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Panini speziati allo zenzero con grano arso e nero di seppia. Primo step per #iochef


Il prossimo 7 ottobre avrà inizio il congresso annuale della F.I.C. in una località della Basilicata, Metaponto, che forse pochi di noi hanno avuto il piacere di conoscere.
Fu una delle città più importanti della Magna Grecia, rinomata per la fertilità della sua terra e per la varietà dei suoi frutti che ancora oggi sono i messaggeri della bellezza di una regione, come la Basilicata, troppo spesso dimenticata nell'organizzazione dei nostri viaggi.

La Federazione della Basilicata quindi, in occasione del Congresso, ha deciso di coinvolgere "la rete", le blogger così da promuovere i prodotti (presidi e dop) nella formulazione di una ricetta, che profuma di terra e di mare. Ha visto così la luce il contest #iochef.

Questa è una parte della ricetta, che ho voluto presentare a parte, perché durante la lavorazione ha assunto un ruolo sempre più importante, premiandomi con i colori e con i profumi. Il resto della ricetta? Domani, previa l'autorizzazione, naturalmente.



Panini speziati allo zenzero con grano arso e nero di seppia

Ingredienti
400 gr di Petra1, 50 gr di farina di grano arso, 2 cucchiai di zenzero in polvere, 4 gr di nero di seppia, 6 grammi di lievito secco, 1 uovo bio e 1 albume, 130 gr di latte crudo, 1 cucchiaio di zucchero di canna o di malto, 1 cucchiaino di sale grezzo, 60 gr di olio evo bio Tenute Zagarella.


Procedimento
Intiepidire il latte e sciogliere lo zucchero (o malto), il lievito in polvere e il nero di seppia.
Nella planetaria unire le farine setacciate con lo zenzero ed impastare con la frusta a gancio unendo l'uovo, la miscela di latte e dopo 2' minuti il sale ed infine l'olio. Lavorare alla velocità più bassa per circa 10', fino ad incordare l'impasto.

Stendere in una spianatoia un po' di farina, lavorare velocemente l'impasto, fare due pieghe di forza e dare all'impasto una forma tonda. Potete metterlo in una ciotola coperto da un canovaccio umido o da pellicola alimentare, lontano da correnti d'aria; io ho utilizzato Le Pain di Emile Henry, precedentemente scaldato per 10' minuti nel forno a 50°.

Lasciar lievitare per circa 45', sgonfiare l'impasto, lavorarlo velocemente dando altre due pieghe di forza e la forma a pagnotta e lasciar lievitare per altri 30'.

Riprendere l'impasto, lavorarlo velocemente, dividendo in 10 pezzature dal medesimo peso e pirlarle fino ad ottenere delle palline lisce.
Distribuirle sopra una leccarda coperta da carta forno, incidere una croce, coprire e lasciar riposare altri 15'.
Spennellare con l'albume appena sbattuto e cucinare nel forno statico già caldo a 200° per circa 25'.
Sfornare, lasciar raffreddare sopra una gratella e sono pronti per essere serviti o farciti.

Il Bollo di Stella e la dolce storia dello zucchero


I dolci, secondo i nutrizionisti, non sono indispensabili alla sopravvivenza eppure si tratta del cibo che più di tutti è gradito alle nostre papille gustative. I ricordi dell'infanzia prima dell'avvento delle merendine monogusto e preconfezionate rimandano alla golosità della fetta di pane arricchita con burro e zucchero, della fetta di strudel preparato per i giorni di festa e dei primi tentativi di contrastare l'applicazione della legge di gravità alla torta paradiso ("ma perchè non ti alzi, perchè?!").

Se lo zucchero non esistesse bisognerebbe proprio inventarlo. Certo, fino alla scoperta in India della canna da zucchero (a proposito, sapete che la parola veneziana "sucaro" ha la medesima radice di "sakhara" che in sanscrito vuol dire sabbia o zucchero?) qualcosina si poteva fare con il miele o con la frutta, unici riferimenti dolci che la natura ha offerto fino a quando l'esercito di Alessandro Magno scoprì nel 324 a.C. la mitica "canna di Persia".

La dolcezza anche come promessa di delizie non solo gastronomiche come quelle bibliche della Terra Promessa, dove scorrono fiumi di latte e di miele, e come quelle che, nel Cantico dei Cantici, inducono lo sposo a raccontare com'è dolce e sensuale la sua amata: "le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c'è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano" (4:11)


La dolcezza anche come business, perché no. I primi a raffinare e purificare la canna da zucchero furono gli Egizi e gli Arabi lo introdussero in Europa con le dominazioni spagnole dell'VIII secolo ma chi lo fece conoscere al mondo furono senza ombra di dubbio i mercanti veneziani. Grandi conoscitori ed importatori di spezie si spostarono nel Mediterraneo orientale facendo di Cipro un punto fondamentale per i loro commerci. Ed anche per questa piccola isola c'è una storia da raccontare, una dolce storia d'amore e di strategia.

La famiglia Cornaro a Venezia era una famiglia conosciuta e temuta. Ricchissimi, grazie ad un'enorme piantagione di canne da zucchero a Cipro, nel 1464 ricevettero una richiesta d'aiuto dall'allora re Giacomo II di Lusignano, impegnato in una guerra contro i genovesi, eterni rivali della Serenissima. I Cornaro offrirono al re importanti finanziamenti ed anche una sposa, Caterina. Quando la donna rimase vedova e senza figli il governo veneziano, con un'abile mossa diplomatica, l'adottò ufficialmente, facendola divenire figlia della Serenissima. La convinsero ad abdicare in favore di Venezia e Cipro divenne un possedimento veneziano. Accolsero in città Caterina Cornaro come se fosse ancora una regina e le donarono la splendida città di Asolo, dove lei visse fino alla morte con la sua corte prestigiosa.

Ma lo zucchero doveva ancora essere scoperto in tutto il suo potenziale! Infatti solo con il Rinascimento (e grazie anche all'ingegno del cuoco Bartolomeo Scappi ed al suo rivoluzionario trattato) si cominciò a considerare lo zucchero in un modo diverso: fino ad allora, infatti, veniva usato a scopo medicinale per preparare sciroppi contro la tosse o rimedi ricostituenti (come il famoso ovetto sbattutto che ci veniva preparato quando eravamo bimbi convalescenti). 

Da Alessandro magno fino ai nostri giorni nostri c'è voluto un sacco di tempo per godere delle emozioni che un dolce sa dare come questo Bollo, un lievitato che ho conosciuto alla scuola di cucina ebraica del Ghetto di Venezia e che ho imparato a preparare ed amare. E' un dolce che viene offerto in occasione dello Yom Kippur e del Sukkot e la cui origine è sefardita; anche il bollo (o bolo, in spagnolo) ha subìto moltissime contaminazioni e sicuramente a Roma o a Livorno verrà preparato in maniera diversa  soprattutto perché ho avuto l'onore di una maestra d'eccezione, Stella, un'energica e minuta signora di 85 anni che per anni, a Venezia ha preparato il Bollo per tutta la Comunità. 
Per tantissimi anni ad ogni occasione ha impastato ben 10 chili di farina (oltre a tutti gli altri ingredienti) e più di 60 anni fa non c'erano certamente le planetarie: si usava la tinozza di metallo nella quale si faceva il bagnetto ai bimbi e il famoso "olio di gomito"!  Eppure il suo Bollo è diventato leggendario. Nessuno sapeva farlo bene come lei; quando qualcuno le portava quello che aveva preparato lo prendeva in mano, lo annusava e sapeva già dirne la qualità e se, come spesso accadeva, la lievitazione non era stata fatta a regola d'arte, esclamava "Xe 'na matonea" ovvero "è un piccolo mattone". La sera in cui venne ad assaggiare i nostri esperimenti (facendoci tanti complimenti!) ci raccontò che preparare il Bollo era come accudire un bimbo. In effetti, viste le diverse fasi di lievitazione, bisognava iniziarne la preparazione verso le due per poi seguirlo durante tutta la notte: al mattino, una volta pronto, veniva portato dal panettiere che, avendo ultimato la cottura del pane del giorno, offriva l'uso del forno che si stava raffreddando in modo tale che la cottura avvenisse correttamente, "bruciando" appena un po' la superficie del dolce.

Stella non c'è più, ha chiuso gli occhi e si è addormentata per sempre e sono sicura che sta sorridendo di me e dei miei maldestri tentativi di preparare, tra libri aperti, appunti e ulteriori ravanamenti nella memoria, un Bollo degno della sua maestria.


Il Bollo di Stella

Ingredienti (ricetta della signora Agostini, variante scuola di cucina ebraica, variante la cucina di qb in attesa di risultati commestibili con il lievito madre :)
1 kg di farina Petra1 (oppure 700 gr Petra1 e 300 gr Panettone), 300 gr di zucchero semolato, 75 gr di lievito di birra, 130 ml di acqua, 190 ml di olio di semi, 6 uova bio medie (+1 per spennellare la superficie), 300 gr di uvetta sultanina, 170 gr di canditi (qui due ricette per ottenerne da arance e cedri) , le zeste di 2 limoni bio.

Procedimento
Impastare l'acqua tiepida (meglio sarebbe dell'acqua di rubinetto che abbia riposato in una caraffa un'intera giornata) con tutto il lievito, 2 cucchiai di zucchero e 150 gr di farina:  si otterrà un composto liscio e liquido. Coprirlo con pellicola, avvolgerlo con un canovaccio e lasciarlo riposare per due ore.
Prendere il lievitino unire la metà della farina restante, la metà dello zucchero restante e metà degli altri ingredienti: uvetta, canditi, zeste e uova. Lavorare l'impasto a lungo (nella planetaria con la frusta a gancio oppure all'interno di una ciotola), coprirlo e lasciarlo riposare per altre due ore.
Trascorso questo tempo unire i restanti ingredienti, coprire e lasciar riposare per altre due ore.
Trascorso questo ultimo periodo di tempo lavorare l'impasto per altri 5 minuti e aiutandosi con delle spatole formare dei panetti lunghi e non molto grossi che verranno adagiati sopra la leccarda unta e coperta da carta forno.
Come si raccomandava Stella l'impasto deve risultare "petaisso" (appiccicoso) e una volta adagiato sulla leccarda deve "sentarse" (sedersi): quindi ogni leccarda (forno da 60 cm) potrà contenere al massimo due panetti che dovranno essere ben distanziati fra di loro.
Coprire con un panno e lasciar lievitare 50'. Spennellare la superficie del Bollo con un po' di uovo sbattuto con un po' di acqua e cucinare nel forno statico già caldo a 180° per circa 30'.

Cucinare con Staub e Zwilling: ci vediamo Dal Toscano a Mantova. Con delle Schiacciate grigliate con feta profumata al timo

E' finalmente scoppiata l'estate ma per me, che devo ancora affrontare seriamente il cambio di stagione del mio armadio, non è davvero un grande problema.
Beh, oramai i capi d'abbigliamento che indosso quotidianamente sono la giacca da cuoco ed i grembiuli declinati nei colori che amo maggiormente ovvero i bianchi e i neri, i grigi e i le tinte naturali. Quindi rimane un solo grande dilemma: come togliere certe macchie che sembrano diventate un tutt'uno con il dna ;)



Quando scoppia l'estate poi accendere il forno diventa un supplizio di Tantalo e ci si concentra su cotture un po' diverse utilizzando magari il wok o la tajine. E anche la bistecchiera, ovviamente.
Strumento in ghisa Staub che, il prossimo martedì 19 giugno, presso gli amici de "Dal Toscano", sarà il protagonista di uno showcooking in compagnia dell'acciaio dei coltelli Zwilling.

Il minicorso di cucina, dalle 17 alle 19, prevede la preparazione di 3 piatti e del consueto aperitivo di benvenuto: Rillettes di trota con finocchietto e sambuca, Piccata di pollo al mango (bistecchiera), Filetto di maiale con verdure e lime (ricetta thai), Spiedini dolci (bistecchiera).

Nel frattempo, visto che fa caldo sul serio, una proposta davvero sfiziosa ovvero delle Schiacciate grigliate con feta profumata al timo che, grazie proprio alla ghisa smaltata della bistecchiera Staub, si trasformano in un spuntino profumato e fresco, da accompagnare ad una buona birra artigianale.


Vi aspettiamo dunque, a Mantova Strada Romana 48 a Virgilio (MN), il prossimo martedì 19 giugno, dalle 17 alle 19.



Schiacchiate grigliate con feta profumata al timo


Ingredienti (per 4 persone)
200 gr di Petra1 (o farina 0), 150 gr di feta, 2 cucchiai di timo essicato, 1 albume, 1 dl di olio evo, rametti di timo fresco, pepe nero in grani, coriandolo in grani, sale grosso o in fiocchi, acqua fredda.

Procedimento
Setacciare 200 gr di farina e lavorarla in una planetaria con la frusta a gancio con 50 ml di olio evo e 100 ml di acqua fredda ottenendo un impasto sodo ed elastico (ma se non avete la planetaria basta una ciotola metallica e 10' minuti del vostro tempo). Coprirlo con pellicola e lasciarlo riposare per circa 1 ora.

Sbriciolate il caprino, unire il timo secco, un’abbondante macinata di pepe nero, una di coriandolo e far riposare in frigo.

In una spianatoia infarinata dividere l’impasto in 8 parti uguali e “pirlarle” ovvero lavorarle fino ad ottenere altrettante palline. Stendere la pallina fino ad ottenere una sfoglia sottile e rettangolare, spolverizzarle di farina.
Emulsionare l’albume con due cucchiai scarsi d’acqua, dividere e mettere al centro di 4 rettangoli il formaggio, spennellare i bordi con l’emulsione, coprire con i 4 rettangoli restanti sigillando bene i bordi con le dita affinché il ripieno non esca.

Spennellare le schiacciate con l’olio evo rimasto e cucinarle su una griglia ben calda per 2-3’ con la parte unta sopra la superficie calda, spennellare la parte superiore delle schiacciatine, girarle e cucinarle per altri 2-3’.
Cospargere con sale grosso o in fiocchi e decorare con qualche rametto di timo fresco e servire subito.