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#menùperdue in giro per l'Europa con il Fish and Chips ed i Mini Croissant



Una cena in giro per l’Europa? Perché no! Basterà impanare i filetti di merluzzo, cuocerli con le patatine in forno e servirli magari con un divertente tovagliolo che ricorda la stampa di un quotidiano per ricordare il mitico Fish and Chips che si gusta a Londra e poi, per il dessert, trasferirsi a Parigi, gustando dei delicati croissant farciti con una golosa crema alla nocciola e spolverati di zucchero a velo. 

Il meteo infatti ci anticipa un fine settimana all'insegna di un abbassamento importante delle temperature e quindi, archiviati per qualche giorno i sandali, ritorniamo ad accendere il forno, strumento essenziale per la preparazione di queste ricette.




Un menù troppo ricco? Direi di no: la cottura in forno abbasserà di oltre il 30% la percentuale di grassi così ci si potrà premiare con un piccolo e profumato croissant, che potrà poi essere condiviso anche durante la colazione del giorno dopo, giusto per iniziare con dolcezza la nuova giornata.



FISH AND CHIPS E MINI CROISSANT CON CREMA DI NOCCIOLE
Dosi: per 2 persone

Preparazione: 20’
Cottura: 20’+20’
Difficoltà: minima


Ingredienti per il Fish and Chips
400 g di filetto di merluzzo
300 g di patate prefritte surgelate
70 g di pangrattato
50 g di farina 0
1 uovo bio
50 g di maionese
50 g di ketchup
1 limone bio 
sale in fiocchi
pepe

Ingredienti per i mini croissant alla crema di nocciola
1 confezione di pasta sfoglia fresca rotonda oppure 250 g di pasta sfoglia preparata precedentemente
80 g di crema alla nocciola
1 uovo bio
2 cucchiai di mandorle a lamelle

Procedimento
Accendere il forno a 200°.
Stendere la sfoglia, dividerla in 8 spicchi aiutandosi con un coltello, mettere sulla parte più larga dello spicchio un cucchiaino di crema alle nocciole, arrotolare su sé stesso lo spicchio dando una forma a mezzaluna un po’ arrotondata, adagiare i mini croissant sopra un teglia coperto da carta forno, spennellarne la superficie con l’uovo sbattuto, spolverare con le mandorle a lamelle e cuocere nel forno già caldo per circa 20’ o fino alla doratura.
Sfornare, far raffreddare ed aumentare la temperatura del forno a 220°.

Tagliare i quattro filetti di merluzzo scongelato a metà, metterne uno sopra l’altro in modo da ottenere 4 filetti rettangolari belli spessi, salarli e peparli, passarli nella farina, nell’uovo sbattuto ed infine nel pangrattato. Far riposare su carta assorbente. Se desiderate avere un’impanatura un po’ più spessa è possibile ripassare nuovamente prima nell’uovo e poi nel pangrattato.

Dividere in due teglie distinte, coperte da carta forno leggermente spennellata d’olio evo, i filetti di merluzzo e le patate ed infornare.
Sfornare e servire immediatamente, regolando eventualmente di sale le patate, con entrambe le salse mescolate così da ottenere una salsa rosa.





Risotto all'Amarone e cioccolato: seconda ricetta e colonna sonora per #SanValentino


"Come Sire, del cioccolato nei giorni di digiuno?"
"Ma certamente - aggiunse il re con gravità - la cioccolata non lo rompe".
"Ma Sire, è qualcosa di molto buono, che sostenta e anche nutre."
"E io vi assicuro - replicò il re emozionato e arrossendo un po' - che non rompe il digiuno, perché i gesuiti, che me l'hanno detto, ne prendono tutti i giorni di digiuno, in verità senza pane in quei giorni, mentre lo inzuppano gli altri giorni".

Questo, e molti altri dialoghi, è possibile trovare nel gustosissimo elzeviro "Il Papa, Nietzche e la cioccolata", saggio di morale gastronomica, scritto da Claudio Balzaretti.


Nelle 250 pagine golosamente redatte dall'autore si scontrano morale e analisi filosofica alla luce di un precetto, quello del digiuno, che per i più abbienti era sicuramente uno status-symbol in quanto si potevano astenere dal cibo, stesi a letto e soddisfatti in tutti i loro bisogni dalla servitù, contrariamente a quello che poteva fare il popolino, il più delle volte sottoposto, più che ad un digiuno, ad una fame endemica.
Anche il cioccolato, come per tutti gli alimenti che provenivano dal nuovo mondo, fu definito afrodisiaco e più di qualche severissimo teologo descrisse la cioccolata in tazza, nella versione europea diluita con il latte e profumata da miele e cannella, contrariamente a come usavano consumarla i popoli andini, come causa di un "incendio delle passioni" e di certi "scandali all'interno dei conventi dove non avrebbe mai dovuto essere introdotta".


Successivamente si accapigliarono cerusici e medici che per secoli ne demonizzarono il consumo anzi, no, lo promossero, sottolineando le qualità rinvigorenti e reintempranti.
E se, alla fine del '700, gli animi si placarono, affrontando il tema con toni più laici e pacati nel nuovo millennio sono i nutrizionisti, i dietologi ed i gastrofighetti che si sfidano con editti e memori o, meglio, con tweet e post, circa la bontà dei semi di questa fantastica pianta.


La seconda ricetta del menù proposto con #lebuonericette, da accompagnare con "Una mattina" - Ludovico Einaudi" avrebbe fatto infuriare anche il monaco più pacioso visto che il risotto viene preparato non solo con il cioccolato ma anche con l'Amarone, vino prezioso prodotto in tutta la fascia pedemontana veronese, che lambisce il lago di Garda, che fu battezzato con questo nome così severo per distinguerlo dal Recioto della Valpolicella, un vino dolce che, a causa di un errore avvenuto in cantina, diede origine a questo vino preziosissimo.

Risotto all'Amarone e Cioccolato

Ingredienti (per due persone)
200 g di riso Carnaroli 
1 bicchiere abbondante di Amarone
80 g di cioccolato fondente 
40 g di burro 
brodo vegetale
olio evo
sale iodato
pepe nero di Sarawak

Procedimento
In una casseruola scaldare 2 cucchiai di olio evo, tostare il riso, sfumare con il vino e procedere alla cottura per 14’, aggiungendo di volta in volta il brodo vegetale caldo.
Sciogliere a microonde (mi raccomando, mai superare i 350w di potenza) oppure a bagnomaria il cioccolato, unirlo all’ultimo mestolo di brodo e portare a termine la cottura.
Lontano dal fuoco mantecare con il burro freddissimo (meglio se fosse posto in freezer all’inizio della preparazione del piatto) e servire immediatamente decorando il piatto, se lo si desidera, con un alchechengi o una foglia d’oro alimentare (la si trova nelle gastronomie più fornite) oppure con un quadrotto della parate restante della tavoletta di cioccolata tritata con il coltello.
Il vino di accompagnamento sarà ovviamente quello utilizzato parzialmente per la cottura.

#lebuonericette e il #menuperdue per riprendere con gusto e leggerezza con gli spiedini di maiale marinato all'arancia e mele

Il 17 gennaio il calendario cristiano festeggia Sant’Antonio Abate, ispiratore del monachesimo occidentale, uno dei santi più venerati per le sue battaglie contro i demoni.
Secondo la credenza popolare il diavolo s’incarnerebbe nel maiale, così le immagini religiose del Santo con accanto un porco sottomesso, hanno finito per farlo diventare anche il protettore di tutto il bestiame. 
Sant’Antonio si celebra sia con una benedizione agli animali impartita sul sagrato delle chiese, sia accendendo grandi falò per purificare il terreno da sterpi e foglie. Per la devozione popolare questo santo, patrono del focolare domestico perché capace di sottomettere fiamme e demoni, è ritenuto pure in grado di far guarire herpes zoster dolorosissimi come il “fuoco di Sant’Antonio”.


Il maiale, del quale è risaputo non si butta via niente, ha sempre rappresentato la cassaforte alimentare delle nostre comunità contadine, e baluardo indispensabile contro la fame. Morfologicamente quello di ieri era assai diverso da quello rosa di oggi, impostoci dalle immagini dei cartoni animati. 
Il colore del suo manto era scuro, rosso o nerastro; veniva allevato nei boschi dove si alimentava con ghiande e prodotti naturali; era snello, di testa grande e lunga, grifo appuntito, orecchie corte ed erette, canini bene in vista.
Una di queste razze autoctone era la cinta senese (oggi fortunatamente recuperata), la cui immagine si può ammirare nell’affresco del Buon Governo dipinto dal Lorenzetti nel palazzo comunale di Siena. 
Ma perché il maiale era così diffuso e festeggiato già nel passato? Semplicemente perché il bestiame di grandi dimensioni veniva destinato al lavoro nei campi, le pecore o le capre servivano per la produzione di latte, lana o pelli, mentre l’allevamento del maiale garantiva carni facilmente conservabili se salate, affumicate o insaccate. 


Un pensiero: quando oggi usiamo il termine “porco” per offendere o identificare ciò che è disprezzabile, pensiamoci bene.
Non possiamo dimenticare che questo animale ci ha sempre offerto autentici gioielli come il culatello, il prosciutto, la mortadella, lo zampone, il salame, la pancetta, la soppressata e ancora più. (fonte Taccuini Storici).


Non vi è venuto appetito leggendo? A me si! Ed allora ecco un menù per due da condividere non solo a tavola ma anche ai fornelli.

Buon appetito!