Rientrare nel cuore della notte
dal lavoro, per quanto faticoso, ha pur sempre un suo fascino.
Si viene accolti
da un silenzio armonioso, quasi riassumesse, sintentizzandoli, tutti i rumori
di una giornata, riconsegnandoli puliti ed aggraziati.
Si scarica l’auto e si chiude la
porta dietro si sé. Le luci che giungono dai lampioni del giardino, attraverso
le fessure dei balconi in legno, illuminano appena l’ingresso e gli occhi si
abituano subito al buio, riconoscendo le sagome che arredano la notte.
Silenzio e penombra. E pace.
Se non fosse per questo vociare
sommesso. No, non è la televisione della vicina che si è nuovamente
addormentata in salotto. E questo odore? Non ricordo di aver lasciato lunghe
cotture a bassa temperatura prima di uscire..eppure..
Improvvisamente si apre la porta
della cucina.
“Pina! Ma che stai facendo a
quest’ora?! A-gata, e tu?!”
La stanza sembra un campo di
battaglia: nessun elettrodomestico o strumento è scampato dalla furia
sperimentatrice dell’inedita coppia ai fornelli.
“Tu sei sempre in giro e qui c’è un Mtchallenge da mandare avanti!” risponde Pina mentre intima ad A-gata di
controllare una cottura in forno.
“Si stanno alzando? Quanto?! Sono
dentro da 14 minuti! Te l’avevo detto che bisognava aumentare le uova! Come se
non riuscissi a procurarmele nel cuore della notte! Gatti! Mai fidarsi di un
gatto ai fornelli! Lo sai che si è mangiata metà dei mirtilli usati per
affinare il formaggio?!”
Cerco A-gata con lo sguardo.
Ricevo come risposta due fessure verdi ed una coda ondeggiante illuminati dalla
luce del forno.
“Pina, vedi di calmarti: A-gata è l’emblema della quiete prima della tempesta.” rispondo mentre cerco di
capire, nel baillamme di ciotole e fruste, cosa bolle in pentola. Gusci d’uovo,
una confezione di panna fresca, riconosco l’incarto del Blu61, un erborinato
affinato con vino passito e mirtilli, scorze d’arancia lucide, sembrano
sciroppate (come la Pina, del resto), farina, burro…. “Pina, cosa sono questi
semi? E questa farina verde?” L’annuso, sa di erba. Un buon profumo.
“Canapa sativa.” risponde
distratta.
“Canapa sativa?! Ma sei
impazzita?! Semi di canapa sativa?!!?? Vuoi che ci arrestino tutte?!”
Mi sembra di essere stata investita da un'apecar ed
improvvisamente la stanchezza e il desiderio di dormire sono solo un lontano
ricordo.”
“Miao”, interviene A-gata. “Non
ti ci mettere anche tu, razza di gattamorta!” sbotto fuori di me.
“Non farla tanto lunga: sta
avvisando che i soufflé sono pronti. La macchina fotografica è sopra
l’abbattitore e in salotto il set è allestito. Fai presto che qui smonta tutto
e poi abbiamo fame.” Obbedisco. Fotografo. E poi mi accascio sulla sedia.
In silenzio assaggiamo i soufflé,
accompagnati da un passito profumatissimo, un Lindul Antonutti recentemente scoperto, e da una salsa morbida, vellutata,
che sa di arancia.
“Miao.” A-gata è la prima ad
interrompere il silenzio. “Anche secondo me – risponde Pina – per essere il
primo esperimento con questa formula non mi dispiace. Comunque un uovo in più
ci stava tutto.” conclude la gallina che allontana il piatto da sè e si
appoggia allo schienale della sedia, visibilmente soddisfatta.
“Esigo delle spiegazioni”
esclamo, mentre lucido con un pezzo di pane la salsiera.
“Vedi – inizia Pina assumendo una
posa cattedratica – l’ispirazione è venuta improvvisa grazie all’ultima
sentenza della Consulta che di fatto ha bocciato la Legge Fini-Giovanardi, ripristinando
le tabelle precedenti e la distinzione fra droghe leggere e pesanti. Sai cosa
penso di Giovanardi e del proibizionismo, vero?”
“Si, Pina. Ma vai avanti, ti
prego.” rispondo rassegnata.
“Ecco, mi è venuto in mente
quello che mi raccontavano le nonne e le zie, quando ancora c’era l’usanza di
abitare in campagna. La vita del contadino era molto dura anche se nel terzo millennio, con
tutta questa burocrazia non si scherza di certo, e i momenti di svago erano
pochi e molto ben definiti. Se tu ti rilassi allungando le gambe sul divano,
ascoltando un po’ di musica e sorseggiando da un cristallo sottile un vino
prezioso una volta non era proprio così. Il divano non esisteva e quindi non ti
allungavi da nessuna parte, niente musica, a meno che non ci fosse qualcuno che
sapesse suonare l’armonica o un mandolino, e il vino era considerato un alimento
e di certo non si centellinava dal goto in vetro robusto. Tutti in stalla, il
luogo più caldo d’inverno, a far di filò ed a fumare i canaponi.”
“Pina!!”
“Rilassati, caspita! Guarda
A-gata!” e mi indica un felino concentrata in rilassanti abluzioni serali.
“La cannabis è un concentrato di
sostanze chimiche uniche e viene coltivata dall’uomo da oltre 5000 anni, vuoi
per ottenere la fibra da tessere e vuoi per usi terapeutici prima ed eccitanti
poi, grazie ai principi attivi che si trovano solo negli esemplari femminili.”
“Miao, miao!”.
“Esatto A-gata: se
vuoi qualcosa di buono è dalle donne che devi andare.”
“Continua, stai diventando
interessante.” intervengo curiosa.
“I botanici nei secoli hanno
individuato oltre 20 specie e sottospecie di cannabis anche se è la cannabis sativa
quella più titolata.”
“Quella che hai utilizzato nel piatto
che abbiamo mangiato. Quindi non ho mangiato un soufflé bensì mi sono fatta un
soufflè…..” rifletto, rassegnata.
“Ed è qui che ti sbagli! Si
tratta, è vero, della stessa pianta, ma le diverse tecniche di coltivazione
applicate dalla prima germinazione, ed alla produzione di talee, consentono di
ottenere dalla cannabis sativa fibra da tessere, cellulosa, carta e semi dai
quali ricavare farina e olio invece della Maria vera e propria.”
Pina parla come un direttore di
un Sert. Mi piacerebbe sapere proprio la natura delle sue ultime
frequentazioni.
“Devi sapere che nell’Inghilterra
della Regina Vittoria mentre lei usava la tintura di cannabis per sopportare
meglio i devastanti mal di testa ed i dolori mestruali, i boia, nell’eseguire
anche le sue condanne a morte per impiccagione, preferivano di gran lunga le
corde ottenute dalla canapa in quanto più robuste e scorrevoli.”
A-gata dorme beata, scossa appena
da fusa ritmate.
“Quindi già allora veniva
studiata per le sue qualità terapeutiche.” rispondo senza trattenere il
sorriso, mentre mi immagino la Regina Vittoria con i dreadlocks sotto la
corona.
“Esatto, oramai è conclamato che
l’uso della cannabis allevia i spasmi nella sclerosi multipla, la nausea
successiva ai trattamenti chemioterapici, viene prescritta nei casi di dolore
cronico e per trattare il glaucoma. E’ un neuroprottettore, un antinfiammatorio
e stimola positivamente i neurorecettori della serotonina. Ecco perché ne
stanno studiano l’applicazione per curare emicranie e cefalee. Tipo le tue.”
“Bene Pina, ora spiegami questa
farina e questi semi da dove provengono, giusto per sapere cosa rispondere in
caso di arresto, visto che si tratta di una sostanza proibita.”
“Guarda qui, donna di poca fede”
mi risponde Pina esibendo uno scontrino fiscale. “Li ho acquistati in un
negozio bio, non in un coffe shop, e questi sono legali perché, come ti dicevo
prima, diversa è la coltivazione alla quale sono stati sottoposti i semi!
Domani voglio provare a fare un pane con un po’ di canapa sativa, diciamo il
20% della farina totale. E poi metto anche qualche seme, ricchi di Omega3, e
non userò l’olio, visto che è contenuto nei semi.”
“Che fai, ti dai alla cucina?
Pensavo fossi tutta presa da sesso-droga-rockn’roll!” la stuzzico mentre
cominciamo a pulire.
“Macchè. Il gallo è scappato con
un pollo e la musica a quest’ora non si può ascoltare: non mi rimane che
preparare soufflé. Buoni. Così buoni da essere stupefacenti ;)”
Ecco il piatto pensato dalla Pina per la sfida dell'Mtchallenge di marzo: non dovrei finire fuori concorso, ma fuori legge credo di si. Per cui, se mi dovessero arrestare vi prego, non arance, ma Crèpe Suzette :)
Soufflé con Blu61 al profumo di canapa sativa e salsa olandese all'arancio
Ingredienti (per sei cocotte diametro 6/7 cm)
Per il soufflé
200 ml di panna fresca, 3 uova bio (4 se particolarmente piccole), 20 gr di burro chiarificato 10 g di farina Petra5, 10 gr di farina di canapa sativa, 1 cucchiaio di semi di canapa sativa, 160 g di Blu61, 50 g di Asiago stravecchio grattugiato, pepe nero del Madagascar.
Per la salsa
2 tuorli bio, 2 arance bio, 2 cucchiai di aceto di mele, 125 g di burro chiarificato, pepe nero lungo, un pizzico di sale.
Procedimento
In un pentolino, a fuoco dolce, unire l'aceto di mele, due cucchiai di acqua e un'abbondante macinata di pepe nero lungo, far ridurre della metà e abbattere o far raffreddare.
In un'altro pentolino unire il succo delle arance con parte della scorza (senza la parte bianca) e far sobbollire dolcemente, riducendo della metà. Mettere da parte.
In una casseruola dal fondo pesante ed a fuoco dolcissimo montare i tuorli con la riduzione di aceto e appena si fanno più chiari e soffici unire il burro liquido, continuando a montare per una decina di minuti sul fuoco dolce, fino ad ottenere una salsa lucida e morbida. Fuori dal fuoco unire la riduzione di arance senza le scorze, regolare di sale e mettere da parte al caldo: deve essere servita tiepida.
Spennellare 6 stampini di porcellana con burro burro e spolverarli di abbondante asiago grattugiato, abbattere e tenere al freddo fino al momento della cottura.
Accendere il forno a 180°, statico.
Scaldare la panna.
In una casseruola ottenere un roux dal burro e dalle farine setacciate, unire la panna calda e continuare la cottura fino ad ottenere una salsa densa. Fuori dal fuoco unire i tuorli, uno alla volta, il formaggio erborinato sbriciolato con le mani, i semi e qualche mirtillo utilizzato per l'affinamento ed infine gli albumi montati a neve.
Versare il composto negli stampini riempiti per 2/3 e cucinare nel forno già caldo per 18'.
Sfornare, fotografare velocemente (a futura memoria) e servire con la salsa e qualche mirtillo fresco.


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