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IL COUSCOUS MAROCCHINO DELLA COMUNITA’ EBRAICA CON LE PRUGNE #INNAMORATEDELLETUERICETTE

Mille e una ricetta
“Ett’am fi lafrah ou laqrah”, “Il couscous, presente nei momenti di gioia e di dolore”.
Per gli abitanti del #Magreb, come per tutte e popolazioni del Mediterraneo, gli alimenti non sono elementi passivi della vita di tutti i giorni, ma hanno un preciso significato e sono legati ai riti che accompagnano i momenti chiave dell’esistenza. Momenti che, come attraverso uno squarcio spazio-temporale, ci conducono ad un punto e ci indicano la via per il successivo.
Nella mia sempre più affollata macchina del tempo siamo pronti per un nuovo viaggio alla scoperta della #cucinamediterranea con le prugne  Sunsweet #innamoratedeltuobenessere e faremo tappa in Marocco.
Accomodatevi che mille e mille saranno le storie che vi racconterò.



Granelli di storia e semi di geografia
Chi ha seminato per primo il grano duro? Una donna nell’oasi di Damasco, dove sono state scoperte tracce di farro risalenti a diecimila anni fa? Oppure erano nella bisaccia di una contadina nomade che dal Corno d’Africa cercava con la sua tribù un luogo migliore dove vivere?
Alcuni botanici affermano che i geni del grano duro ci portano nelle pianure costiere, verso le rive del Mar Rosso, tra lo Yemen e l’Eritrea, a seguito delle popolazioni che migravano seguendo il percorso del Nilo.
In tutte le lingue parlate berbere, dall’oasi egiziana di Siwa alle coste atlantiche del Marocco e verso sud fino al Mali e al Niger, dove vivono delle popolazioni tuareg, i nomi îrden, îarde o îdhen, che identificano il grano duro, non derivano in alcun modo né dalle lingue del vicino Oriente né dal latino.
Il grano duro, infine, prima di arrivare nelle cucine latine e trasformarsi nella “pasta a fili” ben raccontata nei Taccuina Sanitatis, è stato fondamentale bottino di guerra, come la caduta di Cartagine ben racconta.


Lo zen e l’arte della manutenzione del couscous
Dalle steppe alle cucine del Mediterraneo il passo non è stato così breve. I rotondi granelli hanno bisogno di pazienza e maestria per essere “cocciati” in un’alchimia segreta di acqua e semola, dove il diametro del singolo granello è identitario di un luogo e caratterizza le pietanze. Sta di fatto che l’aleppino Ibn al-‘Adìm, nel suo trattato di cucina dato alle stampe nel XIII sec, declinava quattro ricette, dando delle indicazioni tecniche fondamentali: l’arte di spianare i grani e l’importanza della corretta cottura a vapore, dove la chiusura ermetica del tegame trasforma i grani che dovranno traboccare di tutti gli umori e dei profumi degli ingredienti che la tradizione e la fantasia suggeriscono, in una sorta di zuppa, intesa nel senso antico della parola.

I grani di semola devono essere leggeri, regolari, separati e per ottenerli ci vuole una mano felice e una buona dose di pazienza. Una volta lavorati si setacciano, con setacci diversi, così da ottenere uniformità di cottura che dovrà avvenire rigorosamente al vapore. Successivamente si stenderanno i granelli sopra un panno pulito e lasciati essiccare al sole, areandoli di tanto in tanto con le dita della mano. Si coccolano, insomma, ad uno ad uno e così amorevolmente accuditi sapranno dare il meglio di sé assieme alla carne, alle verdure ed al pesce, alla frutta e alle spezie.



Granelli vagabondi
La cucina del Mediterraneo lo declina in decine di ricette ma, molto più importante, lo colloca in diverse latitudini. In una trattato di cucina provenzale del XVI secolo se ne trova traccia sotto il nome di “coscoton alla moresca” e nel 1895, il Cordon-Bleu indica “il couscoussou arabo” fra le “minestre della cucina straniera”. 
La semola trasformata in cuscus è oggi tradizionalmente consumata a Livorno, in Sardegna e in Sicilia: il cuscus alla livornese, la fregola sarda o il Cascà di Carloforte, legato alle comunità tabarchine, ma anche il cuscus trapanese con il pesce raccontano di questo spirito vagabondo.

Per curare la nostalgia
Shihāb al-Dīn Abū l-ʿAbbās Aḥmad ibn Muḥammad al-Maqqarī, storico arabo maghrebino, vissuto tra il 1580 e il 1630, racconta che il profeta Muhammad apparve in sogno ad un amico letterato orientale, del quale era ospite, raccomandandogli di curare la sua nostalgia con un “kuskusun” dolce.

Un piatto intimo e conviviale
Proviamo a pensare ai piatti che condividiamo con amici e parenti nei momenti importanti della nostra vita: le cerimonie religiose (come il battesimo o il matrimonio), i compleanni e gli onomastici, il Natale e la Pasqua, la laurea, una promozione oppure un addio. Cibi rituali per momenti chiave della nostra esistenza. Sono tutti diversi da famiglia a famiglia, da festa a festa.

Per il couscous non è così. E’ presente nelle ricorrenze sacre e in quelle pagane, nella circoncisione dei bimbi come nel primo giorno di scuola, nel matrimonio come nel dopo hamman con le amiche, all’inizio del nuovo anno agricolo, ai festeggiamenti del solstizio, per il Ramadam. 


La vita scandita dai grani del couscous, l’elemento mediatore prediletto, Sid lasiyad, “signore tra i signori”, in quanto porta in sé i quattro elementi di base dell’alchimia: il fuoco, che partecipa alla sua creazione, la terra, che ha prodotto il grano, l’acqua, elemento fondamentale per la crescita e la trasformazione ed infine l’aria, ovvero il vapore profumato, quasi fosse un incenso. 

Così che il t’am el Janaza, il couscous servito prima di recarsi al cimitero sarà l’atto caritatevole verso il defunto come quello preparato durante il Iaouham, il periodo che caratterizza i primi quattro mesi di gravidanza, quando le voglie, intese anche come capricci alimentari, verrano placate con couscous speciali, che non si preparano tutti i giorni, un po’ volubili come un capriccio, salati e speziati oppure leggeri e dolci, che vedranno la frutta, fresca e secca, come protagonista assoluta.

Piatto arabo per le feste ebraiche
Elementi alchemici, riti che donano alla quotidianità del couscous una sacralità unica che trova nella condivisione la quintessenza dell’accoglienza e del benessere.
Come la ricetta che vi presento oggi. 



Il Marocco, durante la seconda guerra mondiale, faceva parte della "Francia non occupata”, colonia sotto il diretto controllo del governo collaborazionista e filonazista di Vichy. Ebbene, Muhammad V, re del Marocco (ma senza un effettivo potere), nel 1940 dinnanzi agli emissari di Pétain che gli chiesero la lista dei nominativi da deportare, rispose che non esistevano sudditi ebrei, bensì solo sudditi marocchini. E quando gli occupanti francesi vollero imporre la stella gialla, il monarca chiese di ordinarne dieci in più, perché l’avrebbe indossata anche lui e tutta la sua famiglia. Protesse gli oltre 250mila ebrei che vivevano in Marocco ed anche le loro proprietà.

Per la comunità ebraica la tavola è l’altare e il cibo è un modo per glorificare la grandezza di Dio e cosa c’è di più grande di condividere anche la cultura gastronomica di un paese che accoglie e protegge lo “straniero”?

La ricetta di questo couscous della festa vede un procedimento un po' semplificato, in quanto non tutti possono avere in dispensa una couscoussiera tradizionale, ma non toglietevi il piacere di lavorare con serena lentezza e con il sorriso nel cuore e nelle labbra, come si conviene alla preparazione di un piatto da condividere in una cerimonia.

R - IL COUSCOUS DOLCE E SALATO DELLE FESTE CON PRUGNE, MANDORLE, POLLO E CECI (KASKSOU EL FARHA)

Portata: primo piatto
Dosi per 4 persone
Difficoltà: media
Preparazione: 20’ 
Cottura: 45’ circa

Ingredienti, 
600 g di couscous, meglio se palestinese e del commercio equosolidale
600 g di petto di pollo (o, se preferite, di costolette di agnello)
250 g di zucca a tocchetti
6 cipolline bianche (tipo le “borrettane”)
3 carote
1 bicchiere di ceci lessati
5 cucchiai di olio di arachidi
1 cucchiaio di zucchero
100 g di uvetta
100 g di mandorle 
1/2 bicchiere di mandorle tostate a lamelle
1/2 cucchiaino di cannella in polvere
1/2 cucchiaino di pepe nero di Sarawk
1/2 cucchiaino di curcuma in polvere
3 pistilli di zafferano
olio evo
brodo vegetale
sale

Procedimento
Mettete in ammollo in acqua tiepida le prugne e l’uvetta per 10’.
Mondate le carote e tagliatele a tocchetti regolari, mondate le cipolle ma lasciatele intere, tagliate a tocchetti anche la zucca ed infine il pollo.
Nella base della tajine scaldate due o tre cucchiai d’olio e rosolate il pollo per 10’, aggiungete le verdure e rosolatele per altri 10’, infine aggiungete un paio di mestoli di brodo dove avrete sciolto lo zafferano e continuate la cottura per altri 10’. Profumate con il pepe macinato al momento.
Nel frattempo tostate metà  delle mandorle in una padella dal fondo pesante o antiaderente e, una volta raffreddate tritatele grossolanamente. Nella stessa padella rosolate con un paio di cucchiai d’olio le prugne e l’uvetta scolate. Mettete da parte e friggete nell’olio di semi le mandorle rimaste.
Pesate il couscous e cuocetelo nella stessa quantità di brodo vegetale leggero bollente dove avrete sciolto metà della cannella e dello zucchero. Mescolate e sgranate bene ed unite metà delle mandorle tritate.
Componente questo couscous da cerimonia accomodandolo (meglio sarebbe a piramide) nella base della tajine, attorno distribuite la carne e le verdure, decorate con le mandorle fritte ed infine insaporite il tutto con lo zucchero e la cannella rimasti.

Bibliografia
Le avventure del couscous di Hadjira Mououb e Claudine Rabaa, Guido Tommasi Editore, 2009
L' Islam a tavola. Dal Medioevo a oggi di Lilia Zaouali, Laterza 2005
La cucina di Ziryab di Farouk Mardam-Bey, Edizioni Lavoro 1998
Di Tripoli il buon sapore di Vincenzo Capretti, Ed. Mursia 2011
G. Ascoli Vitali-Norsa, La cucina nella tradizione ebraica
J. Rundo, Shalom Salaam - Feste e ricette dal Medio Oriente
Di Tripoli il buon sapore di Vincenzo Capretti, Ed. Mursia 2011
Habibi di Craig Thompson, Rizzoli Lizzard, 2011

Finito Carnevale? Settimana detox (che nelle pasticcerie ci sono già le colombe): si inizia con una bella insalata d'inverno


Si fa presto a dire detox e soprattutto si fa presto a dire "insalata".
E' indubbio che la Quaresima arriva come manna dal cielo (è il caso di dirlo) in quanto la bella stagione sta bussando alle porte, anche del nostro armadio e, tra un brindisi ed un'apricena, siamo seduti a tavola da metà novembre.
Il nostro fegato grida vendetta e prima portare tutti gli abiti ad allargare è meglio metterci un po' d'impegno ed iniziare le pulizie di primavera soprattutto all'interno delle nostre dispense: per un certo periodo, che non a caso tutte le religioni del mondo collocano tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera, ci verrà richiesta una cerca morigeratezza dei costumi (altrimenti chi avrà il coraggio di indossarli?), optando per menù più salubri e meno complicati da gestire per il nostro organismo che, per affrontare meglio l'intensità del cambio di stagione, dovrà liberarsi di molte, troppe, tossine accumulate in meno di due mesi.


E quindi ci si tutta nelle "insalatone" ovvero un guazzabuglio gastronomico dove si associano proteine animali e vegetali, animali e animali, senza proteine e tanti sali minerali, molte fibre e un pizzico di olio...insomma spesso più complicate da gestire di una salama da sugo.
Il fatto di pranzare o cenare con un'insalatona non deve divenire il pretesto per assemblare l'inassemblabile, consentendoci di condire le nostre portare cum grano salis, letteralmente.


La proposta di oggi, ovvero un'Insalata d'Inverno, racchiude nei principi un po' amari del pompelmo quell'aiuto a depurarsi del quale il vostro fegato ve ne sarà grato, nell'uva sultanina una riserva di energia che non ci creerà picchi glicemici, nel rosso della melagrana non solo colore ma tanti antiossidanti e nelle mandorle e nei semi di lino gli acidi grassi che tanto fanno bene al nostro organismo.
La parte da leone la fa, ovviamente, il cappuccio, una lattuga dal cespo compatto a volte chiuso ed a volte più aperto e morbido. 
A questo gruppo appartengono anche altre "insalate" dai nomi e dai sapori più disparati: la trocadero, la brasiliana, la letizia, la regina di maggio e la meraviglia delle quattro stagioni, invitante già dal nome.


Quantità e procedimento li trovate qui, nel sito de Le Buone Ricette, mentre per la prossima ricetta detox vi aspetto domani.

Buon appettito :)

Quadretti di castagnaccio all'arancia con quenelle di terrina speziata di oca e maiale al ginepro. L'autunno della vita per l'Mtchallenge di Novembre

Quando Serena, in arte la Signora Pici e Castagne, vincitrice dell'Mtchallenge di Ottobre, ha proposto il tema della sfida di novembre, raccontando del suo autunno e del suo ingrediente preferito, non sono solo castagne ma soprattutto ricordi ed emozioni, ho pensato immediatamente al fatto che l'autunno è una stagione, spesso della vita, associata alla morte ed al rinnovamento. Perché sotto le coltri rosseggianti di foglie e di involucri che proteggono semi preziosi la Natura si mette a riposo, un riposo apparente, come morta. In realtà raccoglie le energie per dare il meglio di sé qualche mese dopo. La quiete prima della tempesta. O forse la tempesta prima della quiete.

La ricetta è speculare a queste apparenti contraddizioni: la semplicità del castagnaccio contrapposta alla ricchezza della terrina d'oca che insieme completano il bouquet con le spezie ed il cioccolato. Come la playlist che l'ha preceduta ed il racconto che segue.



 "Lascio a Lei le chiavi dell'auto?"
Due occhi cisposi risposero alla domanda con uno sguardo interrogativo. E silenzioso.
"E' venuta ad accompagnare un paziente?" replico' lo sguardo cisposo.
"Beh, effettivamente si. La paziente sono io. Le lascio a Lei, quindi?"


Anna, l'infermiera che imparai ad amare lentamente, si avvicino' incuriosita. 

Con lo sguardo cercava il mio inesistente accompagnatore fino a realizzare la cruda realtà ovvero che mi stavo ricoverando da sola. I suoi grandi occhi azzurri si riempirono improvvisamente di lacrime e due mani calde ed abbronzate si presero cura delle mie chiavi e della mia anima.
Salimmo al quarto piano e mi fece entrare in quella che per mesi sarebbe stata la mia casa; la luce del tardo pomeriggio coloro' le candide mura, l'arredo ed i miei abiti di un caldo arancione ed una soffice voce, com'era soffice Anna, mi riporto alla cruda realtà. 


"Devo controllare il tuo bagaglio. Sai, le regole." Con delicatezza tolse dalla valigia i capi estivi che avevo portato con me, anche se la bella stagione quell'anno non esplose mai veramente, i numerosissimi libri, i candidi fogli e le scure matite cercando, infine, fra i cosmetici racchiusi nel beauty qualcosa che potesse essere contundente. "Non c'è nulla" concluse.
"Lo so - risposi - riesco a farmi male senza palesare le lame."

Osservavo il sole tramontare in una gabbia di vetro, alle mie spalle una voce maschile. "Vedo che ha mantenuto la promessa" osservo' il medico che mi aveva vista poche ore prima. "Vedrà che io manterrò la mia" concluse, un po' a disagio dinnanzi alle mie lacrime silenziose che non accennavano a diminuire.
"Le credo - risposi cercando di darmi un minimo di contegno - ma non mi aveva detto che c'erano le sbarre alle finestre. Sono trasparenti, e' vero, ma...." 

Non riuscii a continuare e lo fece lui per me: "Le sbarre servono per proteggerla. Mi creda." 
"Si, ma non mi proteggeranno dal mio più grande nemico" - risposi con un fil di voce - "lui e' dentro me".


La prima cena fu solitaria e silenziosa e anche se la socializzazione faceva parte della cura il desiderio di solitudine facilitava quello di rendermi trasparente, come le sbarre che si confondevano con l'aria; i giorni si susseguivano ritmati dai colloqui, dall'attività' fisica e dalle lunghe passeggiate, ore e ore nel giardino dell'ampia costruzione, circondato da colli vulcanici e da alberi maestosi.

"Sei al quarto piano, vero?" mi chiesero due occhi timidi e segnati da rughe che non sorridevano mai. 
"Quello delle anoressiche" continuarono gli occhi che evidentemente conoscevano bene le regole della clinica psichiatrica "in effetti sei un po' secca." conclusero, increspandosi lievemente.
"Io invece sono al secondo piano, sai, quello misto. Non e' che io sia matta ma, cosa vuoi, quando è tempo di andare un vacanza mio marito, che e' sempre molto occupato, avrebbe bisogno di staccare un po'. Anche i miei figli, che sono sempre tanto occupati, avrebbero bisogno di staccare un po'. Così mi portano qui, quindici giorni, sai lo fanno per il mio bene. Dicono che sono esaurita." 

Gli occhi timidi continuarono a raccontarsi fino all'ora in cui bisognava rientrare per la cena. "Mi ha fatto bene parlare con te. Ci vediamo anche domani? "


Si alzo' e mi lascio' un po' inebetita a fissare le mani che stringevano quel libro del quale non ero riuscita a leggere una riga: il racconto pacato e circostanziato della sua vita mi aveva scosso profondamente. Le foto, che teneva custodite in un astuccino di pelle rossa, un po' consunta come le sue passioni, rappresentavano le immagini felici di tempi che non sarebbero tornati mai più: il calore di un abbraccio appassionato, le risate dei bimbi di un'interminabile tavolata natalizia, le pose un po' vezzose di una bella donna troppo sensibile per resistere al logorio della vita moderna. Aveva trovato in se' il caldo rifugio che il mondo le aveva negato. Ed aveva alzato le sue sbarre.


"Dicono che mi vuole portare via il lavoro." fece il medico durante il colloquio personale  settimanale. Il mio sguardo identico ad un punto di domanda lo invito' a continuare. 
"La signora Alfonsa mi ha confidato che tutti i pomeriggi parla con una dottoressa magra e vestita di bianco e l'altro giorno ho verificato che si stava riferendo a Lei." concluse sorridendo sornione dietro agli occhiali dorati dalle lenti tonde.

Balbettai, cercando di spiegare che avevo ripetuto più volte ad Alfonsa che non ero un dottore, ma il medico mi stoppo' immediatamente. "Non è un rimprovero ma una constatazione: lei ha fatto molto per quella donna e domani uscirà: mi ha annunciato che è troppo comodo essere esaurita."
Ricordai immediatamente un pensiero di Alfonsa, espresso ad alta voce durante un pomeriggio più uggioso del solito: "Che poi la scritta Manicomio la leggono quelli che sono fuori, mica noi che siamo dentro." 

Fu la prima risata dopo tanto tempo, una liberazione, come se il calore di una battuta involontaria avesse sciolto la scheggia di ghiaccio che continuava a ferire il mio cuore.

"Il suo pugnale si sta sciogliendo?" chiese il medico mentre il suo sguardo si faceva più sottile. 

"Credo abbia perso il filo, si. Ma è solo l'inizio, vero?" risposi senza distogliere lo sguardo dal suo.
"Sarà un lavoro lungo, faticoso, doloroso" sottolineò con un tono di voce grave "forse durerà tutta la vita. Ma se avrà successo sarà solo merito suo." concluse spostando lo sguardo verso le sbarre trasparenti.



Quando Anna mi riconsegno le chiavi le mani erano molto meno abbronzate ma pur sempre soffici e calde, come soffice e caldo fu l'abbraccio di commiato. 

"Ricordati che non ti voglio vedere mai più!" fece strizzandomi l'occhio sorridente.

Mentre la porta di vetro si chiudeva alle spalle i miei passi risuonarono di un'eco nota: nel frattempo le stagioni si erano succedute e l'autunno si era presentato con il suo corollario di colori e profumi. L'auto, ferma da mesi, era ricoperta dai frutti del sovrastante castagno di cui si andava via via spogliando ed un piccolo scoiattolo, sul tettuccio, si stava preparando il pranzo. Non si accorse subito della mia presenza ma i nostri sguardi si incrociarono giusto il tempo di vederlo sparire con il suo prezioso bottino, seguito da uno svolazzo di coda.


La mia attenzione si concentrò su di un cartoncino bianco, che sicuramente aveva visto tempi migliori, adagiato a terra. Spostai le foglie sottili che lo celavano: si trattava di un biglietto da visita e la carta groffata riportava spezzoni di un nome e un aforisma: "Che il cibo sia la tua medicina." 


Sorrisi all'ironia della sorte. 
Forse, un giorno, accadrà.



Quadretti di castagnaccio all'arancia con quenelle di terrina speziata di oca e maiale al ginepro

Portata: primo piatto
Dosi per 6-8 persone
Difficoltà: media
Preparazione: 30’ più il riposo

Cottura: 2h

Ingredienti per il castagnaccio
300 g di farina di castagne, 420 ml di acqua, una manciata di mandorle a lamelle, gli aghi di 3 rametti di rosmarino fresco, le zeste di un arancio bio.
Ingredienti per la terrina
300 g di petto d'oca senza pelle, 120 g di filetto di maiale, 120 g di grasso dell'oca, 1 cucchiaio abbondante di miele all'arancio, 1 scalogno, 2 cucchiai di Porto, 2 cucchiai di succo di melograno (ottenuto dai chicchi di mezzo melograno pulito, privato delle parti bianche, frullato e passato al colino fine),  50 g di panna fresca, 1 uovo bio, 1 cucchiaio di "5 spezie cinese" in polvere, 4 bacche di ginepro, sale.
Ingredienti per il piatto
Gli spicchi di due arance pelate a vivo, 10 g di cioccolato fondente al 70% tagliato a scaglie sottili con il coltello. 

Procedimento
Uno giorno prima preparate la terrina.

Tagliare la carne a tocchetti e passarla al tritacarne con lo scalogno e le bacche. 
In una ciotola unire al trito i restanti ingredienti e regolare di sale.
Versare il composto in una terrina rettangolare in ghisa con coperchio, premendo molto bene. Cucinare a bagnomaria nel forno statico già caldo a 170° per circa 1h30'. Eliminare il liquido che si sarà formato.
Lasciar raffreddare o abbattere in positivo e far riposare in frigo. 
Successivamente rigenerare o portare a temperatura ambiente per il servizio.

In una ciotola unire la farina setacciata e l'acqua e per ottenere un composto fluido e liscio, unire le zeste d'aracio, stenderlo in una teglia antiaderente oliata (22x33) cercando di ottenere una sfoglia non più alta di 1 cm. Spolverare con gli agli di rosmarino e le mandorle a lamelle ed infornare nel forno statico già caldo a 200° per circa 15'. Sfornare, tagliare in quadrotti regolari e tenere al caldo.

Disporre nel piatto del commensale 2 o 3 quadrotti di castagnaccio (circa 4x4), posizionare una quenelle di terrina ottenuta con due cucchiaini da tè, decorare con un chicco di melograno e completare con 2 o 3 spicchi di arancia pelata al vivo e un po' di cioccolato fondente in scaglie. 

Il cioccolato amaro contrasterà con il sentore dolce del castagnaccio mentre l'arancio pulirà la bocca dalla terrina preparando il palato al piatto successivo.

"La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare.". E la ricetta veneziana delle Fave dei Morti


Mi sarebbe piaciuto raccontare di alcuni luoghi nel padovano ricchi di mistero e di fantasmi, come il Castello del Catajo e la sua "Dama Azzurra" ma poi ho pensato che i fantasmi veneziani avrebbero potuto prendersela a male. Perchè in ogni sestiere di Venezia ci sono dei palazzi, dei rii e delle corti che hanno molto da raccontare. Ma non in questo giorno.
Per cui il pensiero è tornato ai luoghi di culto che in questo periodo, come ogni anno, vedranno un gran viavai di visitatori ed il ripetersi di gesti di cura che si mescolano al profumo della cera, ai colori accesi dei fiori freschi, al brillare dei lumini tirati a lucido. Il rito del ricordo e del rispetto che si deve a coloro i quali ci hanno preceduto.


Questi sono giorni in cui i cimiteri pullulano di chiacchiere e di saluti e tra una scala presa in prestito e un bacio ad una foto, che rappresenta persone sempre troppo giovanili rispetto all'eta anagrafica in cui sono scomparse, ci si informa sui vivi parenti dei morti scoprendo, di anno in anno, fidanzamenti e matrimoni, lauree conseguite ed orgogli mal celati, nuove nascite e nuove scomparse.

Ho anch'io i miei Cari Scomparsi, come tutti, ma ho soprattutto una serie di Illustri Sconosciuti a cui faccio regolarmente visita: per raccontare loro come gira il mondo, che i figli crescono e le mamme imbiancano, che non ci sono più le mezze stagioni e che, qualche giorno, è molto, forse troppo, faticoso. Ma che passa, come tutto. Ed a loro lascio un fiore ed una preghiera.Poi il mazzo semplice di fiori colorati finisce ma le preghiere no.

Si tratta molto spesso di tombe dimenticate, senza neppure i sorrisi sbiaditi dal tempo, un fiore di plastica scolorito dal susseguirsi delle stagioni e alle volte senza un nome e rimane a testimonianza anagrafica una piccola puntina arrugginita.
Sopra i miei Sconosciuti sempre aiuole un po' raffazzonate e croci di legno un po' oblique, come una foto fuori fuoco, a riassunto di tutta una vita. E niente epitaffi.


Quand'ero piccola, e seguivo i miei genitori nelle visite ai vivi ed ai morti di questi giorni così particolari, mi piaceva andare a leggere i pensieri vergati nel granito. Mi domandavo perché sentimenti di così grande dolore e struggimento si trasformavano in tombe dimenticate e lumini spenti. E poi un'altra domanda: perché i pensieri non erano del defunto? C'era sempre un vedova inconsolabile o un figlio distrutto ma mai, davvero mai, l'epitaffio riportava le parole ed i pensieri detti in vita. Come se il morto non avesse mai avuto nulla da dire.

Così un giorno, nella mia amata biblioteca, trovai un libro che riportava quelli di "gente famosa", con una bella personalità e con, indubbiamente, un bel senso dell'umorismo. E me ne segnai molti con grande cura, come se mi dovessero servire l'indomani mattina. E nel tempo continuai a trascriverne.
Ve ne riporto qualcuno di quelli più amati, in quanto credo che ognuno di noi dovrebbe lasciare una frase che riporti i propri sentimenti, così che la lettura di poche parole sia come il riprendere un discorso interrotto improvvisamente, ma mai dimenticato.


QUI SON LE CENERI

DAPPERTUTTO È IL NOME
Napoleone Bonaparte
(1769 - 1821) imperatore francese

CAVOLO, ERA QUI APPENA UN MINUTO FA
George Carlin
(1937 - 2008) comico, attore e sceneggiatore statunitense

AMICI NON PIANGETE 
È SOLTANTO SONNO ARRETRATO
Walter Chiari
(1924 - 1991) attore italiano

RICHIAMATA
Emily Dickinson
(1830 - 1886) poetessa statunitense.

D'ALTRONDE
SONO SEMPRE GLI ALTRI CHE MUOIONO
Marcel Duchamp
(1887 - 1968) pittore e scultore francese.

TOLTO DA QUESTO MONDO TROPPO AL DENTE
Aldo Fabrizi
(1905 - 1990) Attore italiano.

HO SMESSO DI FUMARE
Gianfranco Funari
(1932 - 2008) conduttore televisivo italiano

IL CIELO STELLATO SOPRA DI ME, 
LA LEGGE MORALE DENTRO DI ME
Immanuel Kant
(1724 - 1804) filosofo tedesco.

FINALMENTE SONO LIBERO, FINALMENTE SONO LIBERO
GRAZIE A DIO ONNIPOTENTE SONO LIBERO FINALMENTE
Martin Luther King
(1929 - 1968) pastore protestante e attivista statunitense.

174517
Primo Levi
(1919 - 1987) scrittore italiano.

SCUSATEMI, NON RIESCO A STARE IN PIEDI
Groucho Marx
(1890 - 1977) attore e comico statunitense.

LAVORATORI DI TUTTI I PAESI UNITEVI
Karl Marx
(1818 - 1883) filosofo, economista, storico e sociologo tedesco.

VE LO DICEVO CHE STAVO MALE
Spike Milligan
(1918 - 2002) comico, scrittore, musicista, poeta, drammaturgo e attore inglese

CE NE RICORDEREMO, DI QUESTO PIANETA
Leonardo Sciascia
(1921 - 1989) scrittore italiano.

IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE
Frank Sinatra
(1915 - 1998) cantante e attore statunitense

SONO UNO SCRITTORE 
MA DOPOTUTTO
NESSUNO È PERFETTO
Billy Wilder
(1906 - 2002) regista e sceneggiatore austriaco naturalizzato statunitense




Fave dei morti

Ingredienti

150 g di pinoli (ingrediente più frequente a Venezia rispetto alle mandorle, diversamente utilizzate altrove), 150 g di zucchero profumato con un pizzico di vaniglia, 50 g di albume, un cucchiaio di passito, un pizzico di sale, 1 cucchiaino di cacao in polvere abbastanza amaro (ho usato un Varhona), qualche goccia di colorante rosa per dolci.


Procedimento
Frullatore i pinoli (o le mandorle) fino ad ottenere una farina sottile.
In una ciotola montare l'albume con lo zucchero, il vino liquoroso ed un pizzico di sale.   Aggiungere alla montata di albumi la farina, mescolando delicatamente fino ad ottenere un panetto morbido.
Per ottenere fave di diverso colore dividere l'impasto in tre parti: una verrà lasciata del colore naturale mentre le altre due saranno addizionate rispettivamente di cacao e di colorante rosa. 
Lasciar riposare al fresco per 12 ore.
Riprendere i panetti, allungarli a mo' di salsicciotti, dividerli in gnocchi dello stesso peso, lavorarli a pallina e cucinarle nel forno statico già caldo a 150° per circa 10' o fino alla doratura. 
Far raffreddare e servire con un po' di vino liquoroso, una tazza di tè o confezionate graziosamente per donarle.