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Acciaio, terra, pietra, mare: gnocchi di farina Petra per un Merlot friulano. In una centrale idrodinamica


L'arrivo per posta di contenitore rettangolare di solito è sinonimo di Fernando ed è sempre una sorpresa. Apro il pacco pensando al vino in esso contenuto e i giorni scorsi ho fatto la conoscenza con un Merlot 2011 di Villa Job. Sono andata a guardarmi il sito dell'azienda vinicola dove ho scoperto che Alessandro, il giovane proprietario, vive di emozioni e lo fa attraverso il vino "Perchè certe cose sono difficili da spiegare solo con le parole, mi serve un passepartout." Prima anologia: anch'io utilizzo il passepartout della cucina per raccontare emozioni, riflessioni e movimenti del cuore.
L'azienda vinicola, che produce vini  bio ("Nessun processo chimico, nessun fertilizzante o pesticida, niente OGM") ha la sua sede a pochi chilometri da Udine, Friuli Venezia Giulia. Seconda analogia: una volta alla settimana la mia vita si trasferisce da Padova a Trieste, città che sto lentamente imparando a conoscere ed amare. Ancora emozioni.
E quindi la scelta del piatto da abbinare a questo vino così profumato, fresco e persistente nello stesso momento non poteva che contenere ingredienti carichi di significati come le mie amate spezie e una farina che considero speciale, la Petra 9.


Studiata la ricetta bisognava trovare uno sfondo naturale che potesse ugualmente emozionare: quale luogo migliore del Porto Vecchio di Trieste? Qualche tempo fa avevo letto del recupero della Centrale Idrodinamica e del Magazzino 26, all'interno dell'annoso dilemma legato alla storia della "città proibita", resa tale "dall’imperatore Carlo VI che nell’anno 1719 dichiarò la città di Trieste porto franco. Nel 1891, mentre il Porto vecchio era in fase di avanzata costruzione, il territorio del porto franco venne ridotto: da quel punto in poi sarebbe stato delimitato da un muro di cinta e da varchi doganali. Ed ecco che la superficie coincise esattamente con l’area portuale vietata di oggi." Fino agli inizio del Novecento il Porto vecchio era affollato di merci e gente: oggi c'è solo il vento che fa compagnia mentre il silenzio dei propri passi accompagna lo stupore dello sguardo che si perde fra le decine di costruzioni che, pur nel degrado dell'abbandono, si palesano in tutta la loro eleganza. Chiudi gli occhi e ti sembra di sentire ancora l'energia delle persone che lavoravano e vivevano quotidianamente in questi ordinati e lindi boulevard dove, come racconta la dott.ssa Antonella Caroli, artefice del recupero della Centrale Idrodinamica, "tra le merci più disparate ed i sacchi di caffè qualcuno faceva l'amore".


Ho scattato alcune foto che vi farò vedere nel prossimo post mentre quelle che vedete ora sono le immagini del "set" emozionale che andavo cercando, ovvero la Centrale Idrodinamica di Trieste, il cuore pulsante di quello che era, quasi due secoli fa, un centro tecnologico di assoluta avanguardia: da qui si produceva il vapore che dava energia agli enormi macchinari utilizzati nel porto per muovere le merci. 
Non è stato facile preparare il piatto, utilizzando cucine ed attrezzature di colleghi triestini (e delle loro mamme!) oramai rassegnati a seguirmi nelle brevi pause pranzo per cercare spunti emozionali anche in questa città. E ringrazio le dott.sse Caroli e Sidotti per la loro disponibilità nel permettermi di realizzare questo post.

Ma quando si desidera veramente qualcosa nulla è impossibile ed è lo stesso augurio che faccio al gruppo di lavoro che ha deciso di recuperare e far fruire nuovamente a Trieste questo immenso tesoro di conoscenza e di storia. Con la crisi del '29 iniziò il declino del Porto Vecchio: quasi un secolo dopo sarebbe bello tornare a sentir scorrere l'energia, non più dei lavoratori bensì dei visitatori, tra questi viali unici al mondo.

Ecco quindi la ricetta, che potrebbe essere un piatto da gustare durante un pic-nic "settembrino" e, soprattutto, il numero zero di un altro progetto in divenire, ovvero le video-ricette. Ma sempre a modo mio, naturalmente.



Gnocchi di farina Petra9 con ragù di corte speziato 


Ingredienti (per 4/6 persone)

Per gli gnocchi
1 kg di patate, 200 gr di farina Petra 9, due tuorli bio, sale farina bianca per spianatoia.

Per il ragù
2 cosce di coniglio, 1 petto di faraona, 200 gr. di petto d’anatra, frattaglie del coniglio, 2 cucchiai di concentrato di pomodoro, 1 cipollotto, 1 scalogno, 1 porro piccolo, 1 carota piccola, 3 chiodi di garofano, 3 bacche di ginepro, qualche rametto dragoncello fresco, due cucchiaini di curcuma, olio evo, vino bianco per sfumare, sale e pepe nero del Madagascar macinato al momento.

Procedimento
Lessare le patate, passarle al passapatate, impastarle con la farina, i tuorli e il sale, formare dei bastoncini lunghi 20 cm e larghi 2 cm, ottenere piccoli gnocchi da 2 cm e lavorarli appena con le mani così da ottenerne delle piccole palline. Lasciarli riposare sopra delle leccarde coperte da un foglio di carta forno infarinato.

Spolpare faraona e coniglio, privare della pelle il petto d’anatra e tagliare la carne di dadolata unitamente alle frattaglie. Mettere da parte.
Appassire con un po’ d’olio cipollotto, porro, scalogno affettati finemente e la carota tagliata in dadolata, sfumare  con ½ bicchiere di vino bianco e far evaporare, unire le ossa del coniglio, mescolare bene e cucinare per un paio di minuti, unire le spezie e coprire a filo con acqua. Portare a bollore e cucinare a fuoco medio per circa 30’, filtrare con un colino, rimettere sul fuoco unendo la dodolada di carne, le foglioline di dragoncello tritate grossolanamente e la curcuma.
Cucinare a fuoco dolce per circa 20’ e, fuori dal fuoco, regolare di sale e pepe nero macinato al momento.
Lessare gli gnocchi in abbondante acqua salata, condire con il ragù di corte speziato e una macinata di pepe nero.

Taccole, Trota e Pinot Grigio Bio: tutti in Villa Job per Winexplorer. Schivando il "Botellon"



La città nella quale vivo da quasi 5 lustri è Padova, la città dei "tre senza": il Santo senza nome, il Caffè senza porte e il Prato senza erba.
Il Santo senza nome è ovviamente Sant'Antonio il religioso portoghese che visse e morì in terra patavina. Per i padovani è normalissimo dire "vado al Santo" ed essere immediatamente compresi. 
Il Caffè senza porte non può che essere il mitico Caffè Pedrocchi, così definito in quanto aperto giorno e notte - fino all'inizio della Grande Guerra - luogo d'incontro di intellettuali e studenti e che affascinò anche Stendhal, stupito della vita "alla veneziana" ovvero con le donne sedute ai tavolini dei caffè come gli uomini. Il Pedrocchi, l'8 febbraio 1848, fu il teatro del ferimento di uno studente universitario (il Bo, ossia l'università che accolse Galileo Galilei è proprio di fronte), atto che diede inizio ad alcuni moti rivoluzionari risorgimentali.
Il Prato senza erba è Prato della Valle, una delle più grandi piazze d'Europa, luogo di incontri militari e di scambi commerciali, un tempo, ed ora un'area dedicata ai mercati ed ai mercatini, alle chiacchiere ed al passeggio tra la canaletta d'acqua e la fontana, al pattinaggio di velocità nell'anello asfaltato circondato da 78 statue.


Dall'altra notte, ovvero quella del 31 maggio, è diventata anche la città del "con" ovvero "con i pirla". Tutti concentrati in Prato della Valle per il Botellon, rito altamente alcolico di tradizione spagnola. 
Intendiamoci, io non sono contraria al fatto che un gruppo più o meno folto di persone (nello specifico si parla di diecimila partecipanti alla manifestazione) decidano di riunirsi e di bere qualcosa insieme; quello che non capisco, che mi infastidisce, che mi indigna è che una parte della città, una parte così bella, preziosa e fragile, debba essere presa in ostaggio per organizzare manifestazioni cosiddette ludiche. Perchè quando poi si stende un bollettino forse non si tratta più di divertimento: 10 persone in coma etilico, 50 denunciati, 25 medicati per le rovinose cadute, 4 in manette per furto e spaccio e il conseguente corollario di risse e affini.
La sporcizia che dall'alba è stata prontamente pulita dal personale dell'Acegas-Aps ha avuto un costo, ovviamente. Come i ricoveri ospedalieri, le decine di agenti di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, i 40 wc chimici e chissà altro. L'organizzazione dice che donerà cinquemila euro al Comune e parte dell'incasso ai terremotati dell'Emilia. Speriamo. Come spero ci possano essere altre occasioni di incontro tra ragazzi, senza necessariamente trasformare l'Isola Memmia in Cloaca Maxima.

Per cui ho bisogno di freschezza e di bere un bicchiere di vino senza creare problemi a nessuno, come solitamente fanno le persone minimamente rispettose di sè, oltre che della città in cui vivono o nella quale sono ospitati. 
Ecco quindi la freschezza degli ortaggi di stagione, dei filetti di pesce cotti nel vino e il rispetto che il Pinot Grigio di Villa Job ha nel suo dna, essendo un vino biologico.
Fernando me l'aveva consigliato per un abbinamento fresco ed intrigante ed io l'ho usato anche per la cottura e vi assicuro che non ho esagerato con il tasso alcolico!


Cocotte vegetariane con taccole e quenelle di trota e pistacchio

Ingredienti (per 10 piccole ciotoline)
400 gr di filetti di trota Fattoria del pesce, 1/2 kg di taccole, 2 cipollotti, 1 pizzico di polvere di peperoncino, 2 cucchiai di pistacchi, 1 foglia di alloro, 1 manciata di semi di coriandolo, olio evo, sale rosa.

Procedimento
Tagliare finemente i cipollotti, rosolarli con un po' di olio evo e unire le taccole mondate e tagliate a pezzettini di 3 cm. Cucinare per altri 15'. Unire la polvere di peperoncino, regolare di sale e mettere da parte.
In un'altra padella portare a bollore un bicchiere di Pinot Grigio di Villa Job, unire l'alloro e i semi di coriandolo pestati con un matarello, unire i filetti di trota tagliati a striscioline regolari e cucinarli per qualche minuto, sfumando il vino. Lasciar raffreddare e mettere da parte. 
Tritare con un coltello Sandoku Zwilling la polpa del pesce, come fosse una tartare, regolare di sale ed unire i pistacchi precedentemente tritati, lasciandone da parte un cucchiaio abbondante.
Nelle ciotoline versare una cucchiaiata di taccole e comporre una quenelle con dei cucchiaini da tè. Completare con un filo di olio evo e una spolverata di pistacchi e servire con un buon calice di Pinot Grigio alla giusta temperatura.