Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Torta speziata di mele con arancio e pepe nero. E il linguaggio del cibo


Può una torta speziata di mele che possa raccontare come il cibo sia per noi linguaggio, strumento di comunicazione, identità culturale?
Dalla burrosa Apple pie di Nonna Papera alla basica e sempre affascinante Tarte Tatin fino alle innumerevoli declinazioni iconografiche, in una sorta di "ennesima torta di mele" cotta e postata.

Provate a pensarci: un dolce semplice come una torta di mele si svela in mille varianti e in tante lingue, che poi sarebbero gli ingredienti.
A cominciare dalle mele.
Le renette ci raccontano una stagione ed un luogo, come le annunca, del resto. Usereste la granny smith? Magari si, così ci aggiungo anche un po' di lime e la mia torta di mele, rassicurante e morbida, diventerà un dolce fresco, quasi da inizio estate. 
Vogliamo parlare dello zucchero? Da quello di canna al più rustico integrale di barbabietola ecco aprirsi mondi olfattivi completamente diversi.
E la farina? La classica 00, diventa frolla, brisèe e voluttuoso impasto. A seguire la severità dell'integrale, i profumi dei grani siciliani, la pacca sulla spalla della farina di farro.
E delle spezie, cosa mi dite? La vaniglia un po' ruffiana, la cannella che a seconda che si tratti di nord Europa o nord Africa non è mai sopra le righe. E se volessimo aggiungere pepe garofanato, noce moscata, macis?
Insomma un dolce che si prepara con sei ingredienti offre più varianti di un caleidoscopio. 

Ciò che noi mangiamo nel 2020 è il frutto della commistione della cultura gastronomica di tanti popoli, fenomeno millenario che oggi prende il nome di “globalizzazione”, ed accadde sia con le invasioni barbariche, quando il popolo della carne, del burro e del latte si scontrò con la cultura del popolo mediterraneo, popolo del pane, della vite e dell’olivo (simboli della liturgia cattolica), che con lo scambio colombiano.

Lessico del cibo e identità culturale

Paolo Rossi è uno storico della filosofia della Scienza, ha scritto:

«Noi abbiamo ‘appetito’ di conoscenza, ‘sete’ di sapere o ‘fame’ di informazioni. Noi ‘divoriamo’ un libro, ‘facciamo indigestione’ di dati, abbiamo la ‘nausea’ di leggere o di scrivere, non siamo mai ‘sazi’ di racconti, ‘mastichiamo’ un po’ di inglese, ‘ruminiamo’ qualche progetto, ‘digeriamo’ a fatica alcuni concetti, mentre ‘assimiliamo’ meglio certe idee piuttosto che altre. Noi ci ‘beviamo’ una storia soprattutto se nel narrarcela sono state usate parole ‘dolci’, invece di condirla con ‘amare’ considerazioni, con battute ‘acide’ o ‘disgustose’ o, peggio, con allocuzioni ‘insipide’ e ‘senza sale’. Non a caso le storielle più ‘appetitose’ sono quelle  infarcite di aneddoti ‘pepati’, di descrizioni ‘piccanti’ e, vuoi anche, di paragoni ‘gustosi’.»

Quindi il cibo è un linguaggio con cui comunichiamo identità, appartenenze e quindi esclusioni, gerarchie sociali e la nostra l’identità (culturale del cibo) la troveremo alla fine del nostro percorso e non certamente all’inizio.

Come l’evoluzione di questa torta di mele che vede un modo diverso di “marinare” un ingrediente: invece di profumare le mele con il Calvados ho utilizzato delle essenze: arancio nella  montata di uova e zucchero, pepe nero nelle mele affettate finemente. Il risultato è un dolce profumato ed elegante, come se alle mele fosse stata spruzzata un po’ di magia.

E voi, di quali parole culinarie impreziosirete i pensieri odierni?


Ricetta, Torta speziata di mele con essenza di arancio e pepe nero

Portata, dessert
Dosi per 6-8 persone
Difficoltà, minima
Preparazione: 20’ più il riposo
Cottura: 1 h

Ingredienti 
  • 1 kg di mele tra Golden Red Delicius
  • 3 uova a temperatura ambiente (170 g circa)
  • 150 g di zucchero integrale di barbabietola
  • 120 g di farina integrale Maiorca Petra
  • Essenza di arancio Pri.ma: 10 spruzzate sull'impasto
  • Essenza di pepe Pri.ma: 10 spruzzate sulle mele affettate finemente
  • Zucchero a velo per il servizio

Procedimento
  • Porta il forno statico a 190°.
  • Con la planetaria monta le uova con lo zucchero, spruzza l'essenza di arancio.
  • Lasciate andare 15’ e nel frattempo sbuccia le mele, tagliale a spicchi, elimina il torsolo ed affettale finemente con la mandolina o un coltello affilato.
  • Trasferiscile in una boule di vetro e spruzza l'essenza di pepe nero.
  • Ora imburra uno stampo tondo di circa 24 cm di diametro.
  • Aggiungi alla montata di uova la farina arieggiata a più riprese, con una spatola, delicatamente. Unisci ora le mele e amalgama bene il tutto.
  • Trasferisci nello stampo, informa, abbassa la temperatura a 180° e cuoci per circa 1h.
  • Sforna, fai raffreddare per 15’, sforma e lascia raffreddare completamente.
Spolvera di zucchero a velo e servila, magari con una pallina di gelato alla vaniglia o un ciuffo di panna.

Benvenuto 2017. E chi ben comincia non dimentica il gesto gentile di preparare la colazione


La somma di 2017 è dieci, quindi Uno. 

Per la numerologia, per la Kabbalah e anche per Pitagora il numero uno corrisponde all'inizio, all'energia mentale, alle nuove partenze ed ai nuovi inizi.
Corrisponde alla volontà. E anche all'unità visto che è divisibile solo per sé stesso.
Ma per realizzare bisogna anche voler realizzare: non basta l'intenzione, ci vuole la forza e la maestria, l'umiltà e l'impegno, la visione e il coraggio, se serve, di rialzarsi.

Il 2017 sarà un anno in cui Mercurio potrà esprimersi al meglio nel suo essere pianeta governatore dell'estro geniale, delle invenzioni e delle occasioni di incontro. E sarà naturalmente un anno in cui si continuerà a parlare di cucina, certo, e di cibo. E mi piacerebbe che se ne parlasse aggiungendo due sostantivi dai quale credo non si possa più fare a meno ovvero la gentilezza e la stratificazione ( sovrapposizione), traduzione del più moderno "layering", un termine consueto a chi vive la "creatività"

Mi piacerebbe, come avevo auspicato nella letterina di "Buon Natale", che venissero meno le barriere e le opposizioni e che la contaminazione e gentilezza potessero serenamente esprimersi, raccontando storie e condividendo ricette. Con lo spirito mercuriano ovvero curioso ed intraprendente ma anche gentile ovvero protettore di quel passato che ci appartiene e che senza il quale il nostro futuro avrà sempre meno certezze. E tanta, troppa aggressività.

Si riparte, quindi, e per migliorare la realtà che ci circonda non ci resta che circondarci di gentilezza e di creativo stupore. Insieme, intrecciati, come gli ingredienti del dolce che vi offro oggi per colazione: una corona, un cerchio, un inizio.

Buon 2017.

 

Il Kringle Estone, o Treccia Estone, è una treccia di pasta brioche, tradizionalmente farcita con burro, cannella, cardamomo e dalla forma rotonda che una volta cotta assomiglia ad una corona. Oltre alle spezie la farcia prevede anche la presenza di noci, nocciole o pinoli e praticamente ogni famiglia riproduce la propria ricetta segreta, custodita gelosamente negli anni, e che può prevedere anche l’utilizzo di uvetta, albicocche disidratate, frutta secca o fresca.
Simbolico quindi non solo l’uso di determinati ingredienti, come le preziose spezie ed i ricchi semi oleosi, ma anche la forma arrotolata comune in molti altri dolci più o meno vicini a noi come la Gubana friulana,  la Putizza giuliana, il Burek turco e dei paesi dell’Est ed i Pretzel di origine germanica.

 

 

Il Kringle è un dolce molto diffuso in tutto il Nord Europa, dove pare sia arrivato nel XIII secolo dal Mediterraneo, portando con sé i profumi delle spezie, e conquistando subito le dispense di Norvegia, Svezia e Danimarca. La parola Kringle in norvegese significa “chiocciola” anche se si possono trovare normalmente in commercio Kringla (al plurale) a forma di pretzel o di ferro di cavallo. 

In Estonia invece il Kringle modificò la forma nel corso dei secoli assumendo quella giunta fino a noi ovvero il cerchio intrecciato che ricorda il ciclo della vita e delle stagioni. 
E’ singolare infatti che prima di divenire un dolce abbastanza comune - si trova infatti tutto l’anno nelle pasticcerie e nelle panetterie - fosse preparato per festeggiare i compleanni e come dono nei riti di fine d’anno, quando la Festa delle Luci che riuniva le famiglie durante il Solstizio d’Inverno fu sostituita dalla celebrazione della nascita di Gesù prima e dal più commerciale Natale poi.

Una treccia soffice e profumatissima, ricca di burro e di semi croccanti, dorata grazie alla presenza dello zucchero di canna, che si può preparare e donare per farsi gli auguri, per decorare la casa durante le festività e per iniziare il nuovo anno con un auto-augurio.

 

Kringle o Treccia Estone
Portata: dessert
Dosi per 8 persone
Difficoltà: media
Preparazione: 30’ più la lievitazione
Cottura: 30’
Riposo: 3 h
Vino consigliato: Recioto Classico Docg

 

Ingredienti per la pasta
300 g di Petra 1
5 g di lievito di birra secco
120 ml di latte crudo a temperatura ambiente
50 g di burro di malga a temperatura ambiente
50 g di miele di Acacia "Quintessenza" Thun
1 uovo bio a temperatura ambiente
un pizzico di sale

Ingredienti per la farcia
80 g di burro di malga a temperatura ambiente
80 g di zucchero di canna
60 g di uvetta sultanina
30 g di noci 
30 g di nocciole tonde igp
1 cucchiaio di cannella regina in polvere
3 semi di cardamomo
il succo di mezza arancia per ammollare l'uvetta
1 uovo, 1 cucchiaio di latte, mandorle a lamelle e zucchero a velo per la finitura

Preparazione
In una planetaria con la frusta a gancio oppure in una ciotola impasta tutti gli ingredienti a temperatura ambiente per 10’, aggiungendo verso la fine il sale così da non rendere inattivo il lievito, fino ad ottenere una palla tonda e liscia.

Trasferisci l’impasto in una ciotola, coprilo con pellicola e lascia lievitare per almeno 2h o fino al raddoppio.

Stendi l’impasto con un matterello, così da ottenere un rettangolo di circa 35x25 cm, distribuisci spalmandolo il burro morbido, spolvera con lo zucchero setacciato con le spezie e termina con l’uvetta ammollata per 20’ nel succo d'arancia e ben strizzata e con le noci e le nocciole tritate al coltello.

Arrotola strettamente l’impasto, partendo dal lato più lungo, taglialo a metà ed arrotola i due capi, unisci le due estremità dando una forma di cerchio, posiziona il kringle sopra una teglia coperta da carta forno, proteggi con pellicola e lascia lievitare per almeno un’altra ora o fino al raddoppio.

Accendi il forno statico a 180°, spennella la superficie della treccia con l’uovo sbattuto con il latte, distribuisci un paio di cucchiai di mandorle a lamelle e cucina per 30’ o fino alla doratura della treccia.

Fai raffreddare sopra una gratelle e servi Il Kringle spolverato di zucchero a velo.

Ottobre: finalmente la zucca! Un ortaggio magico e un Pumpkin Bread



La zucca è un ortaggio dono che la scoperta delle Americhe fece all’Europa anche se, a dire il vero, già Greci e Romani conoscevano delle varietà di zucca delle quali gli Etruschi erano avvezzi utilizzatori: sia Plinio che Discoride ne erano dei grandi estimatori tanto da definire questo semplice ortaggio “refrigerio della vita umana, balsamo dei guai”
Per i Conquistadores Spagnoli fu una novità, assieme al mais ed al cacao, anche se le popolazioni peruviane la conoscevano e l’utilizzavano fin dal 1200 a.C.: rivestiva infatti un ruolo molto importante nell’alimentazione delle popolazioni andine prima e indiane poi, qualità che i coloni europei impararono a conoscere, unitamente agli utilizzi ed ai metodi di coltivazione.

La zucca infatti presenta un bassissimo contenuto calorico, visto che praticamente non contiene grassi, è molto ricca di vitamine come la A, la C ed oligoelementi fondamentali per l’organismo come calcio, fosforo, sodio, potassio e ferro; la curcubitina presente al suo interno è un ottimo vermifugo, calmante per le infiammazioni dell’apparato digerente, mentre succo e polpa insieme possono essere utilizzati come diuretici. Dai semi di zucca si ricava un olio che può essere utilizzato nell’alimentazione e per curare le infiammazioni della pelle e con la polpa cruda si ottiene un’ottima base per la preparazione casalinga di maschere di bellezza tonificanti ed illuminanti.


A parte quelle piccole ornamentali che sempre più spesso troviamo nei mercati per arredare la nostra casa in autunno le varietà di zucca sono davvero molte: Butternut o noce di burro, Big Max, Lunga di Napoli, Mammoth, Montovana, Marina di Chioggia, Pasticcine gialle, Turbante turco ed infine la mitica Jack O’Lantern, coltivata principalmente per la festa di Halloween, in quanto si svuota e si lavora molto facilmente per consentire l’alloggiamento di candele e lanterne. In realtà, fin da tempi immemori, era consuetudine in occasione dell’Equinozio d’autunno, e con la conseguente chiusura delle attività agricole in vista dell’inverno, porre alle finestre delle abitazioni, ed ai confini con i boschi che circondavano i villaggi, zucche svuotate e trasformante in lanterne così da “indicare la strada” ai cari familiari defunti che avrebbero protetto i campi ed i semi durante l’inverno, consentendo splendide fioriture e ricchi raccolti in primavera ed in estate.

Ma perché la zucca è da sempre stata considerata un ortaggio quasi magico? Il suo interno, così ricco di semi, simboleggia fin da epoche lontanissime rinascita, salita al cielo, abbondanza e quindi auspicio prezioso ad una nuova vita, come fa la natura che si riposa sotto la neve dell’inverno per poi esplodere in tutta la sua potenza e bellezza con l’arrivo della primavera. Inoltre la zucca è un ortaggio a “spreco-zero” e della quale non si butta via nulla, come ben sapevano i mercanti dell’antica Roma che riuscivano a trasformarla, una volta svuotata ed essiccata, in un prezioso e resistente contenitore.

 

Naturalmente la zucca sa essere preziosissima anche in cucina e diventare protagonista di moltissimi piatti: pensate ai tortelli mantovani, alla zucca al forno arricchita con uvetta e pinoli della tradizione gastronomica ebraica, ai morbidi risotti, ai profumati sformati, ai colorati gnocchi ed alle golose frittelle di zucca fritta. E naturalmente non ci si poteva scordare dell’aperitivo dove i semi di zucca, tostati e salati, diventano goloso snack.

Il Pumpkin Bread, o pane dolce alla zucca, proposto oggi è un pane umido ed aromatico, vecchia ricetta del Maine, che non manca mai sulle tavole delle Feste ed è anche usato come piccolo dono da portare quando si è ospiti di amici e parenti. L’uso di un particolare mix speziato infine, consuetudine nei dolci anglosassoni, è da sempre di buon auspicio.

Pumpkin Bread o Plumcake speziato con zucca (anche per Halloween :)

Dosi: per 8 persone
Preparazione: 40’
Cottura: 1 h
Difficoltà: media

Ingredienti
300 gr di polpa di zucca (già cotta e ridotta in purea)
200 g di farina 00 o debole
250 g di zucchero 
120 g di burro 
3 uova Bio
1 cucchiaino di cannella in polvere
1/2 cucchiaino di noce moscata
1/2 di zenzero in polvere 
oppure un cucchiaio di spezie per panpepato o cookies
1 cucchiaino di lievito 
1 cucchiaino di bicarbonato 
1 cucchiaino di sale
2/3 cucchiai di acqua a temperatura ambiente
2/3 cucchiai di mandorle a lamelle per la decorazione

Preparazione
Cuoci al vapore per circa 20’ la zucca tagliata a quadrotti e con il frullatore ottieni una purea morbida. Lascia raffreddare per almeno 10’.
Nel frattempo accendi il forno statico a 180° e rivesti con carta forno una stampo da plumcake max 22 cm di lunghezza.
Setaccia un paio di volte la farina, il lievito, il bicarbonato, le spezie e il sale così che queste si amalgamino bene.
Con un frullino elettrico o nella planetaria monta il burro con lo zucchero per qualche minuto fino ad ottenere una crema morbida.
Unisci il purè di zucca e successivamente incorpora le uova, una alla volta. Sempre mescolando unisci infine la farina alternando con l’acqua.
Riempi lo stampo con il composto ottenuto, ricopri con le mandorle a lamelle e cuoci nel forno statico già caldo per almeno 1h o fino alla prova stecchino.


Sforna, fai raffreddare sopra una gratella e servi il Pumpkin Bread cosparso di zucchero a velo e con panna fresca appena montata e profumata con un po’ di cannella.

Noblesse Oblige
La zucca è un bell’ortaggio tondo e dall’aspetto simpatico e, come abbiamo letto prima, dalle molteplici qualità che l’hanno resa strumento e nutrimento per molti secoli. Forse è per questo che Charles Perrault, nella celebre fiaba di Cenerentola la fece diventare addirittura la preziosa carrozza di una futura Principessa.

Mix speziato fai-da-te
Vuoi avere la tua miscela speziata da utilizzare anche la Pumpking Pie o i Gingerbreaf, i classici uomini natalizi di origine angolsassone? Allora miscela nella stessa quantità cannella, chiodi di garofano, cardamomo, macis, zenzero, pimento in polvere, mescola bene e conserva in un vasetto di vetro ed ogni volta che vorrai profumare i tuoi dessert per Halloween, e fino a Natale, ti basterà aggiungere all’impasto un cucchiaio di miscela profumata.

“LA CUCINA GENTILE”, un momento di incontro e confronto al femminile a cura delle Lady Chef di Treviso


LADY CHEF DI ASSOCUOCHI TREVISO E SPAZIO DI MARCA SONO LIETI DI PRESENTARVI “LA CUCINA GENTILE”

Dal prossimo ottobre, su iniziativa del sodalizio “LADY CHEF” di Assocuochi Treviso e “SPAZIO DI MARCA”, un momento di cucina tutto al femminile per parlare di cibo attraverso la tecnica e la manualità, la tradizione e la cultura che esso sa esprimere.
Uno spazio di incontro e confronto. Uno Spazio di Marca, appunto.

I cooking show, curati da tre diverse Lady, si svolgeranno nella cucina di “Spazio di Marca” (Viale Trento e Trieste, 10 a Treviso) secondo il seguente calendario:

5 ottobre 2016
“IL TÈ DEL POMERIGGIO A TREVISO, DOLCE E SALATO”, in collaborazione con “La STANZA DEL TÈ” di Treviso, curato da  DANIELA BUOSI Lady Chef di Assocuochi Treviso, Personal Chef

2 novembre 2016
“LA CUCINA DI CAMPAGNA IN CITTÀ” la rivisitazione in chiave 2.0 della tradizione gastronomica trevigiana, curato da CRISTINA ANDREOLA referente Lady Chef Assocuochi Treviso e Unione Cuochi del Veneto, Chef patron Agriturismo AL CREDAZZO

7 dicembre 2016
“LE SPEZIE, IL PROFUMO DELLA TERRA” ovvero un viaggio attorno al mondo, curato da ANNAMARIA PELLEGRINO Lady Chef, Corporate Chef, blogger e foodwriter dI lacucinadiqb.com

Programma degli incontri
Dalle 19.00 alle 19.30, registrazione e consegna dispense
dalle 19.30 alle 22.30 cooking show e piccola degustazione.
Contributo a lezione
30 euro, per gli associati Fic
35 euro per i non associati
pacchetto promozionale 90 euro per l’intero percorso.
Per info e prenotazioni: Daniela Buosi mail: danielabuosi@alice.it , cell 3663778024

Vi aspettiamo!


Il confetto, da duemila anni un abito dolce che racchiude la storia, la geografia e la cultura del cibo. E non solo


Per il calendario del cibo italiano, nella settimana dedicata alla Mandorla a cura dell'ambasciatrice Flavia Silipigni Galasso, oggi si festeggia la Giornata Nazionale del Confetto, la cui ambasciatrice è Alice Del Re. 

Il confetto è un “prodotto che si ottiene rivestendo con strati di zucchero, miscelato o non a essenze e a sostanze coloranti innocue, un nucleo centrale di mandorle, nocciole, frutta, o di liquori e creme di liquori. Gli strati di zucchero sono sovrapposti al nucleo per successive bagnature, effettuate in bassine (caldaie preferibilmente in rame o acciaio, in continua rotazione) non troppo riscaldate. I confetti sono utilizzati di solito per festeggiare particolari ricorrenze (nascite, matrimoni, lauree ecc.). L’eventuale colorazione esterna, in genere, corrisponde a una determinata celebrazione.” (cit. Dizionario Treccani).

Quando nacque il confetto come lo conosciamo noi?
Fino a quando l'esercito di Alessandro Magno non scoprì nel 324 a.C. la mitica "canna di Persia”, che divenne poi coltivazione comune anche nella città di Palermo (a proposito, sapete che la parola veneziana "sucaro" ha la medesima radice di "sakhara" che in sanscrito vuol dire sabbia o zucchero?), qualcosina si poteva fare con il miele, unico riferimento dolce che la natura aveva offerto fino ad allora. Apicio (14-37 d.C.) comunque ne parlava già in epoca romana e raccontava che si era soliti festeggiare nascite e matrimoni con particolari dolcini la cui anima di mandorla era avvolta da una pastella cotta di miele e farina.


In realtà “confettare” (dal latino conficĕre, preparare, confezionare) ovvero avvolgere con una sostanza dolce un’anima amara o medicamentosa sembra essere stato l’ingegnoso escamotage alla base della nascita dei confetti. Si racconta che lo scienziato persiano Abu Bakr Mohammad Al-Razi (865-930 d.C.), originario di Ray, un’antica città nei pressi di Teheran, per somministrare le medicine ai pazienti più piccoli ricoprì il “principio attivo”, spesso una mistura amara di erbe e spezie, con uno strato dolce, come fece molti secoli più tardi Mary Poppins, nella celebre canzone “basta un poco di zucchero e la pillola va giù…”.
Quindi una diagnosi ed una cura. E perchè non farla diventare una cura preveniva?

LA TEORIA DEGLI  UMORI
Dovete sapere che tutte le pratiche mediche che furono seguite fino al tardo medioevo si basavano sugli studi, e sulle convinzioni di due scienziati greci: Ippocrate (460 a. C.-370 a. C. circa) e Galeno (130-210 d.C) rispettati medici e filosofi.
Essi ritenevano che la buona salute di una persona dipendesse dal buon equilibrio fra i quattro umori presenti nel corpo: sangue, flegma, bile nera e bile gialla. Lo squilibrio umorale, anche se minimo, si manifestava nel fatto che il corpo diventava troppo secco o troppo umido, oppure troppo freddo o caldo ed andava ad incidere in maniera nefasta sulla salute fisica e mentale. Inoltre nella teoria “atomica” elaborata da Anassimene prima ed Anassimandro poi si riteneva che la materia organica che componeva il mondo allora conosciuto conteneva gli stessi umori presenti nel corpo e corrispondenti ai quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Di conseguenza ciascun tipo di alimento aveva delle caratteristiche umorali proprie e diventata fondamentale seguire un determinato stile di vita composto da corretta alimentazione, un giusto sonno ed un adeguato movimento fisico, per fare in modo quindi che le corrette proporzioni degli umori non si alterassero. Da qui ad affermare che "sia il cibo la tua medicina” il passo fu davvero breve e stabilire che gli alimenti dolci e speziati rappresentavano la summa degli umori fondamentali, ovvero il calore e l’umidità, fu la logica conseguenza.


Ecco allora che somministrare una sostanza zuccherina che ricopriva un medicamento, azione postuma necessaria a correggere uno squilibrio corporeo, fu sostituita dalla somministrazione preventiva, come indicato anche Giovanvettorio Soderini (Firenze 1526-1597) nel suo Trattato della cultura degli orti e giardini: Cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti, rompono le ventosità del ventre mangiati dopo pasto, e rendono buon odore e fanno buon fiato masticati in bocca.”

L’anima dei confetti quindi divenne un prezioso segreto composto da misture speziate ma anche da singoli semini di anice stellato, di cardamomo e di coriandolo e divenne consuetudine offrire piccoli dolcini sia in occasione festose come il Carnevale, durante il quale i patrizi veneziani lanciavano dalle finestre, durante il passaggio dei carri cittadini, confetti di coriandolo (sostituiti nel tempo dai più economici ritagli di carta colorata) che in quelle religiose come durante i festeggiamenti dei matrimoni mistici di monache e monaci, dove venivano offerte preziose coppe ricolme di confetti bianchissimi, ad indicare purezza e castità. Cronache medioevali, infine, testimoniano che l’Opera di S. Jacopo di Pistoia era solita offrire “palline dolcissime con l’anima di anice stellato” ai pellegrini che giungevano in città stremati dal lungo viaggio.
Ma l’eccessiva presenza del confetto nei monasteri, evidentemente, poteva divenire testimonianza di eccessiva debolezza ai piaceri della carne, come testimoniato da Boccaccio nel Decameron, Settima Giornata, Novella terza nella quale “Frate Rinaldo si giace colla comare; truovalo il marito in camera con lei, e fannogli credere che egli incantava i vermini al figlioccio” e si legge di un’accesa filippica contro la mollezza dei costumi dei monaci che vivono in “celle piene d'alberelli di lattovari e d'unguenti colmi, di scatole di vari confetti piene, d'ampolle e di guastadette con acque lavorate e con olii, di bottacci di malvagìa e di greco e d'altri vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non celle di frati, ma botteghe di speziali o d'unguentari appaiono più tosto a' riguardanti.”

E LE BOMBONIERE?
Fatto sta che progressivo spostamento del confetto verso l’ambito simbolico religioso avviene proprio in questo periodo e la coppa, o la scatola, ricolma di confetti si trasforma in preziosa bomboniera che veniva scambiata in occasione del fidanzamento: i futuri sposi e le famiglie si scambiavano preziose scatolette porta confetti e il fidanzato donava alla promessa sposa una "coppa amatoria”, un piatto in ceramica che conteneva diversi confetti nuziali, un dono che che doveva assicurare fecondità e prosperità.
Ma questa è un’altra storia.

LE MANI IN PASTA, PARDON, NELLO ZUCCHERO
Ma chi confezionava i confetti? Sicuramente i pasticceri visto che il dolcino medicamentoso aveva perso nel tempo la funzione curativa ed era diventato simbolo ed auspicio di momenti festosi della vita di tutte le persone.

Le prime fabbriche di confetti sono documentate già XV secolo e identificano in Sulmona (L’Aquila) un centro produttivo fiorente e dalle attrezzature tecnologicamente avanzate, tra le quali le "bassine", le stesse che ancor oggi vengono utilizzate dal maestro pasticcere Mauro Morandin (che ringrazio per avermi inviato le immagini che lo ritraggono in alcune fasi della lunga e lenta lavorazione).


Tavole tratte dall'Enciclopédie di D'Alambert e Diderot, sec. XVIII



Mauro Morandin nel suo laboratorio

Nel Dizionario delle arti e de' mestieri di Francesco Griselini, pubblicato a Venezia 1772, si legge che Il confetturiere è quello che fabbrica, e che vende confetture, marzapani, biscotterie, e cent’altri articoli diversi fabbricati collo zucchero. Sembra che quest’arte sia stata inventata per alletare il gusto in altrettanti modi quanti ella produce lavori diversi. Non v’hanno frutta, fiori, semi, e piante, per quanto sian eglino buoni naturalmente, cui dar non possa un sapore più grato e dilettevole, oltre di somministrare alle mense de’gran signori il più bell’ornamento. In somma essa può eseguire collo zucchero medesimo ogni sorta di disegni, di piani, di figure, ed anche dei pezzi d’architettura. Tutte le specie di confezioni si riducono ad otto sorta cioè confezioni liquide, marmelade, gelatine, paste, confezioni secche, conserve, frutti canditi, e confetti.”

I confetti, le pastiglie, e le figure di zucchero sono pur anche lavori de’confetturieri. Si fanno dei confetti di tante sorta, e di diversamente nominati, che non sarebbe facile il darne di tutti notizia. Si mettono in confetti dei semi di melone, d’unici, di finocchio, dei pistacchi, delle avellane, delle mandorle di varie sorta si pelate, come da pelare dei pezzuoli di cannella, brocche di garofano, ec. pezzuoli di polpa, o di arancio confezionati, ed altre molte sostanze. La maniera di coprire di zucchero la sostanza che deve formare il nocciuolo del confetto, è la stessa per tutti i frutti, o semi destinati a servire a tal uso; il perché noi pensiamo che recando la maniera di coprire una mandorla di zucchero per formare un confetto, si avrà una sufficiente cognizione di siffatto genere di lavoro. Si fa cuocere in un padellone dello zucchero chiarificato finchè abbia la consistenza di uno sciroppo assai denso. Conviene aver un barile senza i fondi, sulla parte superiore del quale si adatta un catino di rame di tal grandezza che riempia assolutamente il diametro del barile. Si mette in fondo a detto catino la quantità di mandorle ch’ei può contenere, adattando le une presso alle altre; si pone quindi al di sotto del catino entro il barile una fuocaia di bracce capaci di somministrare alle mandorle un dolce calore. Ridotto o zucchero al segno convenevole, se ne versa con un cucchiaio una quantità sulle mandorle, badando di agitarle continuamente con una spatola di legno, onde impedire che non si appicchino le une contra le altre. Si danno alle stesse successivamente parecchi strati di zucchero seguendo lo stesso metodo finchè abbiano acquistata la grossezza che loro si vuol dare. Certi confetturieri danno ai confetti per ultimo strato dell’armido, e la maggior parte lo meschia anche collo zucchero per accrescere il loro guadagno. L’operazione testè indicata è comune riguardo ai confetti lisci, ed ai confetti perlati, e ripieni di picciole punte, che scabrosi li tendono. Si perviene a lisciare i confetti ponendoli in una gran caldaia di rame, col fondo piatto, ove si agitano fortemente per ogni verso, aggiungendovi alcune gocciole di sciroppo freddo, il quale da confetturieri vien chiamato sciroppo cotto da lisciare. Lisciati i confetti, eglino non han d’uopo d’altro che d’essere seccati. A tal effetto si portano nella stuffa, la quale è un luogo, il di cui intavolato è di legname, e le di cui mura vanno corredate di piccioli telai di ferro sopra i quali si adattano gli stacci, che contengono i confetti. Nel mezzo della stuffa havvi una padella, o una caldaia di ferro piena di fuoco. Per fare i confetti perlati si procede nel modo indicato, come per far i confetti lisci sin alla metà dell’operazione; ma quand’abbian oglino acquistata nella prima caldaia la metà della grossezza che loro si vuol dare, si mettono in un'altra, sospesa al soffitto col mezzo di una corda attaccata ai due maniche della caldaia medesima che trovansi diametralmente opposti; e mercè ad un altro manico situato nella di lei parte anteriore, si fanno balzare i confetti al di sopra della caldaia per via del bilanciamento che le si procura si aggiunge dello sciroppo di tempo in tempo, e si tiene sotto la caldaia una padella di fuoco. I diversi movimanti che ricevono i confetti mediante tal operazione, riuscire li fanno con quelle punte di cui li veggiano sparsi. Dopo siffatta operazione, si portano nella stuffa come i confetti lisci. Lo zucchero, che rimane in fondo delle caldaie, viene impiegato a fare dei confetti comuni. Le buone qualità dei confetti sono di essere recentemente fatti, che lo zucchero ne sia puro, senza mescuglio d’amido, che siano duri, secchi, bianchi tanto al di fuori, quanto al di dentro; finalmente che i frutti, i semi, e le altre sostanze che ne formano il nocciuolo, siano fresche. Lo zucchero da fare le mandorle abbrustolite dev’esser cotto alla gran piuma. Si fanno mettendo i un padellone le mandorle, senza che siano state pelate, nello zucchero così preparato: le si agitano fortemente con una spatola di legno finchè lo zucchero sia interamente attaccato alle medesime, e che abbia acquistato un colore brunastro. Questa operazione dee eseguirsi sopra un fuoco ardente.”

Facile, no? 
Anche se non li produrremo mai a casa credo sia importante comprendere quanta maestria e quanta pazienza siano celate tra l'anima di mandorla e il vestito di zucchero cotto e stratificato. E sicuramente abbiamo bisogno di sapere dove si possono acquistare i migliori  confetti e come degustarli adeguatamente.






NOTIZIE DALL’INTERNO: SI FA PRESTO A DIRE MANDORLA
La rivista Gambero Rosso, nel marzo 2013, pubblicò un articolo davvero esaustivo sulla realtà produttiva del confetto italiano redigendo una playlist della dolcezza, dove veniva indicati non solo i 10 migliori pasticceri produttori ma anche quali dovevano essere le mandorle da utilizzare per degustare un prodotto d'eccellenza, mandorla che nel tempo ha sostituito il semi di coriandolo e di anice stellato.

La mandorla di Avola
È coltivata nel Siracusano e tutelata da un Consorzio (www.consorziomandorlaavola.it). In attesa di Igp, si fregia di un marchio utilizzato da pasticcieri, confettieri e trasformatori. La mandorla di Avola non è solo buona, è anche uno scrigno di salute per l’alto contenuto di acidi grassi insaturi, vitamina
E, magnesio, calcio e proteine vegetali. E con una quantità di polifenoli tre volte superiore a quelle californiane. Comprende diverse cultivar.

1 - Pizzuta
È la mandorla eletta della confetteria e della pasticceria di qualità. Il guscio è duro e liscio, con pori piccoli e un’estremità appuntita. Il seme è grande, ha la forma di un’ellisse larga, piatta e leggermente appuntita, con la superficie rugosa color rosso cuoio. Oltre che per la forma, è apprezzata per l’uniformità dei semi e per il sapore ineguagliabile.

2 - Fascionello
Non è impiegata dai confettieri per la forma più tondeggiante e appuntita rispetto alla pizzuta e perché più morbida e grassa quindi soggetta a sudare con il rischio di macchiare il confetto. Ma il sapore è eccellente, un po’ più dolce e delicato di quello della sorella maggiore. Perfetta per gli altri usi di pasticceria.

3 - Romana o corrente d’Avola
È considerata una mandorla di serie B non per il sapore, ricco e pieno, ma per la forma un po’ triangolare e irregolare e perché spesso gemellare quindi di spessore dimezzato.

La mandorla di Torrito
Ha un guscio morbido che si rompe facilmente con le mani. La forma piccola e panciuta non la rende adatta ai confetti. Ma il gusto intenso ed elegante, la pastosità e le note di burro in chiusura ne fanno una delle migliori mandorle italiane, impiegata da produttori di torrone di qualità. La zona di coltivazione è il territorio di Toritto, nel Barese, dove si sono sviluppate varie cultivar tra le quali la “Antonio De Vito” e la “Filippo Cea”. È tutelata da un presidio Slow Food, fondato dalla produttrice di riferimento della mandorla di Toritto, Emilia D’Urso della Masseria Pilapalucci (www.pilapalucci.it).

La mandorla californiana
Spesso spacciata per quella siciliana o barese, è una mandorla grande, bella e regolare, e con una resa del 60% contro il 20% di quelle nostrane. Una ragione c’è: l’irrigazione, che la ingrassa ma ne diluisce anche il sapore. In una parola: sa di poco, vagamente di noce di cocco. E poi è trattata con aflatossine, per questo la Comunità Europea alcuni anni fa ne ha bloccato l’importazione. Com’è andata a finire? Le lobby americane hanno chiesto alla UE di far innalzare il livello di aflatossine permesse. Quindi acquistate mandorle italiane.

La mandorla spagnola
È simile nella forma all’Avola ma è più rugosa e solcata. Il sapore è migliore della californiana ma non raggiunge i vertici delle nostre mandorle.

LA PLAYLIST PIU’ DOLCE: I DIECI MIGLIORI CONFETTI D’ITALIA
1°, MUCCI, Andria (BT), www.confettimucci.it www.muccigiovanni.it
L’“Avola Extra pelata 37/38” dell’antica fabbrica Giovanni Mucci ci ha fatto entrare nel mondo magico del confetto gourmet.
Un confetto di una finezza, un’eleganza e un equilibrio incredibili, dove si uniscono selezione della materia prima, una ricetta che gioca per sottrazione e un’esperienza ultracentenaria.

2°, LABBATE MAZZIOTTA, Agnone (IS), www. labbatemazziotta.it
Azienda dolciaria nel paese molisano sinonimo di campane. Oltre alla pasticceria fresca e secca e alle dolcezze ricoperte di cioccolato si muove bene anche nella produzione di confetti, ottenuti in modo e con ingredienti tradizionali: trattamento con gomma arabica, incamiciatura con amido di riso, confettatura nelle classiche bassine di rame insieme a vanillina.

3°, COLLE-FIORITO, Roma, www.collefiorito1945.it
Questa azienda artigianale romana nata nel 1945 e specializzata in cioccolato e confetti si posiziona al terzo posto con il suo “Avola Impero”. Un signor confetto, grande, molto regolare ed omogeneo di un bel bianco tendente al panna (ottenuto senza colorante). Se al naso non emana profumi, in bocca lascia belle sensazioni di sapore, aromi e consistenza. 

4°, ERNESTO BRUSA, Varese, tel. 0332 288 204
Un confetto di grande personalità dove la mandorla gioca il ruolo di vera star. È l’“Avola Flot Extra Super” della famiglia Usuelli, che ha rilevato l’antico confettificio Ernesto Brusa di Varese, nato negli anni Trenta. Bello nonostante il colore di un bianco sparato che vira all’azzurro (contiene E171): grande e omogeneo, con un sottilissimo strato di zucchero che lascia trasparire la forma sinuosa della mandorla sottostante (calibro 37/38), come una camicia bagnata. Ricorda il Cristo Velato della cappella Sansevero a Napoli.

5°, DOLCE- AMARO CONFET- TERIA MOLISANA Monteroduni (IS), www.dolceamaro.com
L’azienda della famiglia Papa, nata nel 1975 a Cassino, in Ciociaria, poi trasferitasi in Molise, si aggiudica un meritato quinto posto con l’“Avola Extrafino 38/40”. La mandorla è trattata con gomma arabica, maltodestrina e amido di riso prima della confettatura resa più candita con l’aiuto di E171 e aromatizzata con vanillina. Il confetto si presenta molto grande, piatto e regolare, di un bianco leggermente innaturale.

6°, PRISCO MAXTRIS, Scisciano (NA), www.confettimaxtris.it
Prisco è il marchio di Italiana Confetti, con sede a Somma Vesuviana e stabilimento a Scisciano. L’“Avola 40 lusso”, il nuovo confetto dell’azienda napoletana destinato alla nicchia di mercato, confezionato in un’elegante scatola di cartoncino bianco meringa con esili scritte oro e marrone, è un prodotto gourmet con poco zucchero e additivi ai minimi termini: gomma arabica, amido di riso e vanillina, senza E171.

7°, ROSSETTI, Milano, www.rossettisposa.it
“Fabbrica confetti e affini dal 1936” a Milano, Rossetti compete con il suo prodotto di punta, l’“Excellent Bianca Avola 40”, oltre il 40% di mandorla, il resto zucchero, gomma arabica (e talvolta maltodestrina), amido di riso, vaniglia e biossido di titanio. Un bel prodotto, di grande masticabilità, con la camicia di zucchero fine e friabile, che lascia trasparire le rugosità di una mandorla grande, magari dal sapore non esplosivo ma fresca, umida e dalle note aromatiche convincenti e pulite.

8°, PELINO, Sulmona (AQ), www.pelino.it
Pelino è un pezzo della storia del confetto nazionale, con un ricco medagliere di riconoscimenti. Nata nel 1783 nella città sinonimo di confetti, dove ha fabbrica e museo dedicato, continua a produrre le piccole dolcezze secondo antiche ricette di famiglia e orgogliosamente senza amido e coloranti. Solo un po’ di gomma arabica come addensante, vaniglia («in genere del Madagascar») unita a vanillina per aromatizzare.

9°, D’ALESSANDRO, Sulmona (AQ), www. confettidalessandro.it
Altra fabbrica nella città per definizione del confetto, prossima a spostarsi a L’Aquila nella zona industriale, vicino a una delle new town post sisma, dove attiverà altre dolci produzioni.
Il confetto “riserva” dell’azienda di Enzo La Civita (impegnata da anni nella solidarietà, soprattutto nella protezione dei cani) è Sogno di Sulmona, con Avola calibro 38/40 trattata con gomma arabica prima dell’incamiciatura con amido di riso. Forma un po’ irregolare e disomogenea di colore bianco panna convincente (ottenuto senza colorante).

10°, DI DONATO, Pescara, www.didonatoconfetti.it
Un buon confetto l’“Avola Gloria 38” dell’azienda pescarese, anche se un po’ sui generis per quell’aroma di zagara e d’arancia che si avverte al naso e soprattutto in bocca e lo rende poco caratteristico. All’occhio si presenta abbastanza grande, piatto, regolare e di un bianco corretto (con l’aiuto di E171). Lo strato di zucchero piuttosto sottile avvolge una bella mandorla di buon calibro (trattata con gomma arabica), fresca, pulita e dal sapore abbastanza pieno.

Ho riportato le considerazioni di coloro che hanno partecipato al panel di degustazione,  Marco Greggio, agronomo e docente di analisi sensoriale Marco Rinella, pasticciere di Cristalli di Zucchero - Roma la redazione del Gambero Rosso, e le prime righe a corredo di ogni produttore, per far comprendere cosa vuol dire “degustare” un prodotto apparentemente semplice come il confetto, dove la lenta masticazione e la registrazione delle diverse sensazioni olfattive e gustative sono le medesime che venivano evocate nel medioevo con il piacere, a fine pasto, di inebriarsi con una spezia inzuccherata.

Buona degustazione.

Bibliografia
Francesco Ghiselini - Dizionario delle arti e dei mestieri
Sally Spetor - Venice ed i suoi sapori
Laura Malinverni - La cucina medioevale: umori, spezie e miscugli
Ippocrate - Teoria degli umori
Galeno - De elementis secundum Hippocratem
Giovanni Boccaccio - Decameron
Gambero Rosso, rivista Marzo 2013, a cura di Mara Nocilla
web: alcune immagini