Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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#lebuonericette e il #menuperdue per riprendere con gusto e leggerezza con gli spiedini di maiale marinato all'arancia e mele

Il 17 gennaio il calendario cristiano festeggia Sant’Antonio Abate, ispiratore del monachesimo occidentale, uno dei santi più venerati per le sue battaglie contro i demoni.
Secondo la credenza popolare il diavolo s’incarnerebbe nel maiale, così le immagini religiose del Santo con accanto un porco sottomesso, hanno finito per farlo diventare anche il protettore di tutto il bestiame. 
Sant’Antonio si celebra sia con una benedizione agli animali impartita sul sagrato delle chiese, sia accendendo grandi falò per purificare il terreno da sterpi e foglie. Per la devozione popolare questo santo, patrono del focolare domestico perché capace di sottomettere fiamme e demoni, è ritenuto pure in grado di far guarire herpes zoster dolorosissimi come il “fuoco di Sant’Antonio”.


Il maiale, del quale è risaputo non si butta via niente, ha sempre rappresentato la cassaforte alimentare delle nostre comunità contadine, e baluardo indispensabile contro la fame. Morfologicamente quello di ieri era assai diverso da quello rosa di oggi, impostoci dalle immagini dei cartoni animati. 
Il colore del suo manto era scuro, rosso o nerastro; veniva allevato nei boschi dove si alimentava con ghiande e prodotti naturali; era snello, di testa grande e lunga, grifo appuntito, orecchie corte ed erette, canini bene in vista.
Una di queste razze autoctone era la cinta senese (oggi fortunatamente recuperata), la cui immagine si può ammirare nell’affresco del Buon Governo dipinto dal Lorenzetti nel palazzo comunale di Siena. 
Ma perché il maiale era così diffuso e festeggiato già nel passato? Semplicemente perché il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. 


Un pensiero: quando oggi usiamo il termine “porco” per offendere o identificare ciò che è disprezzabile, pensiamoci bene.
Non possiamo dimenticare che questo animale ci ha sempre offerto autentici gioielli come il culatello, il prosciutto, la mortadella, lo zampone, il salame, la pancetta, la soppressata e ancora più. (fonte Taccuini Storici).


Non vi è venuto appetito leggendo? A me si! Ed allora ecco un menù per due da condividere non solo a tavola ma anche ai fornelli.

Buon appetito!

"Un amore di Babà" con gelato all'arancia e cardamomo e caviale di caffè. Per l'Mtchallenge di Maggio



Il baracchino aveva gracchiato prima del notiziario. Come sempre Ciro "Ondaverde" riusciva a scoprire prima di tutti incidenti in divenire, deviazioni, blocchi stradali e quanto di più assortito potesse capitare in strada. In questa autostrada, ancora una volta..

Mi presento, mi chiamo Ferdinando e faccio il camionista: ho 39 anni, milioni di chilometri all'attivo, una motrice che è più bella di Marilyn Monroe e tre ernie lombari.
Dov'ero rimasto? Ah si, a Ciro Ondaverde ed al suo baracchino sempre puntuale. Dovete sapere che ognuno di noi ha un nomignolo con il quale si viene battezzati per sempre: il mio è "Babà". Che dite? No, certo che no! Non sono né particolarmente morbido né profumato ma ci fu una volta che Ciro non arrivò in tempo e mi trovai bloccato sul Brennero. E li lasciai il mio cuore.


Sembrava proprio un bell'incidente.
Il lungo serpentone di metallo si andava via via allungando e l'assenza di notizie non faceva che aumentare un certo nervosismo collettivo; dal furgoncino verde smeraldo davanti al mio camion scese una ragazza minuta. Parlava al telefono, credo, visto che una nuvola di ricci color rame nascondeva gli auricolari, indossava una tuta in jeans macchiata qua e là di bianco e una t-shirt bianca di una taglia di troppo che scopriva delle braccia sottili dalla pelle candida e coperte di lentiggini.
Si diresse verso la mia cabina, continuando a parlare al telefono, e mi fece segno di abbassare il finestrino.
"Posso aiutarvi?" feci dall'alto della mia cabina.
"Gli altri non so, me sicuramente!" rispose un sorriso bianco circondato da lentiggini irriverenti. La signorina faceva la spiritosa, faceva. Noi al sud diamo del voi e non mi pare che si sia mai lamentato nessuno.
"Non so come fare! Ho il furgone carico di impasti di babà! Ad alcuni devo aggiungere il burro, altri devono essere cotti e non parliamo di quelli che devono essere assolutamente aromatizzati con la bagna alcolica e poi c'è la marmellata e il gelato e il caffè....!" Snocciolava parole alla velocità della luce mentre dietro agli occhiali dalla grande montatura due occhi turchesi facevano fuoco e fiamme.



"Non saprei come aiutarvi, Signorina" risposi, cercando di dare un senso al suo discorso "sono un camionista e, come vede, sono bloccato come Voi."
"Uffa, e quanti siamo qui! Con questo voi mi metti confusione. Ce l'hai il barachino? Certo che ce l'hai! Allora chiama a raccolta i tuoi amici che sono bloccati in questa autostrada del cavolo e digli di venire qui: c'è da impastare, da cucinare, da bagnare! Credi ce l'abbiano un compressore e un po' di gasolio? Magari anche un tavolino, anzi due. No, meglio tre" e mentre elencava oggetti che riteneva assolutamente indispensabili si arrampicò sulla cabina ed aprì la portiera. "Piacere, Martina. Chiami i tuoi amici? Ti prego! Grazie!" Scese con un balzo e si diresse verso il suo furgoncino, iniziando a scaricare scatole di polistirolo nero.
Un fiume in piena. Ecco cos'era. Divertito chiamai Ciro e gli feci un breve riassunto della situazione: servivano dei pasticceri volonterosi, tre tavolini, un compressore e del gasolio, qualche forno. E Ciro, come se fosse la cosa più normale del mondo, chiamò. E cose se fosse la cosa più normale del mondo, qualcuno arrivò. Ed arrivarono anche i tavoli, il compressore e due forni.



"Ecco, dovete fare così: strozzare l'impasto fra l'indice e il pollice e poi fare delle palline e le mettete negli stampi. Chi è che si occupa di imburrare gli stampi? E poi bisogna portarli dentro la cabina di quel camion tutto nero: il sole che la scalda la farà divenire una camera di lievitazione. Questi invece sono già a posto e bisogna cucinarli. E questi bisogna bagnarli e poi tutti vanno spennellati con la marmellata."
L'autostrada diventò un laboratorio all'aria aperta. Dalle lussuose auto ferme come dalle scassate utilitarie scesero incuriositi manager imbalsamati nei loro gessati ed artigiani dalle mani callose e tutti, come in un flash mob goloso, divennero improvvisamente degli esperti pasticceri. Le giacche di sartoria lasciarono il posto a maniche di camicia arrotolate, le tute con i loghi delle aziende si colorarono di sbuffi di farina e ditate di burro mentre sulla bagna alcolica si andavano sviluppando diverse scuole di pensiero.
Martina correva da un tavolo all'altro, consigliando, correggendo, assaggiando, sempre con gli auricolari addosso e un po' alla volta il rumore dei motori lasciò il posto al vociare di una confraternita di pasticcioni. Vociare che divenne religioso silenzio quando si trattò di mangiare quanto preparato. Tutti insieme



Non riuscivo a spiegarmi come un'autostrada percorsa da sconosciuti fosse divenuta una brigata di pasticceri concentrati e scherzosi. Non riuscivo a comprendere la frenesia di Martina nel portare a termine un compito che il ritardo, dovuto all'incidente, avrebbe impedito. E non riuscivo a capire perchè man mano che gli impasti prendevano forma sotto le mie mani diveniva sempre più forte il desiderio di avvicinarmi a lei, di confondermi con le sue lentiggini.

Le ore erano trascorse veloci e tutti gli impasti avevano trovato la giusta collocazione e non un singolo grammo era andato sprecato.
"Perchè avete fatto tutto questo?" le chiesi, ritrovando quel coraggio ad avvicinarmi che poche ore prima non pensavo avrei perso. 
"Qui dentro c'è vita!" mi rispose "Energia, bellezza, dolcezza. Vorresti davvero che tutti questi doni andassero perduti? Ti giuro: non me lo sarei perdonata, mai!" concluse, mentre la frenesia che l'aveva scossa per ore veniva meno, lentamente, azzerando le nostre distanze.



"Non giurare che ti credo" dalla mia bocca non uscirono parole ma lei sentì ugualmente: alzò la testa e mi sfiorò le labbra con i ricci che sapevano di burro e di cannella. Le sue dita sottili si fecero strada attraverso i miei pugni chiusi dalla timidezza e si intrecciarono con le mie, che ricambiarono. Fui avvolto da un calore che mi tolse il fiato, sembrava fosse entrata dentro di me, sentivo il suo respiro, il battito del suo cuore. Sentivo il suo sangue mescolarsi al mio, ogni singola goccia scossa da un brivido. Mi resi conto di volerla come non avevo mai voluto nessuna e mi scostai lentamente. Non potevo permettere che il mio desiderio rovinasse tutto. Tolse una mano dall'intreccio e mi passò una delle estremità degli auricolari sporchi di farina e di sciroppo. 
"...dammi un sandwich e un po' di indecenza/e una musica turca anche lei/ metti forte che riempia la stanza/di incantesimi spari e petardi/ ehi, come vuoi/che si senta anche il pullman perduto/una volta lontano da qui/e l'odore di spezie che ha il buio/con quei due dentro al buio abbracciati/Ehi, ehi, come mi vuoi..."

Appoggiò la mano sulla mia nuca e finalmente si arrese. E ballammo dentro al buio abbracciati...


Dall'alto della mia cabina la vidi chiudere il portellone del furgone verde smeraldo. Si girò stringendo gli occhi colpiti dagli ultimi raggi di sole e salutai le sue lentiggini per un'ultima volta mentre, lentamente, la lunga colonna di veicoli, come un serpente risvegliato, riprendeva il cammino. Strinsi il volante fino a far diventare bianche le nocche e fu allora che mi resi conto che il profumo di spezie e di zucchero, il suo profumo, il profumo del babà che avevamo impastato insieme, era ancora abbracciato alla mia anima.
"C'aggià di', 'Nando. Ti ha rubato il cuore, l'ha messo nello stampo e se l'è portato via. Ci sono femmine che appartengono solo a loro. Che non si fermeranno mai."
Quando Ciro terminava le frasi in italiano intendeva manifestare sempre una certa solennità del suo pensiero. 
Aveva ragione. 
Martina mi aveva rubato il cuore e l'aveva scambiato con un babà.


Babà con gelato all'arancia e cardamomo e con caviale di caffè

Ingredienti
Per il babà
300 g di Petra Panettone, 3 uova di Paolo Parisi, 100 g burro di bufala, 100 g di latte di bufala (ne sono bastati 80 ma la giornata era molto umida), 25 g di zucchero profumato alla vaniglia, 4 g di lievito di birra secco bio, 1/2 cucchiaino di sale di Mothia all'arancia.
Per la bagna
1 litro d'acqua, 350 g di zucchero semolato, 80 g di miele d'acacia bio, 15 g di cannella in stecca Fairtrade, 20 g di scorza d'arancia bio, 5 g di scorza di limone bio, 200 g di Amaretto di Shaschira di Luxardo.
Per il gelato all'arancia e cardamomo
300 g di spremuta d'arancia (non succo già confezionato), 100 g di glucosio, 200 g di panna fresca, 3 semi di cardamomo, 1/2 cucchiaino di semi di carrube (volendo è possibile utilizzare 100 g di sciroppo della bagna per il gelato oppure sostituire tutta la panna e trasformare il gelato - utlizzando lo sciroppo - in sorbetto).
Per il caviale al caffè
250 g di acqua, 50 g zucchero semolato, 30 g di caffè espresso, 2 g di agaragar, olio vegetale
Per l'arancia confit
1 arancia bio, zucchero a velo
Per lucidare il babà
2 cucchiai di marmellata  albicocche bio diluita con un po' di acqua tiepida ed un po' di sciroppo

Procedimento
Preparare il lievitino sciogliendo il lievito di birra con 50 g di latte tiepido e 1 cucchiaino di zucchero e impastarli con 70 g di farina, tutti presi dal totale degli ingredienti, coprire e far raddoppiare.
Nella planetaria con la frusta a gancio unire il lievitino, la restante farina, il sale sulla farina adagiata alla pareti della planetaria, le uova, aggiunte una alla volta e il latte a cucchiaiate. Lavorare fino a quando l'impasto non si sarà incordato e comunque non meno di 20'. Coprire e far raddoppiare.
Nella planetaria unire l'impasto al burro pomata montato con lo zucchero restante, unendolo a cucchiaiate e lavorare per non meno di 20' e fino a quando si staccherà completamente dalle pareti della planetaria.
Trasferire l'impasto sopra una spianatoia, staccare dalla massa sei palline schiacchiandole tra il pollice e l'indice, collocandole all'interno dello stampo precedentemente imburrato.Coprire e far triplicare (le lievitazioni sono sempre avvenute in cella tra i 24° ed i 26°).
Accendere il forno  a 220°, raggiunta la temperatura infornare, abbassare a 200° e cuocere per 25'. Dopo circa 10' di cottura coprire con un foglio di alluminio, per evitare che la superficie scurisca.
Sfornare, far riposare 15', sformare e trasferire sopra una ciotola larga e bassa.

Preparare la bagna portando a bollore tutti gli ingredienti e facendoli sobbollire per 10'. Far raffreddare o abbattere, unire l'amaretto e bagnare il babà fino a quando manifesterà l'effetto spugna ovvero che pigiato in un punto ritornerà subito alla forma iniziale. Una volta terminata l'operazione spennellare la superficie con della marmellata di albicocche diluita con un po' di bagna.

Preparare il gelato scaldando la panna, all'interno della quale sono stati lasciati in infusione i semi di cardamomo per un'interna notte, e sciogliendo con una frusta il glucosio, unire la spremuta d'arancia, mescolare bene, passare al colino, unire la farina di carrube, abbattere, trasferire in gelatiera e mantecare.

Preparare il caviale di caffè portando a bollore l'acqua con lo zucchero e con il caffè liquido. Lontano dal fuoco unire l'agaragar, mescolando bene con una frusta e trasferire in una siringa. Versare il contenuto a gocce all'interno di una teglia contenente dell'olio di semi portato a 4°. Raccogliere il caviale con un passino e trasferirlo sopra un piatto freddo.

Preparare le fette di arancia confit tagliando a fette sottili un'arancia, trasferirle sopra una leccarda coperta da carta forno, cospargerle di zucchero a velo e cucinare nel forno statico per 4h circa a 70°.

Comporre il piatto con una fetta di babà, una pallina di gelato, una fetta di arancia e un po' di caviale di caffè.



Johnatan, l'uomo che sussurava ai gabbiani. Per un'insalata con mango, aringa sciocca e noci




"Hai voglia di un'insalata per pranzo?" mi viene chiesto da una paziente, sempre più e sempre troppo paziente, Valentina.
"Hai voglia che la prepariamo noi?" le rispondo. E vedo già un lampo misto, tra curiosità e preoccupazione, farle brillare gli occhi scuri.
"A casa ho solo un mango ed un po' di aringa sciocca!" replica, rassegnata.
"Basteranno....", la rassicuro.
"E ricordati che abbiamo un pomeriggio di appuntamenti serrati. Ma tanto so che mi dirai che faremo in tempo. Come sempre".

Valentina sa che "prepararla noi", qualsiasi cosa essa sia, significa correre a casa sua, prendere tutto quello che in pochi minuti viene individuato come utile per scattare qualche foto, e dirigersi verso il Porto a tutta velocità, fermandoci in un negozio ad acquistare gli ingredienti che durante il tragitto entrano ed escono nella lista della spesa, perennemente aperta nella mia mente.

Leggevo qualche giorno fa che un rapporto della Global Food Security denunciava con percentuali drammatiche quanto già si sa da tempo: buttiamo via ogni anno tonnellate di cibo perché non è "bello" dove per "non bello" si intende una piccola scalfittura dovuta alla grandine oppure a dimensioni poco consuete.
Nel piatto 2.0 entrano solo la mela di Biancaneve, che ricordo era avvelenata, l'insalata che si mantiene come un reperto anatomico nella formaldeide, i colori turgidi e omologati da replica industriale.
Quindi "bello" è riconoscibile immediatamente, standardizzato e rassicurante. Altrimenti viene ignorato.
Quanta paura ci fa essere sorpresi...



E se venisse applicato questo metodo di valutazione agli essere umani? Non parlo di eugenetica o di manipolazione del dna. Parlo proprio di scartare, di ignorare.

Cos'è che ci rassicura in una persona? La sua prevedibilità, sicuramente. Una persona che si comporta sempre nello stesso modo ci consente anche di relazionarci senza tante complicazioni, come seguire una ricetta conosciuta e replicata più volte: mai ci sogneremo di cambiare gli ingredienti! Chissà cosa mia potrebbe accadere.

Eppure sono le persone "fuori standard" che ci danno spunti di riflessione, che riescono a strapparci un sorriso, che ci donano la loro attenzione e la loro personalità. Arricchendoci.


Come l'altro giorno, a Porto Vecchio. 

Stavamo cercando tra i sassi bagnati da un mare cristallino qualche vecchia tavola, che avrebbe fatto da appoggio al tavolino rimasto sul bagnasciuga tutta l'estate quando, all'improvviso, arriva Johnatan, un signore che ha lavorato per anni al porto e che ha sempre palesato la sua "non omologazione". Ora è in pensione e si cura di alcuni gatti randagi, tra cui un bellissimo quanto schivo "Rosso".

Ci saluta e non fa domande: trova del tutto normale che due persone armeggino con vecchi tavolini scrostati, ciotole di porcellana e insalatiere in riva al mare. Da un sacchetto prende un po' di cibo e lo appoggia in bella vista sullo "scoglio" di cemento vicino.
"E' per altri gatti?" gli chiedo, non riuscendo a soffocare la domanda.
"No, xe per Angelo", mi risponde. E chiama. "Aaaangeeeeloooooo!"
"Angelo?", domando sempre più incuriosita.
"Si, il gabbiano! Vardalo che riva".
Alzo lo sguardo e vedo un gabbiano minuto volare a cerchio sopra noi, appoggiarsi sullo scoglio, prendere senza fretta il cibo che Johnatan gli aveva preparato e poi rialzarsi in volo, spostandosi di fronte, sul tetto di un magazzino abbandonato, come a voler pranzare guardandoci.Noi, la sua televisione.
"Lo go' trovà che el gera picio, lo go portà in associazion perchè el gaveva l'ala rotta e dopo lo gavemo liberà. E mi so qui tutti i giorni".
Nel frattempo il Rosso aveva già fatto capolino, come a pretendere quell'attenzione che Johnatan ci stava dedicando. "Si, desso rivo", risponde alla muta domanda felina.

Ci saluta e se ne va, con lo stesso sorriso con il quale ci aveva accolto.



Sono giorni che ho nel cuore questo signore fuori standard, come una mela ammaccata che una volta morsa si dimostra dolce, succosa, croccante. Buona. Ricca.
Sono giorni che ho negli occhi i riflessi della luce spavalda di settembre, il canto del mare, il ticchettio del coltello, il tintinnio dei piatti e delle posate. Un silenzio operoso carico di significato.
Sono giorni che ho nell'anima questo sorriso disarmante, la gelosia di Rosso e la leggiadria di Angelo, il gabbiano dall'ala rotta a cui Johnatan insegnò a volare.

E ho nel cuore anche questa insalata, imperfetta, ma indubbiamente profumata e croccante. Direi anche buona. E nella video ricetta anche bella!

Insalata profumata all'arancia con aringa sciocca, mango e noci.

Ingredienti (per una persona abbastanza affamata)
1/2 cespo di insalata (riccia o ice), 1 filetto di aringa affumicata, 1/2 mango, 1/4 di mela pink lady o granny smith (a seconda se preferite un sapore più dolce o più aspro), 1 arancia succosa, qualche datterino, un cucchiaio di gherigli di noci, un po' di origano secco, cristalli di sale, olio evo, pepe nero macinato al momento.

Procedimento
Tagliare a julienne l'insalata, a fettine sottili la mela mondata del torsolo ma lasciando la buccia, a tocchetti il mango (sempre con la buccia), a pelo vivo l'arancia conservando "il bianco" per la preparazione successiva del condimento, a spicchi i datterini e in dadolata il filetto di aringa. Sbriciolare con le mani le noci.
In una ciotola unire il succo dell'arancia ottenuto strizzando l'albedo che la avvolge, un po' di olio evo, qualche cristallo di sale e il pepe macinato al momento. Condire l'insalata e profumarla con un po' di origano essiccato.

E buona visione :)

Snello #Blindbox01 Gusto Primavera e il cooking show Rovagnati a TuttoFood


Prendi un’evento come TuttoFood a Milano.
Metti un’azienda Italiana che ha deciso di proporre una linea di prodotti “snelli” di nome e di fatto.
Metti quattro blogger che vivono il food a 360°.
Metti una Blindbox ed ecco a disposizione tutti gli ingredienti per un’entusiasmante sfida ricca di profumi, colori e risate!


Così Rovagnati ha deciso di far interpretare da chi il cibo lo vive "virtualmente" nel proprio blog e nei social la tangibile realtà della sua nuova linea, "Snello Gusto e Benessere Rovagnati", organizzando appunto il showcooking SnelloBlindBopresso lo stand allestito a TuttoFood coinvolgendo, per il primo di quattro appuntamenti, le foodblogger Francesca, Doriana, Maria e me.

Ognuna di noi all'interno di una blindbox, una scatola "segreta", ha trovato uno dei prodotti della linea Mondo Snello ed alcuni ingredienti freschi (frutta e verdura) che rappresentavano la prima delle quattro stagioni che verranno rappresentate nelle prossime sfide, ovvero la primavera. Dalle scatole sono usciti spinacine, piselli, fragole, nespole, insomma un profumato e colorato caleidoscopio di ingredienti che, unitamente ad altri presenti a disposizione, avrebbero dato vita al piatto.


Attorno a noi una giuria attenta e severa, blogger ed esperti di social che raccontavano in diretta ai loro follower (attraverso Twitter o Facebook) quanto stava accadendo: 10' a disposizione per pensare al piatto (e in così poco tempo mi sono venute in mente tante di quelle preparazioni!) ed i successivi 35' necessari per la preparazione, cottura ed impiattamento (1 piatto per la foto e altri 7 per la giuria) sono letteralmente volati tra concassè, macinini di pepe e spadellamenti vari!

E' stato una mattinata davvero divertente che mi ha consentito di conoscere dal vivo, e di lavorarci fianco a fianco, delle donne appassionate di cibo come me. 
La grande concentrazione, e anche emozione, si è sciolta improvvisamente con la premiazione, tutto testimoniato da una divertentissima galleria fotografica!

Vi lascio con la mia interpretazione: all'interno della blindbox ho trovato il Pollo alle erbe, un cespo di radicchio di Chioggia, due zucchine e delle fragole: ho pensato quindi di proporre un piatto che amo molto, l'insalata di Gallina Padovana cotta in Canevera, inserendo un ingrediente in più, il succo e gli spicchi di un'arancia, come un immaginario passaggio di testimone fra gli ingredienti di confine tra l'inverno e la primavera, il tutto profumato da un po' di cannella, del pepe nero lungo macinato al momento, uvetta rinvenuta nel succo d'arancia e qualche pinolo tostato.








Insalata di pollo alle erbe fini con radicchio di Chioggia, uvetta e pinoli


Ingredienti (per 2 persone)
Una confezione di snello tacchino o pollo, 1 zucchina, 1 cespo di radicchio di Chioggia Dop, 2 arance, 4 fragole, 1 scalogno, 1 cucchiaio di pinoli, 1 cucchiaio di uvetta sultanina, 1 cucchiaio di olio evo, sale, pepe nero in grani e macinato al momento, 2 bacche di ginepro, ½ stecca di cannella, aceto di mele.

Procedimento
Mondare e lavare il cespo di radicchio e tagliare le foglie a julienne.
Ottenere da un’arancia il succo e tagliare la seconda a vivo, ottenendo degli spicchi puliti senza la parte bianca.

Lavare la zucchina, tagliarle a concassè o piccolissima dadolata e rosolarla con un filo d’olio e lo scalogno tagliato a spicchi sottili, ½ stecca di cannella, 2 bacche di ginepro, 3 grani di pepe nero e un paio di cucchiai di succo di arancia. Cucinare per pochi minuti: la zucchina si deve cucinare ma deve rimanere compatta. Mettere da parte.

In una pentola antiaderente tostare i pinoli (non serve olio: i semi sono già ricchi di olio!) e mettere in ammollo l’uvetta con un cucchiaio di succo d’arancia. Mettere a parte.
Disporre una sopra l’altra le singole fette di pollo alle erbe fini, arrotolarle e tagliarle a striscioline sottili e saltarle nella padella dove abbiamo tostato i pinoli per 2’ con una spruzzatina di succo d’arancia.

Preparare subito il piatto mettendo un po’ di radicchio condito con una vinaigrette preparata con un po’ di olio evo, aceto di mele (o succo d’arancia), sale e pepe nero macinato al momento, unire le striscioline di pollo, la dadolata di zucchina, l’uvetta, i pinoli e terminare con qualche spicchio di arancia e fragola e una macinata di pepe nero.


Ho vinto la prima sfida, chi l'avrebbe mai detto? :)

Il Festival dell'Ozio e un'insalata un po' ratatouille con fragole, arance e cipolla rossa

Credo sia giunto il momento che l'ozio si scrolli di dosso la cattiva nomea che nel corso dei secoli gli è stata appiccicata.
Come prima cosa per apprezzare l'ozio bisogna aver un sacco di cose da fare, altrimenti non lo si godrebbe appieno. L'ozio poi è una panacea per le trombe di falloppio, finalmente coccolate dal silenzio o appena solleticate dal cinguettio degli uccellini, dallo zampettare dei leprotti, dalla danza frusciante delle foglie.
E poi l'ozio allontana "l'imbecille volonteroso", pericoloso personaggio che mi fu spiegato anni fa da un generale dell'esercito italiano: sosteneva, a ragione, che fa meno danni un intelligente pigro che un imbecille sempre in movimento. 

Il FAI, il fondo per l'ambiente italiano, organizza una due giorni (sabato 16 e domencia 17 giugno) davvero interessante a mezz'ora di strada dal casello di Padova Est e dall'Ikea Store ad esso adiacente: il Festival dell'Ozio, appunto, Un piccolo antidoto al ritmo infernale della nostra civiltà per recuperare i ritmi naturali dell'esistenza e i piaceri considerati non produttivi, tra la cura del sé, del proprio intelletto, del proprio spirito e lo sviluppo del proprio lato creativo con una due giorni ricchi d'iniziative rivolte a tutte le fasce d'età". Nello specifico poi mi sono piaciuti tantissimo i consigli dell'ozio dati per la giornata di sabato: Leggi e contempla nelle logge, Schiaccia un pisolino all’aria aperta, Sdraiati al sole davanti al laghetto e quelli per la giornata di domenica: Fai volare gli aquiloni, Fischia con i fili d’erba, Cammina tra le vigne, Libera i tuoi libri.


E' un po' quello che abbiamo cercato di fare qualche giorno fa, durante un Open Day a Casa di Paola e Marco, diventata oramai una sede fissa per i miei corsi di cucina e le serate di degustazione.
Durante questa giornata, dalla quale poi ha preso inizio un corso di yoga, un minicorso di cucina disintossicante e una serata di cucina vegetariana, gli amici presenti hanno partecipato ad una lezione di yoga, hanno cucinato insieme a me e poi hanno degustato il tutto e nel pomeriggio si sono ulteriormente rilassati con una lezione di Shiatzu. Una ratatouille di emozioni.

E' stato davvero tutto molto lento e oziosamente costruttivo: respirare con la pancia, prendersi il proprio tempo, non confondere movimento con risultato è un lusso che ci si può permettere. Del resto, come diceva Kafka, "L'ozio è il principio di tutti i vizi e il coronamento di tutte le virtù."

Vi lascio una ricetta oziosamente fresca e gustosa, da preparare con la giusta calma e da gustare con il giusto silenzio.


 Ratatouille di misticanza con fragole, arance e cipolla rossa

Ingredienti (per 4 persone)
120 gr di misticanza, 150 g di fragole, 125 gr di mirtilli, 2 arance, 2 cipolle rosse, 1 cucchiaio di aceto di mele, 1 cucchiaio di zucchero di canna, 1 cucchiaino di senape di Digione, olio evo, pepe nero, sale in fiocchi.

Procedimento
Sbucciare le arance e pelarle in modo da eliminare la parte interna bianca (albedo) e ricavarne gli spicchi a vivo.
Lavare l’insalata e velocemente le fragole e tagliare queste ultime a spicchi.
Mondare le cipolle e tagliarle sottilmente.
Preparare una vinaigrette sbattendo con un frustino o una forcheta un cucchiaino di aceto di mele, un cucchiaino di zucchero di canna, 1 cucchiaino di senape, 4 cucchiai di olio evo versato a filo, 4 cucchiai di succo di arancia. Regolare di sale e pepe nero macinato al momento.
In una ciotola unire la misticanza e la cipolla, versare il condimento, mescolare bene e completare con gli spicchi di arancia, le fragole ed i mirtilli.
Impiattare individualmente e servire, se lo si desidera, con fiori eduli (ovvero quelli commestibili).


Ma se i Maya hanno previsto la fine del mondo perchè devo fare la revisione dell'auto?

L'attesa al pronto soccorso di Abano Terme (il mio E.R. preferito: vicino c'è un bacaro da urlo) in compagnia della Creatura che ha ritenuto opportuno, durante la festa di compleanno del suo migliore amico (non c'erano ragazze alla festa, naturalmente), rompersi due dita e il metacarpo della mano sx, è stato motivo di riflessione sul terremoto, sulla tromba d'aria che ha colpito alcune isole di Venezia e sui Maya.

I pazienti in sala d’attesa, mentre sullo sfondo uno schermo piatto, sintonizzato su SkySport, trasmetteva una tappa ciclistica che, in mancanza di altro, riusciva comunque a coinvolgere i più, rappresentavano un'umanità assortita: molti anziani un po' spaesati, quarantenni con auricolare e borsa della mamma a tracolla, bimbi con vistosi cerotti in adorazione del distributore delle merendine, una signora che smanettava al computer, alcuni turisti tedeschi con gli immancabili sandali francescani su pedalini bianchi.

Forse era la precarietà della situazione ma l’argomento che durante le ore di attesa (replicatesi poi il giorno successivo in sala gessi) si è di volta in volta sviluppato, grazie anche al avvicendarsi delle persone, è stato quello della profezia dei Maya. Ovvero mentre si attende quasi rassegnati un’anamnesi, una fasciatura, una lastra, una medicazione o un gesso si discute su quello che non sarà più fra 6 mesi. La proposta “Mi a Nadal no fasso ‘gnanca l’albero”  balza subito in pole position seguito da “quasi quasi potrei spostare il lavaggio delle tende a gennaio: una rottura in meno!”.


C’è chi confessa di essere andato dal medico per farsi prescrivere dei tranquillanti “perché ancora sei mesi così non li reggo”, chi aveva programmato la crociera e poi ha pensato bene che “il cognato quella volta con il pattino a Cesenatico ha fatto meno danni e si è divertito uguale”, c’è chi dice che “i Maya non hanno previsto la loro estinzione e vuoi proprio che indovinino la fine del mondo!” e poi ci sono quelli che “oggi è Sant’Antonio, un giretto in basilica lo faccio lo stesso”.

Di una cosa sono convinta: ci sarà una fine. La fine del mondo all’occidentale come l’abbiamo sempre vissuto fin ora, del benessere inteso come accumulo di oggetti e non del ben-essere inteso come qualità di vita, la fine del PIL ovvero di quel prodotto interno lordo che verrà sbalzato dal BIL ovvero dal benessere interno lordo, che sa rendere molto più ricchi.
Sarà la fine del rumore del vacuo che cederà il posto ai suoni del vero: non ditemi che preferite il rumore di un motore rombante davanti ad una scuola piuttosto che le risate squillanti dei bimbi del medesimo istituto!
Illusione da post Woodstock? Peace and Love anacronistico? Lo scopriremo solo vivendo e comunque ho controllato: la revisione della mia auto scadrà nel 2013 ;)

Nel frattempo un piatto semplice, bello e profumato di buono, come la mia recentissima trasferta in Sicilia.


Roll di sardine agli agrumi con pistacchio e finocchietto

Ingredienti
1 kg di sardine, 2 arance, 1 lime, 4 rametti di finocchietto tritato fine, pane grattugiato, 50 gr di pistacchi, olio evo, sale e pepe nero.

Procedimento
Mescolare il succo di arance, il succo di lime, un pò d'olio e poco sale e pepe,  immergere le sardine (private di testa, interiora spina dorsale ed aperte a libro) in questa marinatura metterle per mezz'ora in frigo. 
Accendere il forno a 200°, tostare il pangrattato in un padella con un filo di olio evo, togliere dal fuoco, lasciar raffreddare e unire il finocchietto e i pistacchi tritati.
Asciugare le sarde con carta da cucina, farcirle con una piccola presa di composto, arrotolarle delicatamente, infilzarle con degli stecchini in bambù o con degli stuzzicadenti.
Disporre i roll di sarde in una leccarda con della carta forno precedentemente oliata, aggiungere un filo d'olio e condire con poco sale e pepe. Infornare a 200 ° per 4-5'. Servire con un piccolo rametto di finocchietto e se lo desiderate un po’ di buccia d’arancia grattugiata con la microplane.