei momenti di acculturazione, non solo materiale, sta nella creazione di alcuni utensili: si pensi alla selce, alla pietra scheggiata e al suo molteplice uso. 
Smembrare un animale, scorticarlo, porzionarlo,  richiedeva l’uso di selci affilate e immanicate. Da questo immanicamento trae origine il coltello. 
Potremmo proprio dire che in principio era il coltello: avere in mano una lama significava poter sfilettare, sminuzzare, sbucciare, cambiare in mille modi la forma e le dimensioni di ciò che la natura metteva a disposizione, ma soprattutto selezionare e organizzare la materia in funzione del suo consumo concreto.

Ma la faccenda è più sottile, culturalmente. Gli animali e i vegetali non sono più pensati come unità integrali  ma partitive: un pesce  poteva essere spellato, diliscato, sfilettato e suddiviso. È questa la rivoluzione di pensiero che sta a monte dell’adozione di una lama che sta a mone e a valle di tutto il processo: l’animale viene ri-pensato. L’uomo, nel momento in cui si circonda di strumenti non altera solo le sue capacità materiali ma anche il modo in cui percepisce il mondo. La tecnologia è un vero e proprio discorso  e la cucina permette di pensare il mondo in funzione del senso in cui la materia la pensiamo come cibo. 


Per farla breve ogni tradizione culinaria ha il suo “coltello da cuoco” che cambiano in funzione  e in relazione alle preparazioni di volta in volta proprie di quella tradizione. 
Un esempio per tutti. La cucina giapponese ha due tipi di coltelli: lo yanagi, appuntito, con manico sottile e corto, da impugnare ben vicino al polso in modo che la mano possa seguire la lama come se questa fosse  un’estensione del braccio. Il movimento viene impartito dalla spalla e il gioco del polso è ridotto al minimo il tutto per potere affettare sottilmente materie morbide come il pesce crudo. L’altro, il santoku, che significa tre usi per affettare, ridurre a dadini e triturare.  Una lama ampia, squadrata, con una curvatura del filo ridotta, quasi nulla. 

E ad ogni coltello, come il classico coltello da “cuoco” europeo, corrisponde una metallurgia, ma anche suoni diversi : dal tac-tac, proprio dell’azione percussiva del santoku  al zzac-zzac-zzac del coltello europeo che lavora combinando l’affondamento con il movimento orizzontale. 
Potremmo continuare ma il legame profondo tra utensile, uomo e materia prima da trattare è culturale, antropologicamente profonda. Si pensi al bastoncino con cui si affronta il cibo con un rifiuto culturale di tagliare, lacerare, mutilare. 
E non a caso, tra  tutti i mediatori culturali che nei secoli abbiamo posto tra noi e il cibo, il primo sarà il coltello: a seguire cucchiaio e per ultima la forchetta. 
Poi nei secoli i coltelli si piegheranno, in Europa soprattutto, ad usi specifici e particolari, seguendo mode e 
tendenze,- si veda la tavola di Bartolomeo Scappi- lussi nella scelta dei materiali, argento ma anche ceramica, manici desueti, design… e oggi, nelle case, non può mancare  un set di coltelli e un professionista serio, chef , viaggia sempre con il suo set personale, a volte personalizzato. Ma il tutto partì qualche milione di anni fa…con una selce, tagliente quanto basta. 
E fu cucina! 

Tartare di ananas con cornflakes ed uvetta: il dessert che non ti aspetti

Ingredienti (per 4 persone)
1 ananas
4 arance bio
2 banane
4 cucchiai di uvetta sultanina
4 cucchiai di cornflakes
1 lime
2 cucchiai di miele di acacia o millefiori
2 cucchiai di vino passito.

Procedimento
In una ciotola far rinvenire l’uvetta con un po’ di vino passito.
Pelare a vivo 2 arance e ottenere succo dalle rimanenti. Scolare l’uvetta ed unirla al succo ed agli spicchi tagliati a vivo. Lasciar riposare per qualche minuto in frigo.
Mondare e tagliare l’ananas in dadolata di 1x1, sbucciare le banane, togliere con la lama del coltello la parte superficiale e tagliarle ugualmente di dadolata: unire la frutta alla marinata di arancia ed uvetta.
Dividere la frutta in 4 coppette, versare sopra ½ cucchiaio di miele, i corn flakes e decorare con le zeste di lime.


#lebuonericette e il #menuperdue per riprendere con gusto e leggerezza con gli spiedini di maiale marinato all'arancia e mele

Il 17 gennaio il calendario cristiano festeggia Sant’Antonio Abate, ispiratore del monachesimo occidentale, uno dei santi più venerati per le sue battaglie contro i demoni.
Secondo la credenza popolare il diavolo s’incarnerebbe nel maiale, così le immagini religiose del Santo con accanto un porco sottomesso, hanno finito per farlo diventare anche il protettore di tutto il bestiame. 
Sant’Antonio si celebra sia con una benedizione agli animali impartita sul sagrato delle chiese, sia accendendo grandi falò per purificare il terreno da sterpi e foglie. Per la devozione popolare questo santo, patrono del focolare domestico perché capace di sottomettere fiamme e demoni, è ritenuto pure in grado di far guarire herpes zoster dolorosissimi come il “fuoco di Sant’Antonio”.


Il maiale, del quale è risaputo non si butta via niente, ha sempre rappresentato la cassaforte alimentare delle nostre comunità contadine, e baluardo indispensabile contro la fame. Morfologicamente quello di ieri era assai diverso da quello rosa di oggi, impostoci dalle immagini dei cartoni animati. 
Il colore del suo manto era scuro, rosso o nerastro; veniva allevato nei boschi dove si alimentava con ghiande e prodotti naturali; era snello, di testa grande e lunga, grifo appuntito, orecchie corte ed erette, canini bene in vista.
Una di queste razze autoctone era la cinta senese (oggi fortunatamente recuperata), la cui immagine si può ammirare nell’affresco del Buon Governo dipinto dal Lorenzetti nel palazzo comunale di Siena. 
Ma perché il maiale era così diffuso e festeggiato già nel passato? Semplicemente perché il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. 


Un pensiero: quando oggi usiamo il termine “porco” per offendere o identificare ciò che è disprezzabile, pensiamoci bene.
Non possiamo dimenticare che questo animale ci ha sempre offerto autentici gioielli come il culatello, il prosciutto, la mortadella, lo zampone, il salame, la pancetta, la soppressata e ancora più. (fonte Taccuini Storici).


Non vi è venuto appetito leggendo? A me si! Ed allora ecco un menù per due da condividere non solo a tavola ma anche ai fornelli.

Buon appetito!

#lebuonericette e lo Stinco di maiale marinato alla birra. Giusto in tempo per l'Oktoberfest!


L'Oktoberfest vede la luce nel lontano 1810 quando il principe Ludwing, il padre di Ludwing II, autore di quei meravigliosi castelli che consegnarono la sua fama ai posteri - il più famoso di tutti quello di Neuschwanstein - ed causa dei quali dissanguò le casse del paese. Ma senza i quali Disney non avrebbe mai saputo dove far dimorare la Bella Addormentata :)

La festa appunto, comunque fiabesca, ebbe origine per le nozze del principe ereditario Ludwing con la bella Therese, e coinvolse per ben cinque giorni tutti gli abitanti di Monaco. Visto che il numero zero era andato così bene perché non ripeterla? Nel corso di due secoli l'Oktoberfest vide interruzioni, attacchi e modifiche e giunge fino a noi, con il suo carico di allegria, di vezzosi dirndl (i tipici abiti femminili bavaresi) e naturalmente di ettolitri di birra che, in questa ricetta, diventa ingrediente, per marinare le verdure e naturalmente gli stinchi di maiale.


Si dice sempre che del maiale non si butta via nulla ma il logorio della vita moderna ci impone molto spesso di scegliere dei tagli di carne che si cucinino molto velocemente, dimenticando che il forno a temperatura media è spesso un nostro alleato: lui cucinerà per noi mentre ci potremo godere la lettura di un buon libro. Lo stinco, inoltre, è un taglio di carne non troppo costoso ma che sa dare delle belle soddisfazioni. 


La ricetta? Qui, naturalmente. E buona festa!

#lebuonericette e il Pollo marinato all'arancio in guazzetto mediterraneo

C'era da prevederlo! Un luglio ed agosto terribili, da un punto di vista metereoogico, ed un settembre che si annuncia essere dai colori e dai profumi meravigliosi.

Diventano quindi attualissime le ricette che avevo pensavo e sviluppato per i mesi di luglio ed agosto e fanno parte del progetto "Le buone ricette".



Spesso il pollo è uno degli ingredienti onnipresenti sulle nostre tavole, vuoi per la sua versatilità in cucina ed anche per il suo costo non eccessivo: a tal proposito vi consiglio di acquistare il petto di pollo intero e di tagliarlo poi a casa; l'operazione infatti non richiede destrezza assoluta con i coltelli, imparerete a riconoscere la compattezza della materia prima e risparmierete anche 3/4 euro al chilo, rispetto al petto di pollo già tagliato in fettine sottili.


Versatile ed economico, quindi, ma spesso le idee si fanno rarefatte e si finisce per cucinarlo nei soliti modi che possono poi annoiarci!
Ecco allora oggi un paio di consigli: la marinatura preventiva, basta anche mezz'ora, con il succo d'arancio, che conferirà morbidezza ed aroma alle carni, e la cottura a vapore che in pochi minuti vi restituirà un piatto profumato e divertente.


La ricetta? Qui! E buon appetito.

Il lato "b" della cucina reloaded e bbq epici. Con una picata di pollo al mango


Ve lo ricordate il primo barbeque? Attenzione la prima grigliata della vostra vita mica il primo pic-nic perchè sono due modi completamente diversi di affrontare il pranzo plain air, come dicono quelli che sanno il francese.

Io si, e nello specifico di barbeque basilari per la mia formazione gastronomica ce ne sono stati ben due.
Nel primo avevo 9 anni e con la famiglia ed amici si stava andando al mare godendo di una caratteristica unica della mia regione, il Veneto: in un'ora d'auto si arriva al mare, al lago, in collina, in laguna (Venezia e delta del Po), al fiume. Con due si arriva in montagna, quella seria delle ferrate e delle lunghe camminate avvolti dal silenzio maestoso della natura.
Come è accaduto sicuramente ad ognuno di noi nella vita ci si trovò imbottigliati nel traffico e mio padre, uomo buono ma per nulla paziente, girò l'auto e decise che il bbq sarebbe stato collinare invece che marino. Così i boschi del Cansiglio, mi videro per la prima volta senza pedule e pantaloncini tirolesi con tanto di pettorina ma abbigliata con graziosa gonnellina a balze e zoccoli in legno (eravamo negli anni '70).

Si cercò comunque di organizzare un barbeque utilizzando la carbonella portata da casa e finalmente si accese il fuoco; da lì a poco inquietanti nuvoloni raffreddarono l'aria e l'entusiasmo ma non la caparbietà: gli uomini terminarono di cucinare la carne protetti dagli ombrelloni sorretti dalle consorti mentre noi bimbi ci eravamo rifugiati nel bagagliaio di una station diventato in pochi minuti un accogliente parco giochi....e ci si ritrovò, in zoccoli e costume, a mangiare nella taverna di uno degli amici dell'allegra combriccola. Chiassosamente divertiti e satolli.

Qualche anno più tardi papà decise di acquistare un piccolo appartamento a Gallio, sull'altopiano di Asiago prima che l'irresponsabile colata di cemento uniformasse percorsi e paesaggi: ricordo ancora che da adolescente indossavo gli sci da fondo praticamente davanti casa ed arrivavo fino all'Ossario, ad Asiago. Qui li toglievo, li appoggiavo ad abete, attraversavo la strada, mi rintempravo con una bella fetta di torta Ortigara ed una tazza di cioccolata calda dal mitico Gios e poi rientravo, giusto in tempo per il pranzo.


Ma l'estate era tutta dedicata alle camminate lungo i percorsi tracciati dalle trincee scavate dai ragazzi del '99, che divennero troppo grandi durante la Grande Guerra (ricordo ancora quando trovammo in un anfratto dei vecchi fucili ed uno scheletro, una garitta intera, uno sperone da ufficiale intatto e un mestolo, tutti regalati al museo locale) e, ovviamente, ai bbq.

Il gruppo in partenza era di volta in volta sempre più numeroso, rumoroso e soprattutto contava veri esperti della griglia che discutevano per ore sul legno da scegliere (compito di noi ragazzi era raccogliere i rami secchi nei boschi), le pigne per aromatizzare le braci, la marinatura delle carni, i tempi di cottura e la prova del 9 del vero griller: se a 15 cm dalla griglia infuocata la mano resiste meno di 2 secondi vuol dire che si può iniziare a cucinare!

Anche in questo caso una station faceva parte del corteo d'auto ovvero la mitica Panda 45 di Alfredo, l'amico montanaro. Ma non era adibita a parco giochi, come accadde anni prima: il bagagliaio era dedicato alle damigiane. Si, damigiane. Tre, per l'esattezza: una di vino nero, una di vino bianco, una più piccola di grappa e qualche bottiglia di vino dolce per le signore. Del resto eravamo pur sempre in Veneto, no? ;)

Picata di pollo al mango

Ingredienti (per quattro persone)
2 petti di pollo, 150 ml di succo filtrato di limone, 2 spicchi d’aglio, 2 cucchiai di aceto di vino di mele, 2 cucchiai di salsa di soia, 2 cucchiai di radice di zenzero grattugiata con la microplane, ½ cucchiaino di peperoncino in polvere, 2 mango maturi, 1 cipolla rossa, 3 cucchiai di succo di lime filtrato, 1 lime, un po’ di prezzemolo fresco, olio evo, sale in fiocchi.

Procedimento
Preparare la marinata emulsionando due cucchiai di olio evo con il succo di limone, l’aceto, la salsa di soia, lo zenzero, il peperoncino, gli spicchi d’aglio privati dell’anima interiore e schiacciati con il palmo della mano.
Dividere ogni singolo petto di pollo di due filetti: sciacquarli, asciugarli con carta casa e disporli in una terrina in vetro coperti dalla marinata. Coprire il contenitore con la pellicola e far riposare in frigo per 1 ora.

Sbucciare i mango, privarli del nocciolo interno e tagliare la polpa in dadolata regolare di 1x1 cm, tagliare la cipolla in piccola dadolata, tritare un cucchiaio di prezzemolo fresco: mescolare tutto in un contenitore, condire con il succo di lime, regolare di sale e mettere da parte.

Sgocciolare i filetti dalla marinatura e adagiarli sopra la griglia in ghisa smaltata Staub molto calda, cucinarli 5’ per lato e impiattare servendo ogni singolo filetto con qualche cucchiaiata di insalata di mango, decorando con qualche foglia di prezzemolo e spicchi di lime.