Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

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Il borscht estivo per "Vivere la casa" e Zwilling


Sono passati 24 anni da quando, nel giro di 10 giorni, decidemmo di sposarci. Era la metà di agosto e la prima data disponibile risultò essere il 5 settembre 1987.
Ci conoscevamo da meno di un anno, avevamo entrambi un lavoro, un sacco di pentole della Sambonet, dei fantastici centrini ricamati che, ancora non ci dormo alla notte :D, sparirono durante il primo trasloco e delle lenzuola di raso di seta rosse e nere. Ora che ci penso un figlio milanista ci sta tutto.
Per il viaggio di nozze avevamo a disposizione pochi giorni (io avevo appena cambiato azienda e nonostante mi spettasse la famosa licenza matrimoniale non me la sentii di lasciare a metà un progetto di lavoro appena iniziato).

La torta delle tre tazze: una di Mais Marano


Gli ultimi tre giorni di gennaio, ritenuti i più freddi dell’anno, sono conosciuti come i “giorni della merla”. 
Secondo una leggenda padana, una merla per sfuggire ai rigori dello scorcio di gennaio, si sarebbe riparata in un comignolo. A causa della fuliggine,  da bianca che era, ne uscì nero fumo. E’ da allora che tutti i merli diverranno di piumaggio scuro. Dietro a questa leggenda vi è tutto un sostrato culturale ricchissimo, riferibile alla tradizione contadina dell’area padana e prealpina. 
Secondo un’antica credenza, il canto del merlo annuncerebbe i primi tepori primaverili: “quando canta il merlo siamo fuori dall’inverno”. 

La confraternita dei Gastrogaudenti


C'è una frase tipica della città nella quale sono nata, Venezia, che più di ogni altra sottolinea l'anima gaudente e scanzonata di questa popolazione: "andar par bacari". Dove per bacaro si intende il tipico bar, sconosciuto ai gastrofighetti - privo di illuminazione studiata piuttosto che di musica più o meno battuta -  all'interno del quale, per la gioia dei gastrogaudenti, si possono trovare i cicheti, ovvero piccole tentazioni gastronomiche, la cui origine si perde tra calli e campielli, tipo le uova sode con l'acciughina, le polpette di carne, il baccalà mantecato, le sarde in saor, le castraure (piccoli carciofi violetti dall'isola di Sant'Erasmo, l'orto veneziano), i tramezzini "ciompi" (gonfi, più recenti: direttamente dagli anni '50 e dalla "teraferma" ovvero Mestre), i cartocci di pesceti fritti e i folpeti  rigorosamente accompagnati dall'ombra, unità di misura alcolica locale, declinata in banco e nero (lo spritz è venuto dopo).
Il massimo che ti possa accadere, in caso di ubriachezza, è di finire direttamente nel canale più vicino, vista l'assenza di auto e bici. Ma non di etilometri! Anche nella città lagunare, infatti, prima di mettersi alla guida di un barchino sarà il caso di pensarci un po' :)


La pinza trevigiana

Pinza trevigiana

Il bello della tradizione gastronomica di una regione è che può annoverare tutto ed il contrario di tutto, proprio in nome della tradizione!
Basta spostarsi di pochi chilometri da un determinato luogo per trovare una giustificazione più che argomentata sull'aggiunta o meno di un ingrediente o sull'allungamento di un tempo di cottura, dando vita così ad un disciplinare "moderno" e nel contempo "di antica data".

Altro argomento sul quale riflettere è la capacità tutta femminile di fare le nozze con i fichi secchi in cucina, soprattutto in concomitanza di precetti religiosi da rispettare che poi vengono dritti dritti dalla cultura contadina e prima ancora dall'edonismo gastronomico dei nostri progenitori, etruschi o greci che dir si voglia.


Epifania Veneziana

Qualche giorno fa siamo stati a Venezia: l'intenzione era quella di fotografare il mercato del pesce di Rialto e trovare qualche spunto gastronomico al Ghetto. Invece siamo stati ospiti dei carissimi "Nini" (in quanto lui si chiama Nino e lei si chiama Nini) e nella loro incredibile casa avevano ospiti quattro amici francesi vicini di trullo in Puglia (tra cui Pascal Fioretto che mi ha consigliato dei siti gastronomici francesi che vanno per la maggiore e dei quali vi dirò). 

Dei "Nini" (lui cuoco-scrittore e lei pittrice) vi parlerò presto perchè sono una coppia adorabile e mentre aspetto che gli impasti che ho preparato per l'Epifania siano pronti per essere lavorati - i Zaeti con della fantastica farina di Mais Marano e le prove per i Parpagnacchi - vi racconto un po' della "mia" Venezia, con qualche immagine ed un sorriso.

Piazza San Marco 

Luogo di ritrovo della mia inseparabile, cara "amica" ("Teresa", appunto) 

L'ultima fabbrica di gondole 

Antichità...golose! 

Parcheggio in doppia fila

Buongustai! 

Anno di nascita ;)

Luci e ombre 

Luminarie spente sotto le Procuratie 

Riflessi 

Al di qua di Piazza San Marco 

Guarda l'uccellino! 

Il Mose che non c'è. 

Pirla grafomane 

Park sul Canal Grande

Frigorifero ed asciugatrice low cost 

 Riflessi

Bella, no? 

Reporter d'assalto

Buona Epifania!

“Prima di trovare il Principe Azzurro bisogna baciare tanti rospi”

Venticinque anni….sono passati 25 anni da quando i compiti di latino avevano gli stessi voti della schedina del totocalcio –1x2 –, da quando Luisa imparò a memoria il V canto dell’Inferno, da quando passavamo, esternamente all’edificio e passando attraverso la finestra di un terzo piano, da una sezione all’altra, perchè stavamo mimando le Charlie’s Angels, dalla lettura della Gazzetta dello Sport (per poter giocare la schedina al sabato) in ultima fila, durante l’ora di religione, dalle partite di battaglia navale, dalle capriole di Antonella, dall’inglese imparato con le canzoni dei Police, dai maquillage alla Renato Zero :-) dalle permanenti afro, dalla quantità industriale di panini e sigarette condivisi, dalle canzoni goliardiche cantate in classe: “..e poi c’è lui, il superfigo Emily, ti mette 4 con un cheese…

Sabato scorso ci siamo riviste, grazie alla testardaggine di Loredana e Raffaella (basta dimagrire!): mancavano pochissime di noi e venivamo da città diverse, rispetto all’anno del diploma…Padova, Bologna, Catania…

E non ci siamo smentite: il ristoratore ci ha praticamente chiuse fuori (erano quasi le 17) dal locale mentre continuavamo a raccontarci, a ridere, a prenderci in giro, a scambiarci foto dei figli ed indirizzi e-mail.

Come si fa non essere travolta ed ispirata dai ricordi di un passato che altro non è che un recentissimo quarto di secolo e dalle aspirazioni per un futuro che cammina anche sulle gambe dei nostri figli? Ed ecco la ricetta (assaggiata anni fa ma non mi ricordo più dove e ricostruita per tentativi!), tutta veneta e quindi da tutto il mondo: Cucchiaini di baccalà e Mais Marano o Biancoperla. Un bocconcino piacevole, come noi, dai mille sapori e dalle mille scoperte, come noi, che ti coccola con un sorrisone, sempre come noi, che ti riempie di gioia, ovviamente come noi e capace di sorprendenti sempre, come noi. E come la frase di Michela, a commento delle diverse vicissitudini sentimentali. :-)

Cucchiaini di baccalà e MaisMarano (o Biancoperla)

Ingredienti

400 gr di baccalà ammollato, 300 dl di olio evo dop del Garda, uno spicchio d’aglio senza l’anima, una foglia d’alloro, qualche grano di pepe nero, 750 dl di latte crudo, 500 dl di acqua, 100 gr di farina di mais (marano e biancoperla), un pizzico di aneto (quello del mio balcone!), sale.

Procedimento

In una casseruola mettere il latte crudo freddo, lo spicchio d’aglio privato dell’anima verde, la foglia d’alloro e qualche grano di pepe nero oltre al baccalà ammollato e cuocere per circa una mezz’ora raggiunto il bollore.

Scolare, spinare, eliminare la pelle ed inserire nel frullatore (l’alternativa, da puristi, è il mortaio: il mio è caduto andando in mille pezzi….ed ho dovuto fare di necessità virtù) ed emulsionare, unendo l’olio a filo come se fosse una maionese, regolare di sale e mettere da parte coperto con della pellicola.

Portare a bollore dell’acqua salata, unire la farina a pioggia e cucinare una polentina davvero morbidissima (è possibile sostituire l’acqua con del latte crudo che conferisce una nota quasi vellutata) alla quale si aggiungerà l’aneto alla fine della cottura. Stendete un cucchiaio di polentina, ottenendo una sfoglia trasparente, sopra un foglio di carta forno e lasciar raffreddare.

Per creare i cucchiaini la regola della catena di montaggio è d’obbligo: prima la polentina e poi il baccalà. Si possono fare delle piccole quenelles con dei cucchiaini oppure con dei sac a poche usa e getta, metodo più veloce. Decorare con una sfoglia di polentina ed una fogliolina di aneto.

E adesso tu
sei di scena nel blu!
Quanto cielo ballerai
Ora hai tutto l'immenso
per non smettere mai!

Le parole di una canzone di Renato Zero - “Ciao Stefania” – per un brindisi speciale che è stato fatto ad Antonella, l’atleta della nostra classe, che è scomparsa troppo presto, rapita da un male che non le ha lasciato scampo, mentre muoveva i primi passi verso il futuro. E sapevamo che stavi brindando con noi.

Una mummia nel piatto: il baccalà.

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“Se non si trattasse di magia, ma dico magia vera e propria, inspiegabile, direi che si tratta di magia ed è questo che dico. Baccalà morto stecchito, resuscitato dall’acqua e trasformato un tratto in materia malleabile, come il marmo nelle mani di Michelangelo o l’argilla in quelle di un vasaio di Guadix….Così parlò Zarathustra. Ma io mi limito a dire che questo è il piatto re dei mari e dei letti, vale a dire, il piatto re di tutte le navigazioni, e che vivere non è necessario, ma navigare sì”

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Così Manuel Vazquez Montalban in “Ricette Immorali” definiva lo stoccafisso, una mummia dei mari che mani amorevoli e pazienti trasformano in materia viva che seduce il palato e predispone a godere anche di altro…e, nella tradizione veneziana, l’uso dello stoccafisso fu esclusivo fino a quando i paesi nordici non poterono rifornirsi di sale a prezzi non proibitivi, bene prezioso quanto l’oro e sul quale Venezia e le sue saline prosperarono per secoli. Ma quando accadde? Circa un paio di secoli fa, grazie all’uso del carbone: prima di allora il mercato proponeva una sola tipologia di pesce, lo stoccafisso appunto, ovvero l’intero pesce essicato, il metodo che i pescatori impararono ad utilizzare per conservare le enormi quantità di pesce che il freddo mare del nord, in determinati periodi dell’anno, offriva loro.

E mentre fuori, per il secondo giorno consecutivo, il paesaggio si fa bianco e silenzioso, dalla cucina si sente l’aroma del Baccalà alla Vicentina.

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Ingredienti

1 kg di stoccafisso, 6 cipolle bianche, 2 dl di olio evo, 4 d   l di latte crudo, 2 cucchiai di prezzemolo fresco tritato, 4 acciughe, 2 cucchiai di farina 00, 2 cucchiai di parmigiano reggiano grattugiato, sale e pepe macinato al momento, farina gialla “Mais Marano”.

Procedimento

Mettere in ammollo, in un ampio recipiente con coperchio, lo stoccafisso sfibrato da qualche martellata e tagliato in pezzi regolari, per almeno tre giorni avendo l’accortezza di cambiare l’acqua ogni 12 ore. Trascorso questo periodo di tempo, sciacquare ed asciugare i pezzi, regolari, togliere loro la pelle e le spine.

Tagliare le cipolle finemente, tritare l’aglio, il prezzemolo e le acciughe (dopo averle pulite) e in una casseruola larga rosolare dolcemente il trito preparato per una decina di minuti. Mettere da parte.

Unire in una ciotola la farina setacciata con il formaggio grattugiato ed infarinare i pezzi di baccalà, farcirli con un cucchiaio di soffritto, facendo attenzione che ne rimanga una parte consistente nel  fondo della casseruola dove verranno adagiate una accanto all’altra le fette di baccalà così preparate.

Unire l’olio restate ed il latte, porre la pentola su un fuoco dolcissimo e lasciare cucinare (tecnicamente si direbbe “pipare”) per almeno 4 ore, avendo l’accortezza di ruotare ogni tanto la pentola in senso orario, per evitare che si attacchi il pesce sul fondo, senza mescolare.

Il baccalà andrà servito con della polenta abbrustolita o morbida preparata al momento (io ho utilizzato degli stampini in silicone così da ottenere delle coupole già porzionate).

MI RACCOMANDO: il baccalà si accompagna esclusivamente con un buon vino rosso! Tanto dopo ci sarà da spalare un po’di neve…;-).

Buona domenica a tutti!

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