Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO
20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

la cucina di qb è anche app

la cucina di qb è anche app
per telefoni Nokia

La Cucina Italiana

La Cucina Italiana
Special Ambassador

Lettori fissi

Visualizzazione post con etichetta ricotta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricotta. Mostra tutti i post

"Rosso Relativo" ovvero Zuppa dolce di ciliegino, rabarbaro e frutti di bosco con quenelle di ricotta di pecora e grue di cacao


A me il rosso non è mai piaciuto.

Neppure il famoso Rosso Valentinoanche se declinato in una tonalità decisamente elegante, come solo la maestria dello stilista avrebbe potuto fare.
Non mi piace il rossetto rosso che, detto fra noi, può essere indossato solo da labbra che non abbiano superato i 20 anni. Poi l'effetto ragnatela sarebbe indubbiamente controproducente.
Non mi piace lo smalto rosso. Appena appena il rosso sangue di piccione che praticamente è un sangue morlacco illuminato. Per indossare uno smalto rosso bisogna avere mani esangui, senza segni di alcun tipo, con il letto dell'unghia lungo. Insomma un paio di mani che non fanno molto durante la giornata o, quantomeno, non ravanano interiora di pesci, melanzane e carciofi, a seconda della stagione.
Credo di avere un solo paio di mutande rosse e solo perché me le hanno regalate. E comunque non le ho mai indossate.
Non ho neppure scarpe rosseMa per le scarpe è sempre pronta una deroga.
Non mi piacciono le rose rosse. Troppo pathos. Preferisco quelle antiche spampinate, con i petali apparentemente spettinati come si fossero appena alzate dal letto. E poi i tulipani neri, le ortensie azzurre ed i crisantemi bianchi. 
Ma questo è un altro discorso.


Nel tempo ho imparato ad amare il colore rosso, iniziando con l'arredamento.
L'acquisto, trent'anni fa, di una Vanity prodotta da Poltrona Frau e disegnata nel 1930, fu la mia prima manifestazione di affetto nei confronti del colore che per tutte le popolazioni del mondo corrisponde alla vita, alla vitalità, al vigore sessuale (ecco spiegato il perché delle mutande).
E dall'arredamento l'attenzione si è spostata all'orto con un grande dilemma: ma prima della scoperta del nuovo mondo, al netto del cocomero, quali erano gli ortaggi ed i cibi rossi?
Il pomodoro, o "purpurea meraviglia", per molto tempo adottato come pianta ornamentale, curiosità con variazioni di nomi e colori, aveva nella sua natura, nella sua consistenza alcune qualità che lo rendevano, agli occhi della teoria degli umori, poco appetibile: era umido, ricco d'acqua, acido e facilmente deperibile. Insomma un tipo del quale diffidare.
Fu una riabilitazione lenta la sua, dalla Spagna al sud Italia, e fu solo grazie all'intuizione di Francesco Cirio, piemontese, che lo inscatolò e lo distribuì lungo tutto lo stivale, soprattutto durante la grande guerra, che divenne il simbolo della mediterraneità.


Oggi, e solo oggi, grazie alla bellissima collaborazione tra il Consorzio del Pomodoro di Pachino IGP e l'Associazione Italiana Food Blogger, si festeggia un pomodoro tutto particolare, quello di Pachino e, improvvisamente, la blogsfera si è arricchita del colore e del sapore di un ortaggio che è molto più del simbolo del Mediterraneo, essendo un indiscusso testimonial della Sicilia e della sua ricchissima gastronomia.
Il contest organizzato nella settimana del Calendario del Cibo Italiano tutta dedicata al pomodoro vedrà premiata la ricetta più originale e creativa il cui autore avrà l'opportunità di godere della Sicilia e di scoprire la terra in cui nascono le delizie di Pachino.

La mia ricetta non poteva che prendere l'ispirazione da una terra che amo particolarmente: un dessert, quindi, una sorta di Île flottante, come la Sicilia appunto, preparata con ricotta di pecora dolcificata con estratto di datteri e resa appena croccante da un trito grossolano di arachidi, neutri nel gusto. Il mare che avvolge la candida isola è preparato appunto con il pomodoro, un estratto, arricchito nelle sensazioni gustative, dal rabarbaro, dalla frutta di bosco e dalle marasche, quelle conservate in sciroppo da Luxardo, utilizzato anche per dolcificare, ma senza cedere nello stucchevole, il tutto. 
Infine una delicata cialda ed un severo grue di caco chiudono il piatto e ristorano il palato.


"Rosso Relativo" ovvero Zuppa dolce di ciliegino, rabarbaro e frutti di bosco con quenelle di ricotta di pecora e grue di cacao

Ingredienti (per 4 persone)
Per la zuppa dolce
500 g di pomodoro ciliegino di Pachino Igp
100 g di radice di rabarbaro mondata
120 g tra fragole, ribes, lamponi
20 g tra more e mirtilli
6 ciliegie marasche al frutto Luxardo
20 g di sciroppo di marasche
20 ml di Sangue Morlacco Luxardo

Per la quenelle di ricotta
250 g di ricotta di pecora
20 g di estratto di dattero liquido
20 g di arachide tostata non salata tritata grossolanamente

Per il piatto
Pepe nero lungo, cialda preparata con 1:1 di farina, albume, burro e zucchero modellata su silpat e cotta pochi minuti nel forno statico a 200°, grue di cacao (fava tostata).

Preparazione
Lavare e mondare il pomodoro, la frutta e tagliare a tocchetti il rabarbaro, passarli nell'estrattore: se si desidera avere un effetto più vellutato effettuare l'operazione con l'accessorio per la preparazione degli smoothies. Dolcificare con lo sciroppo e terminare con il sangue morlacco.

In una ciotola mescolare la ricotta passata al setaccio un paio di volte con l'estratto di dattero e la granella di arachidi. Far riposare in frigo.

Lavorare gli ingredienti per la preparazione della cialda, bastano 50 g per ingrediente, inserire il composto in un sac a poche e modellare la forma che si preferisce sopra un tappeto di silpat o un foglio di carta forno e cuocere, senza distrarsi, nel forno già caldo per pochi minuti, fino alla doratura dei contorni. Sfornare immediatamente e far raffreddare.

Comporre il piatto versando a specchio la zuppa dolce, lavorare la ricotta a quenelle e posizionarla al centro, completare con piccoli frutti, posizionare la cialda, profumare con una macinata di pepe nero lungo e decorare con il grue di cacao.




#aifb #calendariodelciboitaliano #atuttopachino


Mousse di cioccolato bianco e ricotta alla fava Tonka per il #calendariodelciboitaliano


Il cacao è una pianta tanto quanto la melanzana e la cipolla, che i Maya coltivavano già nel 1000 a.c. e quella che conosciamo oggi è frutto di incroci e selezioni iniziati già 35mila anni fa.

Il consumo del cacao avveniva in modo moto differente da quanto avviene oggi: le fave di cacao una volta essiccate venivano macinate e disciolte in acqua, con l'aggiunta di cannella e peperoncino per migliorarne il sapore, decisamente amaro e forte. Da ciò si può dedurre che la bevanda fosse apprezzata per le sue caratteristiche corroboranti e stimolanti più che per il gusto. Per i Maya, infatti, la cioccolata doveva essere calda, in contrasto con la versione Azteca degustata fredda, e berne una tazza rappresentava simbolo di ricchezza e ospitalità, oltre che uno dei piaceri della vita. Per gli indios le fave di di cacao erano sia un simbolo centrale nei riti di prosperità, battesimo o matrimonio, sia una medicina magica capace di guarire ogni malattia della mente e del corpo (es. eritemi, diarrea o mal di stomaco). Anche il sistema monetario era basato sulle fave di cacao e le fonti tramandano tabelle di riferimento: un seme valeva l'equivalente di quattro pannocchie di mais, tre semi servivano per comprare una zucca o un uovo di tacchino, con cento si poteva entrare in possesso di una canoa o di un mantello in cotone. Le bevande ottenute con il cacao potevano essere diverse, classificate in base alla qualità dei semi e degli ingredienti associati. Famosa era la “pasol”, cacao abbinato al mais, che confezionata in forma di palline avvolte in foglie di banana diventava alimento corroborante di facile trasporto, da consumarsi dopo l'immersione in acqua calda.
Una delle ricette più semplici della cioccolata era quella con i semi macinati e polverizzati di cacao, cotti nell’acqua con l’aggiunta di peperoncino. 

Diaz de Castillo, al seguito di Cortés, nel testo la "Conquista del Messico" (1517-1521) segnala che l'imperatore Montezuma II durante il pasto reale beveva più di cinquanta tazze d'oro contenenti un liquido fatto con il cacao.


Ma siccome le cose belle di solito durano poco nel bel mezzo della festa arrivano i conquistadores spagnoli. Scoprono il cacao e grazie anche ai religiosi botanici compresero subito le qualità nutrienti ed energetiche. Proseguono quindi la coltivazione e la portano anche in Spagna. Siamo nel ‘500 e il cacao arriva in Europa

All'inizio la bevanda non riscosse molto successo, poi alla corte di Spagna, affascinati dalla singolare mistura esotica, cercarono di adeguarla al proprio gusto. Così, verso l’inizio del ‘600 una versione "ingentilita" della cioccolata diventò di moda. La ricetta aveva un sapore dolce, non più amaro piccante, ed era ottenuta aggiungendo al cacao: zucchero, scorze di frutta ed aromi vari (spesso cannella e vaniglia).
Per tutto il ‘600 detrattori ed estimatori del cacao si dettero battaglia. I primi ritenevano l'alimento dannoso alla salute perché risvegliava ira, agitazione, lussuria, e lasciava un abbondante residuo terroso sul fondo delle tazze.
Gli estimatori invece, come gli alti prelati della chiesa che lo assumevano come bevanda anche nei giorni di digiuno, affermavano trattarsi di un vero farmaco ricostituente, antidepressivo, capace di rendere vigili e favorire gli sforzi.
 

Durante il '700 prevalse la schiera degli amatori della cioccolata, anche se era ancora una mistura farinosa dal retrogusto oleoso, cosi che nel corso della giornata gli appartenenti alle classi elitarie ne bevevano a tutte le ore. Nella Venezia del tempo le botteghe del caffé erano anche "botteghe della cioccolata" dove si potevano trovare sempre nuove versioni della ricetta. 

Secondo le testimonianze di Brillat-Savarin e Ippolito Cavalcanti, in Francia come a Napoli, alla fine dei pranzi ufficiali si usava servire la cioccolata. Fu in questo periodo d'oro per la dolce pozione che vennero scritti numerosi trattati, come "La manovra della cioccolata e del caffé" di Vincenzo Corrado.
Durante l'800, esattamente nel 1828, l'olandese Van Houten aprì una nuova frontiera nel settore del cioccolato, brevettando il metodo per separare efficacemente dai semi del cacao la polvere e il burro. Questo sistema portò alla nascita del moderno cioccolato industriale che fece esplodere il consumo di cacao sotto forma di cioccolatini e altre dolcezze solide. La moda della bevanda venne così relegata in secondo piano, superata anche dall'affermarsi del più borghese caffé.
Fra i tanti personaggi celebri che hanno avuto la passione per la cioccolata segnaliamo de Pompadour, Mozart, Manzoni, Mazzini, D'Annunzio e Dalì.

Il cibo degli dei riesce anche  fare dei miracoli come rendere "adottabile" un libro, conservato presso la Biblioteca Internazionale La Vigna, Centro di cultura e civiltà contadina, pubblicato a Firenze nel 1728 e si tratta di "Altro parere intorno alla natura, ed all'uso della cioccolata" disteso in forma di lettera indirizzata all'illustrissimo Conte Armando di Woltsfeitt. 

Il librino è in realtà una lettera aperta, scritta da Francesco Zeti, dipendente di tal Panone, proprietario di una fiorente attività di fornaio. Evidentemente Panone, seguendo la moda che dalle corti europee, e soprattutto a Venezia,. era diventata consuetudine comune, aveva iniziato a servire "Cioccolatteai propri clienti, ovvero una bevanda preparata con il cioccolato in polvere diluito con latte, zuccherata e profumata con spezie "calde" come la cannella e la noce moscata. E sul più bello, con tanto di bolle papali e scritti gesuiti che avevano sottolineato la bontà del cioccolato e la liceità del suo consumo nei giorni di magro, nella tarda primavera del 1728 iniziò a girare in Firenze una lettera, nella quale si denigrava pesantemente il prodotto "cioccolato" e di conseguenza il suo consumo.

L'umilissimo Francesco offre all'Illustrissimo Conte il suo punto di vista, contestando il contenuto della lettera scritta, secondo lui, da "Dilettanti di questa squisita bevanda" inserendo tutta una serie di argomentazioni indicatrici di quanto studio, quanta passione e quanto amore doveva avere Francesco per il suo lavoro e per questo "salubre" ingrediente.
Alla lettera segue una nutrita bibliografia di autori che trattano ed hanno trattato la cioccolata, uno scherzo ditirambico in lode alla cioccolata ed una lode all'albero che produce il cacao, senza il quale non ci sarebbe nulla di cui godere (e disquisire).

E ora, la ricetta, una MOUSSE CON CIOCCOLATO BIANCO E RICOTTA ALLA FAVA TONKA, deliziosamente dolce grazie al cioccolato bianco e leggera, grazie alla presenza della ricotta che va a sostituire la panna. Pochi minuti per la preparazione ed un breve passaggio in frigo per un dessert elegante.

Dosi per 4 persone
Portata: dessert
Difficoltà: semplice
Preparazione: 10’
Cottura: 2’

Ingredienti
150 g di ricotta vaccina
200 g di cioccolato bianco
20 g di nocciole tonde
20 g di zucchero a velo
2 uova bio
Fava tonka

Preparazione
Sciogliere delicatamente a bagnomaria il cioccolato bianco oppure al microonde avendo l’accortezza di non superare i 500w.
In una ciotola montare i tuorli con metà dello zucchero, unire la ricotta ed amalgamare bene aiutandosi con un frustino, unire il cioccolato fuso, un pizzico di fava tonta grattugiata e mettere da parte.
Montare ora gli albumi con il resto dello zucchero ed unire al composto di ricotta, aiutandovi con una spatola, con un movimento dall’alto verso il basso.
Dividere la mousse in 4 bicchierini e far riposare in frigo fino al momento del servizio.
Servire decorando la superficie con un trito di nocciole e, se si desidera, qualche scaglia di cioccolato fondente.

Bibliografia:
Il Papa, Nietzsche e la cioccolata: saggio di morale gastronomica, Claudio Balzaretti
Taccuini Storici, AAVV
C come cacao, Danilo Gasparini
Diario di un lungo viaggio, SlowFood Editore
Cioccolato, SlowFood Editore

Le previsioni g-astrologiche del 2016: Cancro, Scorpione e Pesci e il Fiadone corso


Eccoci alla fine del menù, il dessert, che andrà a caratterizzare i segni dello Zodiaco che hanno in comune l’elemento Acqua: Cancro, Scorpione e Pesci.

Il Cancro rappresenta i frutti maturi, lo Scorpione la semina ed i Pesci l’ultima fase della vita sotterranea. E’ curioso come, nelle tre decadi o gradi (1-10°, 10-20°, 20-30°) ovvero gli spicchi occupati dal Sole durante il percorso dello Zodiaco, che contraddistinguono differenti parti del corpo, i primi due segni d’acqua hanno a che fare con il cibo (Cancro, stomaco e ventre; Scorpione, intestino e retto) inteso nella sua valenza più profonda ovvero assaggiato, degustato, cercato avidamente o rifiutato, assimilato, trattenuto ed infine espulso. Aspetti poco cool ma pur sempre da tenere in considerazione.

Come sarà il 2016 per i segni d’Acqua? Una parola sola: rinascita. Una vera e propria maieutica che è più di eliminare i rami secchi (Saturno vi ha messo a dura prova negli ultimi due anni) o raccogliere i frutti di faticose semine. E’ cambiare pelle, anche faticosamente. E fare spallucce se il mondo non è pronto. Voi, invece, si.

La frase dell’anno per i Cancro: “Un’emozione particolare nel veder ergersi sul mare i vecchi muraglioni di Bisanzio e drizzarsi nel cielo la cupola e i minareti di Santa Sofia” (Marella Agnelli).
Emozionante, vero? E’ meglio che vi abituate. Nettuno dona intuito mentre Giove promette fortuna sul lavoro e nello studio (mai considerarsi imparati!) e la vostra sensibilità, per una volta, non si rivolterà contro. Lo sapete anche voi che siete i rododendro dello Zodiaco, vero? Prendete l’agenda e segnatevi due periodi: dal 9  gennaio al 17 febbraio qualche difficoltà colpo di coda del 2015 potrebbe impensierirvi e dal 31 luglio al 9 settembre quando vi capiteranno occasioni irripetibili per quanto riguarda il lavoro. E poi segnate una data a caso lungo il mese del vostro compleanno. Per sposarvi.

La frase dell’anno per gli Scorpione: “- Quando tempo – dirai. – Come va – chiederai. – Bene, quando ti vedo” (Daria Menicanti).
Amore, passione, sensualità. Ma anche fascino magnetico. Segna anche che sarai lucido, lungimirante, astuto. Ebbene si, finalmente è il vostro turno e il 2016 sarà un anno ricco di successi e novità, grazie a Giove, a Plutone e soprattutto a Nettuno, che vi osserva amorevolmente dall’amico Pesci. Anche per te d’obbligo l’agenda: dal 9 gennaio al 13 febbraio potrebbe essere una buona idea battere i pugni sulla scrivania e guardare fisso negli occhi il capo. Non ti resisterà. Mentre dal 14 febbraio al 12 marzo vola basso: qualcuno pronto a farti lo sgambetto c’è sempre. Ma superato questo periodo lo infilzerai con un transpallet.

La frase dell’anno per i Pesci: “Ora, come sempre, è presto. La luce vola con le sue api. Lasciatemi solo con il giorno. Chiedo il permesso di nascere” (Pablo Neruda).
Ricordate la maieutica? Perfetto, riprendete in mano i libri di filosofia e ripassate Socrate, vi aiuterà a non abbassare lo sguardo dinnanzi a Saturno, che cercherà in tutti i modi (come nel 2015) di mettere i sogni alla prova della realtà. Il vostro segno è il più completo: racchiude in sé tutte le caratteristiche dei segni che lo precedono, la vostra magica sensibilità deriva proprio da questo. Nettuno, vostro governatore, il più misterioso e pericoloso tra tutti, vi lascia generosamente in usufrutto il suo tridente, con cui pescate nel mare della vita le buone occasioni e visto che siete in due dove non prende il primo ci riesce sempre il secondo. Basterà quindi che entrambi i pesci (sarebbe utile ogni tanto decidere comunque un’azione comune) raccolgano il guanto della sfida e non ce ne sarà per nessuno. E ringraziate Marte nello Scorpione che guiderà la vostra rinascita. Come la Fenice.

Quale proposta a chiusura del menù e del 2015? Dessert, naturalmente, ma non troppo sofisticato, i prodromi di un dessert, ecco. L’ispirazione è tutta marina, direi isolana in quanto non c’è niente come un’isola che possa spiegare le contraddizioni dei segni d’acqua, così immersi nel liquido amniotico della vita e così ritirati in loro stessi e nella loro solitudine, come i pastori corsi e sardi. Entrambe le isole (e di una parte della Sardegna ve ne parlerò fra qualche giorno) sono belle, crocevia di storie e di uomini, dai menù contaminati e dalla natura mozzafiato. Ed ho scelto la Corsica, con questo dolce semplicissimo a base di ricotta di capra, vestito a festa dai profumi delle spezie, per i ricordi che ancora mi emozionano, donati anni fa da una delle immersioni più belle, al largo di Lavezzi, dove mi sono sentita davvero un tutt’uno con l’elemento acqua, circondata da Cernie lunghe come me, che mi rubavano placide il pesce dalle mani.


Fiadone, dolce corso con ricotta di capra o “Brocciu"
Il Fiadone è un tipico dolce che giunge nelle nostre cucine dalla Corsica, facilissimo da preparare e da offrire anche come merenda salubre e golosa. Si può aromatizzare ulteriormente utilizzando un alcolico (un paio di cucchiai e diminuendo la quantità di succo di limone ad un cucchiaio) di vostro gusto come grappa, brandy, marsala anche se, secondo me, con il Calvados, diventa regale.
Un consiglio circa lo zucchero a velo? Con l’aiuto di un buon frullatore (=buon motore) è possibile polverizzare lo zucchero semolato unendo la parte esterna essiccata della bacca della vaniglia. Profumo intenso anche senza gli “aromi naturali”.

Dosi per 4-6 persone
Portata: dessert
Difficoltà: semplice
Preparazione: 20’
Cottura: 40’

Ingredienti
250 g ricotta freschissima di capra
80-100 d di zucchero semolato (è meglio sentire il gusto della ricotta che quello dello zucchero)
1 cucchiaino di fava Tonka grattugiata 
3 uova bio
la scorza grattugiata e il succo di un limone bio

Preparazione
Accendere il forno a 200° statico.
In una ciotola lavorare la ricotta con una spatola unendo la fava tonka, la scorza di limone e il succo.
Montare i tuorli con lo zucchero e gli albumi a neve ferma.
Unire la crema di ricotta ai tuorli montati ed infine aggiungere gli albumi con movimenti delicati, dall’alto verso il basso, sempre aiutandosi con una spatola.
Coprire con carta forno bagnata e ben strizzata una teglia quadrata piccolina o uno stampo con cerniera dal diametro max di 20 cm.
Infornare, abbassare la temperatura a 180° e cuocere per 40’, fino alla doratura della superficie.

Sfornare, far raffreddare e servire spolverando di zucchero a velo.

"Mare Dentro”. Pan di Spagna con farina di canapa, farcia di ricotta al cardamomo con datteri, pistacchi e fave di cacao per l'Mtchallenge 47



"Mare Dentro"

“Cosa stai facendo?”
“Sto annusando il mare, Zio. Sai che basta il suo odore per farmi battere il cuore.”
“Via Lucia, se non battesse, saresti morta!” le rispose sorridendo lo zio Alvise, mentre era intento a spolverare i grandi volumi nella biblioteca del suo studio.
“Batte, anche se sei morto dentro. E’ un muscolo inconsapevole e fa il suo dovere, sempre. Fino a quando decide che basta.” concluse Lucia girandosi ad incontrare lo sguardo dello zio che sapeva aver appena alzato dalla pagina ingiallita dei suoi amati volumi, da sfiorare con guanti di morbido e candido cotone.

Beppino non si dava pace. La figlia della piccola Maria, l’amatissima sorella scomparsa tra le nebbie della sua mente in un pomeriggio di novembre, quella bambina che aveva sempre qualcosa di magico conservato nelle tasche dei suoi vezzosi grembiuli, stava diventando cieca.



Sostenne il suo sguardo limpido nonostante la malattia e, come sempre, la domanda che urlavano i suoi occhi rimaneva senza risposta.
“Perché?”
“Perché cosa, Lucia.”
“Perché a me?”
Il remo di un barchino stava sfiorando l'acqua del rio con tocchi gentili e ritmati, come fa una forchettina con le ultime briciole nel piatto, dove si affacciava il piccolo balcone riparato dal sole da una tenda verde, rifugio di Lucia da quando si era trasferita a Venezia. Non si trattava di un canale a grande scorrimento e perciò si riuscivano a cogliere i piccoli momenti di una quotidianità laboriosa, godendone di ogni singola emozione.

“Non che starei meglio se fosse capitato a qualcun altro, intendiamoci, ma non riesco a capire perché proprio a me questa malattia. Io devo vedere, zio, io ho bisogno come l’aria di osservare la vita attorno a me! Ho bisogno di sorridere alla vista del trucco troppo vistoso della zia Nerina, devo perdere lo sguardo tra le ordinatissime file di fagioli che la bisonna Virginia cura nel suo orto. Devo vedere le scalfitture del legno di ciliegio con cui è costruita la scala dove tu ti rifugi insieme ai tuoi libri più irraggiungibili! E poi mi manca tanto la campagna della mamma, l’odore dell’erba appena falciata che i coniglietti annuseranno prima di masticarla silenziosi e metodici, ho bisogno di calpestare la terra  a piedi scalzi prima che sorga il mattino, ho bisogno di sentire le cicale all’ombra del granaio e di perdermi a pensare osservando le eleganti geometrie delle ragnatele tessute tra le travi del soffitto, ho bisogno di emozionarmi al tocco morbido della mammella della vacca e del suo latte caldo e schiumoso…io, Zio, vorrei tanto andare in campagna, anche solo per un giorno.”


“Ma Lucia, non ti piace più Venezia? Volevi sempre venire qui da bimba e poi sai che io non ho mai guidato in vita mia!”

Lo zio era nel giusto. 
Aveva sempre vissuto con un misto di malinconia e superiorità la decisione della mamma di lasciare la casa di famiglia per trasferirsi in terraferma anzi, in campagna, in quella parte di terra ancora bagnata dalla laguna e dimenticata dagli uomini e dalla loro frenesia devastatrice. Tutta la famiglia, in realtà, aveva vissuto con dolore e distacco nello stesso tempo la scelta così estrema di Maria, la figlia violoncellista che aveva perso troppo giovane l’amore della sua vita, non prima di lasciarle in dono Lucia.
Non che le porte di casa si fossero chiuse alle spalle della mamma, certo che no! Ogni volta ritornare a Venezia era una festa: il motoscafo di legno lucido che l’aspettava all’imbarcadero, le sue scarpe di vernice lucida che calpestavano la moquette color caramello, le facciate lucide dei palazzi riflesse sul Canal Grande prima ed i piccoli rii dopo, fino a raggiungere il palazzo per lei più bello, dalle mura sempre bianche, con le camelie che facevano capolino dai ghirigori delle grate in ferro battuto e con l’emozione di percorrere il piccolo ponte, privato, che svelava un atrio dai mille colori disegnati dalle vetrate riccamente decorarate.

“Volevi sempre venire a Venezia…” ripeté a voce alta lo zio, credendo in realtà di essere con i suoi pensieri, mentre gli ritornavano alla mentre gli sguardi incuriositi di Lucia bimba, le mille domande, i sereni sorrisi ogni qualvolta scopriva un tesoro, quello che lei considerava un tesoro, come un bicchiere sbalzato della grande credenza, i riccioli di marmo che incorniciavano le statue dei leoni sparsi qua e là nel piccolo giardino tanto, alle volte, da sembrare di essere nella savana ed i gradini di marmo bianco, consunto, che sempre più stretti e bui, le consentivano di raggiungere la cantina ed i magazzini, dove forte si sentiva il pacioso sciacquio del mare. Alzò lo sguardo dai suoi libri e dai suoi pensieri, mentre la laguna si tingeva di rosso, salutando il giorno che stava finendo.

...

Lo zio entrò come un fulmine nello studio.
“Presto Lucia! Si va in gita, in campagna! Tu cambiati ed io preparo Alvise!"
Alvise, il sonnacchioso golden retriver addestrato ad accompagnare Lucia lungo i corridoi della grande casa, e che a stento si tratteneva nell’inseguire le gabbianelle al mercato di Rialto, si alzò stiracchiandosi.
Lo zio cedette a Lucia il guinzaglio, le porse il braccio, uscirono di casa attraverso il piccolo ponte che profumava delle rose antiche tanto amate dalla nonna, camminando di gran lena, con energia, un passo dietro all’altro che sembravano saltelli di gioia.

“Ma zio, dove stiamo andando?” chiese Lucia, mentre via via si allontanavano le voci ed i suoni che scandivano i percorsi abituali delle sue passeggiate cittadine vissute a naso all’all’aria
“E’ una sorpresa! Fidati!” sussurrò Beppino, appena ansimante, un po’ per il passo sostenuto ed un po’ per l’eccitazione.


Si fermarono e furono accolti da una voce calda, morbida. Buona.
“Faccia attenzione Signorina, c’è uno scalino malandrino. Ciao Beppino! E tu devi essere Alvise. Ma entrate e fate come foste a casa vostra. E attenti non infarinarvi troppo!” concluse sorridendo la voce di Bruno, l’artigiano dell’arte bianca che lo zio aveva conosciuto durante una sessione di ricerca alla Marciana, quando quasi per caso, scoprirono una vecchia ricetta,  un biscotto preparato con le briciole di mandorlato, che un cuoco distratto aveva dimenticato, secoli prima, tra le pagine della prima edizione  del libro di Bartomeo Scappi.

Lucia avvertì la confidenza tra i due uomini e ne fu divertita. Alvise l’accompagnò vicino ad una grande finestra da dove entrava impetuoso un sole caldo, caldissimo. Il cagnone si sedette, aspettando che la sua umana trovasse il giusto spazio dove posizionarsi.


“Lucia” le fece Bruno parlando lentamente come fosse una bimba al primo giorno di scuola, “ti guiderò nel mio mondo: ti farò toccare le farine e gli altri ingredienti, la sagoma delle impastatrici e degli stampi, i vassoi ed i matarelli, insomma i miei strumenti, i miei fedeli compagni.”
Le fece indossare un grembiule e glielo annodò quasi sul grembo, dopo aver incrociato i nastri dietro la schiena. “Questo è un torcione”, disse, mentre le aggiustò in vita un canovaccio di canapa robusta.

Per Lucia fu l’inizio di un viaggio in cui tutti i sensi appresero come non le accadeva da troppo tempo. Le mani si tuffarono prima ed accarezzarono poi farine impalpabili e dalle profumazioni più diverse, gustò cristalli di zucchero che sapevano di canti lontani, si sorprese con un burro dal prepotente gusto di latte e di prati e rise al rumore traballante della sfogliatrice che ogni tanto lasciava scappare dal nastro le sfoglie che via via rendeva più sottili.

“Voglio vederti.” esclamò all’improvviso Lucia, mettendosi quasi di fronte a Bruno che smise di respirare, imbarazzato. 
Con le mani che sapevano di farina e di zucchero gli toccò le sopraciglia ed erano come le aveva immaginate, ben disegnate e folte ma non ispide
“Sono nere, vero?”
“Si, come i capelli”, rispose cercando di non reagire al solletico.
I capelli! Alzò di poco le braccia e tuffò le dita in una lanugine morbida. Annusò da vicino. Era profumata. Non riusciva a capire la forma, le radici le aveva ben sentite ma sembrava non ci fossero le punte.
Bruno sorrise. “Aspetta” le disse “porto sempre i capelli raccolti”. Con un veloce movimento, dettato dall’abitudine, si tolse la striscia di tessuto che annodato ad arte avvolgeva i capelli e li proteggeva dalla farina e dalla fatica. Scesero dei boccoli prima sulle spalle, poi lungo la schiena. Un mantello dai mille odori, che sapeva di uomo.
“Ma hai i capelli lunghissimi!” esclamò Lucia intrecciando delicatamente le dita con i boccoli e mentre cercava di capirne la lunghezza la sua mano sfiorò le braccia di Bruno, muscolose, forti. Si concentrò solo sui polpastrelli e con piccoli tocchi, quasi dei sussurri, sfiorò gli avambracci e scese fino a toccare i polsi, sottili, e le mani dalle dita tornite.

Improvviso, l’abbraccio. 
Avvolgente, caldo, profumato.
Dopo i primi secondi Lucia lo restituì. Le sue braccia che da troppo tempo non venivano scaldate dal sole trovarono un varco e gli cinsero il bacino. Poi si allungarono e si allargarono sulla schiena, che sentiva ampia, senza riuscire a raggiungere le spalle. 
“Devi essere davvero un pezzo di ragazzo”, sussurrò Lucia, appoggiando la guancia sinistra sul petto di Bruno.
“Credo che maneggiare sacchi di farina per gran parte della giornata faccia la sua parte”, le rispose “ma credo di più al fatto che tu non ricevi un abbraccio da troppo tempo.”
Lucia lo strinse appena, come ad incoraggiarlo a continuare.
Lo conosci il movimento che prende il nome di “Free Hugs”?
“Abbracci liberi?” continuò lei.
“Si, è nato qualche anno credo in Australia. Persone comuni offrono il loro abbraccio a perfetti sconosciuti. Siamo connessi con il mondo eppure la nostra pelle, il nostro organo di senso più completo e complesso diventa sempre più arida, sempre più trascurata. L'abbraccio è una grande medicina, trasferisce energia e dà alla persona che viene abbracciata una forte emozione. Si dice che abbiamo bisogno di quattro abbracci al giorno per sopravvivere, otto per mantenerci sani e dodici per crescere come esseri umani. Non bisognerebbe mai far tramontare il sole senza un abbraccio”. 
Con queste ultime parole Bruno sciolse l’abbraccio e le raccolse i capelli che a loro volta si erano sciolti, come volessero voluto prendere parte al dono dell'abbraccio.



Era oramai sera quando lo zio la venne a prendere.
“Ti è piaciuta la gita?” le domandò con voce sorniona.
Lucia lasciò che si avvicinasse e l’abbracciò, in silenzio. Alvise abbaiò e si alzò sulle zampe posteriori, raggiungendo Lucia in altezza abbracciandoli, a suo modo, entrambi.
“Lo conosci il movimento di Free Hugs”? gli chiese Lucia sciogliendo l’abbraccio e cercando di tranquillizzare Alvise che scodinzolava come se non ci fosse un domani.
“Perché ne facciamo parte entrambi da oggi. Ma ti spiegherò tutto tornando a casa.”
Si girò, cercando Bruno, aveva imparato il suo odore e sentiva che si stava avvicinando per salutarla. 
“Torna presto” le disse sfiorandole il palmo delle mani “c’è da far sorgere il sole ogni mattina.”
...

E’ di Lucia la ricetta della sfida #47 dell’Mtchallenge lanciata da Caris, il cui nome ,“Mare Dentro”, sta ad indicare il luogo dove l’acqua avvolge e regala l’abbraccio più completo che ogni essere umano può ricevere. Del resto noi ci formiamo nell’abbraccio del liquido amniotico e qualcosa deve sicuramente voler dire. 
Acqua quindi ma acqua feconda come quella dei mari, dove ha avuto inizio la vita, e quella della laguna di Venezia, per me ovviamente, è stata un’acqua fecondissima e che ha saputo accogliere, raccogliere, elaborare, condividere.
Lucia ha ricordi però di terraferma e quindi il pan di spagna non poteva che sapere di erba (ecco l’uso della farina di canapa sativa) e di latte (la ricotta fatta in casa). Ma il Sud che è dentro di me non poteva non metterci lo zampino ed ecco la dolcezza, unica, dell’estratto di datteri e di questi inseriti come elemento croccante, unitamente ai pistacchi tritati. I datteri in questione provengono da un’oasi particolare, quella di Al Jufrah, un crocevia di uomini e animali che trovavano nelle maestose palme, nell’acqua fresca e nei succosi datteri ristoro e consolazione e diventata presidio Terra Madre, in un luogo in cui ora regna solo caos e disperazione, come la Libia del post dittatore.
Il sud ed il nord anche nella bagna, grazie al miele di barena, un luogo della laguna dove apicoltori “estremi” portano le arnie, da luglio a settembre, in una specie di transumanza tra terra e mare e che grazie alla particolare vegetazione formata da astro marino, limonio comune e salicornia veneta dona al miele un sapore salmastro; la parte alcolica viene da Marsala e da un vino passito, il Bukkuram, che da solo potrebbe narrare racconti lunghi una vita.
Come vedete tutto torna: si parte dall’acqua e dalla contaminazione e si torna nell’acqua e nella contaminazione. Perchè unitamente al rispetto sono come gli abbracci: aiutano a diventare grandi.



“Mare Dentro” ovvero Pan di Spagna con farina di canapa, farcia di ricotta al cardamomo con datteri, pistacchi e fave di cacao 

  Pan di Spagna tradizionale a freddo (ricetta di di Iginio Massari)
Ingredienti (per due pan di spagna diametro 23 cm)
600 g di Uova intere
400 g di zucchero semolato
3 g di sale di Cervia
la scorza di mezzo limone bio
270 g Petra 5
30 g di farina di canapa sativa bio
100 g fecola

Procedimento
Montare in planetaria con una frusta fine: uova intere, zucchero, sale limone per circa 20 minuti a media velocità.
Setacciare due volte le farina con la fecola e incorporare delicatamente a pioggia in tre momenti diversi
Versare il composto in due stampi oliati e leggermente infarinati e cuocere a 170° per circa 30’ avendo l’accortezza di non chiudere completamente lo sportello del forno, inserendo un mestolo di legno, per far uscire l’eccesso di umidità.

Farcia di ricotta al cardamomo con datteri e succo di datteri
Ingredienti
3 litri di latte crudo
90 g di succo di limone
50 g di estratto di datteri
50 g di pistacchi
18 datteri freschi delle oasi di Al Jufrah (Libia)
10 fave di cacao
9 semi di cardamomo verde
6 g di colla di pesce

Procedimento
Far riposare in frigo per una notte il latte con i semi di cardamomo pestati con il mortaio. Filtrare prima di utilizzare.
Cuocere nel forno a microonde per 12’ a 800w un litro di latte alla volta, unire 30 g di succo di limone filtrato, mescolare, far riposare 30’, versare in una reggetta da ricotta ed abbattere. Ripetere con il latte rimasto. Si otterranno circa 750 g di ricotta. Passarla al setaccio.
Tagliare a concassè i datteri: se freschi non serve far nulla, se appena un po’ essiccati ammorbidirli nel succo di un’arancia per circa 30’.
Nel forno caldo a 140° cuocere le fave di cacao per 15’, far raffreddare, eliminare la pellicola e tritare grossolanamente.
Tritare grossolanamente i pistacchi tostati al coltello. Mettere da parte.
Ammollare in acqua fredda la colla di pesce, strizzarla e scioglierla a microonde per 10’’ alla massima temperatura.
In una ciotola unire la ricotta setacciata, l’estratto di datteri e la colla di pesce, mescolare con una frusta, inserire in un sac a poche e mettere da parte.

Bagna aromatica
Ingredienti
150 g di acqua
50 g di miele di Barena

Procedimento
Portare a bollore l’acqua e sciogliere il miele e il vino. Ridurre. Abbattere o far raffreddare.

Tagliare i pan di spagna a metà nel senso orizzontale, eliminare la crosta superiore ed esterna, frullarla con ¼ di un disco del secondo pan di spagna e mettere da parte.
Aromatizzare entrambi i dischi con la bagna, distribuire la farcia, continuare con il trito di pistacchi, il concassè di datteri e la spolverata di fava di cacao. Coprire con un disco di pan di spagna. Gli ingredineti sono sufficienti per un secondo strato ma ci si può fermare qui ed utilizzare il pan di spagna per un insolito tiramisù.
Spalmare la farcia restante sulla superficie e sul bordo, spolverare con le briciole di pan di spagna, bordo compreso, decorare con fiori freschi di rosmarino.

E’ possibile completare la decorazione con ciuffi di panna fresca, 250 g, dolcificata con 20 g di estratto di dattero, inserita in un sifone con 1 carica, agitata per qualche secondo e conservata in frigo fino al momento del servizio.