Soufflè di pollo MondoSnello profumato al rosmarino con noci ed asiago stravecchio: un piatto bello e buono che racconta la storia della Gallina Padovana
Taste 7 a Firenze: alla Stazione Leopolda arriva un treno carico di Solidarietà. E di Panettone al Kabir.
Un po' di tecnica? Signore e Signori: "la Canevera"
La particolare tecnica di cottura poteva essere applicata solo nel periodo autunnale, quando si usava uccidere il maiale, per ricavare i salumi destinati al consumo familiare e si conservava la vescica o per lo strutto o per cucinare il cappone novello.
Purtroppo è sempre più difficile riuscire a trovarla disponibile per cui, come succedaneo, sarà utilissimo un sacchetto di plastica specifico per questo tipo di cottura, sostituibile anche con la tecnologica carta fata.
La canevera (canna vera) altro non e’ che una canna palustre comune, peraltro usata per la copertura dei tetti dei casoni di valle e di terra ferma, di 20 cm circa, segata ai limiti esterni di due nodi e completamente cava, che funge, nella preparazione di questo piatto, da sfiato.
Ne “La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, di Pellegrino Artusi (1881) troviamo una ricetta del Cappone in Canavera. Che questa tecnica fosse nelle abitudini delle genti venete è confermato dalla pubblicazione edita in Zara nel 1886 intitolata “Gastronomia sperimentale”, scritta da un attore gastronomo veneto, A. Papadopoli. Nelle sue disordinate ricette ci propone “un brevetto d’invenzione”, quale “Il bove in prigione”, interpretando la cottura in canevera usando la carne di manzo.
- La vescica di maiale era reperibile solo in una precisa stagione dell’anno (uccisione del maiale).
- Dopo il mangiare di magro della Vigilia, il cappone era ed è una pietanza Natalizia.
- La canna palustre è espressione del territorio.
- Gli altri ingredienti individuano le specifiche caratteristiche degli usi e costumi delle diverse aree del Veneto.
- Michele Savonarola (Padova, (1385 –1466), medico, umanista, scienziato e docente all’Università di Padova) attribuisce ad Avicenna (alias Abū Alī al-usayn ibn Abd Allāh ibn Sīnā o Pur-Sina (980 -1037, è stato un medico, filosofo, matematico e fisico persiano) il consiglio di far arrostire la gallina all’interno del corpo di un capretto o di un agnello;
- steccare la cipolla con i chiodi di garofano tipico del gran bollito alla Padovana;
- l’uso degli agrumi nel pollame si rifà alle nostre genti (vedi Capponi in fricassea di Cristoro Messisbugo,1552, Venezia) o al più recente “Pollastro a la Padovana co’l agro de limon” riportato da de Zuliani Salvatori nel libro “A tola coi nostri veci, Franco Angeli, Milano, 1983)
- l’uso della mela (vedi “Bon savore da polastr”i ne “Il libro per cuoco” di un anonimo secolo XIV).
Poteva mancare la ricetta? Certo che no!
Bigliografia:
http://www.gallinapadovana.net/it/la-mia-esperienza-in-allevamento.php
Tajine profumata di gallina padovana e zucca
Le tradizioni, queste sconosciute ovvero il cibo buono, pulito e giusto.
Modello Giuditta...
Ho visto il Contest di Al cibo commestibile: D.O.P. ovvero una raccolta a più mani di quanto le nostre tradizioni gastronomiche sono state in grado di offrire e, grazie al duro lavoro di contadini ed allevatori nel corso dei secoli, di portare tutt'oggi sulle nostre tavole. (http://alcibocommestibile.blogspot.com/2009/09/are-you-ready.html). Lo sponsor di questa iniziativa è

Grazie a Slowfood ed alla passione di Carlo Petrini oggi, dopo vent'anni, possiamo parlare di Presidi, ovvero della nostra illustre tradizione gastronomica che rischia ogni giorno di venir sepolta dal business e dall'intensivo, allevamento o coltivazione che sia. Con il rischio di trovare nelle nostre cucine frutta e verdura fuori stagione e priva di gusto, animali allevati stravolgendo la loro natura di erbivori.
Nella mia regione c'è un presidio che mi è simpatico da sempre, da quando bimba la vidi per la prima volta nell'aia di mio nonno, superba e ribelle Gallina che alla sera non si ritirava in pollaio, come le altre sue consimili, ma andava a dormire sui rami degli alberi vicini. E come non poteva essermi simpatico un volatile punk?!
Ha lunga barba, i favoriti sulle guance e un ciuffo di penne lunghe e lanceolate che si aprono a corolla e le piovono sugli occhi.
Ha le narici rosse e carnose che incorniciano il becco e il campo visivo piuttosto limitato: la padovana si orienta sbirciando tra le penne, e questo spiega il suo esitante deambulare (io sono miope dalla nascita: senza lenti cammino proprio così!). Può essere nera, bianca, dorata, camosciata o argentata. La diatriba sulla sua origine non si è mai conclusa, ma fra tutte c’è un’ipotesi più probabile di altre. Nel Trecento il marchese Giacomo Dondi dall’Orologio, medico e astronomo padovano, durante una visita in Polonia, ne avrebbe preso alcuni capi per arredare il giardino della sua villa gentilizia. E come se non bastasse, alcuni mesi fa, Paris Hilton chiese di trasferirne alcune coppie nel suo ranch faraonico (appunto) e le nutre con caviale e couscous algerino per rendere più appettitose le sue carni (quelle della gallina padovana) :-)
Ma poteva mancare un risvolto sportivo nella mia famiglia? Eh no! Quindi poche righe per ricordare che la Gallina Padovana è anche la mascotte del Calcio Padova, la si trova in qualche bandiera dei tifosi più attempati e contraddistingue allegramente alcune delle tifoserie. Infatti si dice "è nato prima l'uovo, la gallina o il calcio Padova?"
Per cui vi rimando ad una preparazione postata qualche tempo fa (http://www.lacucinadiqb.com/2009/07/gallina-padovana-in-canevera.html) che suggerisce anche una tecnica tradizionale di cottura.
Buon contest a tutti.


