Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO
20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

la cucina di qb è anche app

la cucina di qb è anche app
per telefoni Nokia

La Cucina Italiana

La Cucina Italiana
Special Ambassador

Lettori fissi

Visualizzazione post con etichetta salone del gusto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salone del gusto. Mostra tutti i post

I dieci prodotti che vorrei trovare al Salone del Gusto. Un viaggio con Aifb e Slow Food



Ieri mattino, al telefono con mia mamma, mentre si parlava di biciclette e della mia recente decisione di rimettere in piedi un velocipede nero con freni a bacchetta e sella ammazza sentimenti, mi sono sentita apostrofare così: “Ti xe mexa venexiana e mexa napoetana: xe mejo che te giri a pie!” ovvero “Sei mezza veneziana e mezza napoletana e quindi, per la tua ed altrui incolumità, è meglio che giri a piedi”, come se un dna così allegramente contaminato fosse foriero di una scarsa attitudine all'uso delle ruote.
Invece due anni fa, quando mi consumai le scarpe su e giù per il Salone, grazie all'invito di Garofalo e Gente del Food, una bici sarebbe stata molto più che utile! Una bella bici come quelle che usavano i panettieri per la consegna a domicilio, dove dai robusti cesti in vimini facevano capolino fragranti pani.
Ed ho immaginato il Salone del Gusto 2014, quindi, come una scampagnata, un pic-nic autunnale dove, da ogni cestino escono, oltre a morbidi plaid e porcellane decorate, i profumi ed i sapori “contaminati” del mio menù ideale, come il mio dna.

Se qualcuno apparecchia la tavola io intanto inizio ad impiattare ;)

Bacalà, Isole Lofoten (nome preso a prestito dal catalogo Ikea)
Mummia di pesce che Pietro Querini scoprì durante uno dei suoi viaggi, a metà del ‘400, il merluzzo artico prende nome di stoccafisso, o stocco, grazie alle diverse tecniche di conservazione ovvero mediante la salatura e l’essiccatura. Se in Campania viene servito colorato con il pomodoro (che era arrivato dal nuovo mondo prima rispetto al resto d’Italia) o al gratin nel Veneto lo stoccafisso diventa baccalà, sviluppato in due piatti che l’hanno fatto conoscere in tutto il mondo: mantecato, tipico veneziano, ed alla vicentina (evidentemente avevano finito i gatti). Nel primo caso, ridotto a crema morbida nel mortaio con dell’ottimo olio evo, diventa un “cicheto” irrinunciabile per accompagnare “l’ombra”, l’unità di misura preferita dalla gens veneta, popolazione enologicamente all’avanguardia. Nel vicentino, invece, lo stoccafisso viene ammollato a lungo in acqua corrente (dovrebbe essere sempre pulita), poi battuto, passato in un misto di farina e parmigiano, adagiato sopra un letto di cipolle appassite con l’acciuga ed avvolto da un bagno di latte che neanche Poppea. Lasciato a pipare per ore e ore (non sognatevi di mescolare il contenuto della casseruola! Al massimo si scuote appena) si serve con fumante polenta (magari da presidio Mais Biancoperla) e con adeguato vino rosso. Si scrive con una “c” sola ed entrambi, sia il mantecato che alla vicentina, sono adeguatamente protetti dalle omonime confraternite.

Masenete e moeche, Laguna
Perché in laguna siamo capaci di cucinare i maschi e le femmine di una stessa specie in modi diversi. Forse troppe ombre.
Ma andiamo per gradi: il granchio maschio, (mo’leca) è un granchio mutante (come i Transformer) e compie questa operazione due volta all’anno: in primavera e in autunno. Durante la muta perde la corazza coriacea, diventa deliziosamente morbido e si serve fritto e con un ripieno a km 0 in quanto viene fatto ingozzare di uova sbattute e salate. Quando proprio non ne può più lo si infarina, lo si frigge e lo si degusta.
Le masenete, invece, vanno lessate e servite con un battuto di aglio e prezzemolo.  Entrambi vengono serviti con morbida e fumante polentina bianca.

Go o Ghiozzo, Laguna
Il “riso coi go’” e “il broeto di go” sono quei piatti che bisognerebbe preparare almeno una volta nella vita se non altro per avere l’emozione di lavorare questo pesce meraviglioso dagli occhi sporgenti e dalle labbra tumide e carnose. Non è solo un pesce dalla carne gustosissima  ma è anche un infaticabile seduttore, emule di Casanova, ed è anche un ragazzo padre efficiente e premuroso.
In primavera, infatti, ogni maschio si costruisce un nido sferico tra le piante sommerse dotandolo di due aperture, poi si colloca presso una di esse e attende l'arrivo delle femmine. Queste, eccitate anche dall'ars decorandi del nostro Casanova ittico, entrano e depongono molte uova che vengono immediatamente fecondate e per ogni stagione amatoria il nostro go' può contare fino a dieci passaggi di femmine sedotte ed abbandonate. Anzi, direi senza rimpianti salutate, in quanto l'aitante pesciolino si dimostra essere anche un bravo papà: starà infatti a guardia della tana fino alla schiusa di tutta la prole, che nel giro di qualche settimana sarà l'orgoglio paterno raggiungendo dimensioni ragguardevoli (fino a 20 cm), tanto che da maggio ad agosto è il periodo ideale per pescare questi pesciolini in laguna. Ed è in questa stagione che entrano in scena i pescatori e con essi il rito-battaglia che si perde nella notte dei tempi, quando gli uomini andavano per la laguna "palpando" i nidi ed i pesci e lasciando al loro posto quelli più piccoli, garantendo così il ricambio generazionale, il ripopolamento e la biodiversità ittica; tutti inseriti, uomini e pesci, in un ciclo di sopravvivenza e di rispetto che ha garantito, fino agli anni '60, mari e lagune pullulanti di vita.
Non so se la laguna di Venezia, tutta intera, salirà mai bordo dell'Arca del Gusto. Sarebbe il caso di pensarci. Prima che il Mose modifichi irreparabilmente quello neppure il petrolchimico è riuscito a fare.

Mozzarella di bufala, Campania e Piove di Sacco
Perché la facciamo anche noi e soprattutto le bufale, quelle a quattro zampe, da queste parti sono simpatiche assai. E’ di qualche settimana fa la notizia che all’ora di pranzo autoctoni mandriani in sella a frementi cavalli hanno percorso le vie cittadine della Saccisica alla ricerca di una bufala che aveva deciso di autogestirsi e di passeggiare paciosamente nei campi adicenti alla stalla. La mozzarella di bufala campana è Dop. Anche quella veneta non ancora.

Bigoli, Venezia
La versione veneziana dello spaghetto napoletano è un prodotto che è riuscito a mettere d’accordo tutti: i severi rabbini del ghetto veneziano ed i più concilianti padri conciliari. Con l’Editto di Trento infatti non ci fu più ciccia per gatti e le giornate in cui bisognava mangiare di magro divenirono terribilmente numerose. A ciò si pose rimedio anche con il bigolaro, un particolare torchietto a mano che consentiva di ottenere da un impasto a base di acqua e farina dei vermicelli tondi e ruvidi. Preparati con la farina integrale presero il nome di “bigoi mori” e conditi con le frattaglie della corte veneta si trasformarono nei famosissimi “Bigoi coi rovinassi”. Durante i pranzi di magro un profumatissimo sugo a base di cipolla ed acciughe li trasformava in un piatto che veniva consumato dal Ponte delle Guglie fino in Piazza San Marco ovvero i “Bigoi in salsa”.

Ciopa e Montasù, campagna veneta
In principio era  il pane. E l’unità di misura del pane era la “ciopa”.
“Buongiorno, me daga 8 ciope”.  A prescindere.
Si tratta di pani profumatissimi di pezzatura media dalla crosta dura e dalla mollica compatta, adatti ad essere farciti con formaggio e sopressa ma deliziosi anche con burro e zucchero (la mia merenda, insomma). Il panettiere particolarmente attento preparava anche il Montasù un pane dalla crosta morbida e dalla mollica soffice. La ricetta si perde nella notte dei tempi e si racconta che fu ispirata dalle baguette francesi alle quali assomiglia in potenza in quanto, in divenire, è formato da panetti messi sopra l’uno all’altro fino a formare una specie di croce. Per mangiarlo bisogna” smontarlo” ed era un’operazione che da bimba mi divertiva tantissimo.

Radicchio Rosso, da Treviso a Chioggia passando per Verona
"50 sfumature di Radicchio": il giusto titolo ad un film che vede in questo camaleontico ortaggio il protagonista assoluto. Precoce e tardivo. Treviso, Verona, Chioggia, Castelfranco. Lungo o tondeggiante. Rosso assoluto o variegato elegantemente.  E lo bianchimento che grazie all’uso sapiente dell’acqua fresca di sorgiva e del buio trasforma un cespo spettinato e color verde bottiglia in un cuore rosso bordeaux croccante e profumato. Un copione dai mille colpi di scena.

Le patate di Rotzo, Vicentino
Rotzo, comune dell’altopiano di Asiago, venne scelto dall’abate Dal Pozzo per mettere a dimora questa particolare patata che, grazie alla tipologia del terreno, all’escursione termica ed al clima, divenne subito un tubero amatissimo, soprattutto da Mario Rigoni Stern che per primo ne parlò nel suo bellissimo “Sergente sotto la neve”. Di pezzatura piccola e dalla pasta gialla è una patata che negli ultimi anni sta rivivendo gli antichi splendori, a discapito delle onnipresente olandesi.
Il piatto che più rappresenta questo ortaggio sono sicuramente gli gnocchi che a queste altitudini vengono serviti “all’orientale” ovvero con burro, zucchero e cannella, visto che il pomodoro arrivò solo verso la metà degli anni ’60.

Le Zeppole di San Giuseppe, Napoli
Sono nata il 19 marzo e non mi chiamo Giuseppina solo perché mia madre, prevedendo che sarei stata un po’ difettosa, fece un voto di quelli importanti (battezzandomi appunto con il nome della Madonna e della mamma della Madonna) dinnanzi al quale anche la Madre Superiora del reparto di ostetricia e ginecologia nulla poté.
Maria 1 – Giuseppe 0.
La zeppola è un dolce fritto, la base è la pasta choux, farcito con crema che si potrebbe definire pasticcera e decorata con ciuffetti di confettura d’amarene. Come una “fritola” ovvero “il bocon per puareti e siori” (la prelibatezza per poveri e signori) che unì le classi sociali in una coesione tale da togliere il sonno a Carl Marx.
Visto la collocazione nel calendario era l’irrinunciabile dolce necessario a festeggiare un santo importante ma anche a rompere la monotonia del digiuno quaresimale. E tutto ciò si sposa benissimo con la storia della Serenissima che negli ultimi giorni della sua esistenza decretò fosse Carnevale tutto l’anno.

Il torrone Scaldaferro, Ve
Chiudo in dolcezza con un prodotto del quale mi sono innamorata da tempo in quanto non si tratta di un dolce tradizionale ma di una filosofia. L’azienda nacque agli inizi del ‘900 quando Piero aprì una piccola pasticceria lungo la riviera del Brenta e poco dopo un piccolo laboratorio artigianale, dove erano prodotti biscotti, “fugasse” e mostarde.
A distanza di più di 100 anni la dimensione familiare è stata mantenuta e un nuovo Piero sa deliziare con le sue storie e con i suoi prodotti. Le porte del laboratorio sono sempre aperte alle scolaresche che vogliano perdersi tra le caliere di rame ed i profumi delle collezioni e delle edizioni limitate. Il mio preferito? Il mandorlato friabile al miele d’arancia della piana di Ribera e pepe di Sechuan, confezionato solo nelle notti di luna piena, quando gli albumi di uova deposti da galline che razzolano sulle rive del Brenta esprimono al massimo il loro potere montante.

Le ruote della bici sono in pressione ed i freni funzionati: forza che l'Aifb vi porta a fare un giro scampanellando tra i padiglioni del Salone del Gusto.

Pasta risottata alla milanese con zucca sfatta (perchè per essere un foodies ci vuole un fisico bestiale!)


Aver letto i numeri riportati dal Corsera, mi ha dato materiale sul quale riflettere. 
Come estremamente importante è stata la lettura dei post scritti dalle persone coinvolte al Salone del Gusto da Gente del Fud

Emozione, è la parola che si legge più di frequente. 
Stupore, dinnanzi ad un esempio unico di organizzazione svizzero-partenopea che in 5 giorni ha spadellato 1428 piatti di pasta.
Ricerca, perché se per abbinare la camicia ad un paio di pantaloni ci si mette del tempo figurarsi cosa vuol dire abbinare un ingrediente ad un altro (grammatica dei sapori docet).
Tempo, perché gli ingredienti scelti non sono l'esito di masturbazioni mentali di gastrofighetti ma  curiosità di gastrogaudenti.
Entusiasmo, per girare ore e ore carichi di borsine e borsette contenenti di tutto, carichi come un cammello (lui però già abituato a temperature sahariane).
Passione, che giustifica quanto sopra riportato e una sola consapevolezza: per essere un foodblobber (o foodies?) ci vuole un fisico bestiale. 

E ve lo dimosterò.


Ci vuole, scordavo, anche un certo senso dell'ironia, perché se Gente del Fud (e quindi Pasta Garofalo) ti coinvolge nella preparazione di un piatto e tu, nell'entusiasmo di partorire qualcosa di unico, proponi un risotto, ecco, diciamo che ci vuole davvero un dna condito con un bel po' di umorismo.
Con Francesca Mezzadri abbiamo quindi elaborato il piatto che è stato poi presentato al Salone del Gusto: numerose telefonate, sms ed email per giungere ad un risultato che poi ha avuto bisogno di una decina di giorni di silenzio fra meditazioni e prove provate.

Il tema era molto semplice: unire la tradizione gastronomica di due regioni senza stravolgere appunto una certa grammatica dei sapori (nel nostro caso Lombardia e Veneto), coinvolgere dei produttori locali di eccellenze o addirittura di presidi, personalizzare un po' il tutto  e fare in modo di poter replicare la ricetta nei tempi di uno showcooking e per un certo numero di persone (ma senza l'aiuto dei cuochi e della brigata onnipresente nello stand Garofalo tutto questo non sarebbe riuscito).


Cosa c'è di più lombardo di un risotto alla milanese? E cosa c'è di molto veneto in un ortaggio come la zucca (coltivata negli orti marinanti di Chioggia e in quelli veneziani di Sant'Erasmo)? Il fascino di Venezia sta anche nella contaminazione della sua cucina dovuta sia ai traffici commerciali con l'Oriente che alla presenza importante del Ghetto Ebraico. Oriente quindi spezie. Quindi Zafferano e Cannella.

Entrambi i piatti, sia il risotto che la zucca sfatta, sono piatti di recupero, quelli l'inventiva contadina che fa le nozze con i fichi secchi, riuscendo a  trasformare pochi ingredienti in un piatto strepitoso. L'idea del risotto poi non ci aveva abbandonato del tutto: "perchè non risottare della pasta?" Perfetto, e "la risottiamo con un brodo come si deve il cui grasso renderà il piatto finale lucido e voluttuoso".


"E che pasta scegliamo?" Non si è trattata di un'elucubrazione da gastrofighetti perché il motivo conduttore nella preparazione di questo piatto, subito dopo la regionalità e l'eccellenza dei prodotti da utilizzare, stava proprio nel "piatto da recupero, "povero" e quindi bisognava utilizzare una pasta che avesse questo tipo di requisito. Caratteristiche tipiche della pasta mista, quella che ognuno di noi ottiene autarchicamente dopo aver pulito la dispensa e aver unito 12 fondi di sacchetti di pasta dalle molteplici forme e dai diversi tempi di cottura (per cui ci vuole un cronometro da centometrista per poter spadellare un piatto cotto a puntino!).

"Giorgio, Emidio, ecco il nostro piatto: Pasta risottata alla milanese con zucca sfatta!"
"Ok, procediamo con l'acquisto degli ingredienti".

E poi non venitemi a dire che per essere Gente del Fud non ci vuole un fisico bestiale!

 ...e anche questa è andata... ;)


Pasta risottata alla milanese con zucca sfatta alla veneziana (release 2.0)


Ingredienti (per 6-8 persone)
500 gr pasta mista Garofalo, 400 gr di polpa di zucca, 2 scalogni, 2 cucchiai di pinoli, 2 cucchiai di uvetta, 2 bustine di zafferano in polvere, qualche pistillo, una stecca di cannella e un po' in polvere, brodo di carne (tasto, campanello, guancia, un pezzo di gallina, una carota, una gamba di sedano, una cipolla steccata con 6 chiodi di garofano, 3 bacche di ginepro, una foglia di alloro fresco), 2 cucchiai di midollo, sale, pepe nero macinato al momento olio evo.

Procedimento
Tostare i pinoli e mettere in ammollo l'uvetta.

Tagliare gli scalogni sottilmente e farli appassire nella cocotte Staub con un po’ di olio evo, unire la zucca, mezzo mestolo di brodo, la stecca di cannella, mescolare e continuare le cottura a fuoco dolce e coperto per circa  15’: la zucca dovrà risultare spappolata ed asciutta. Togliere la cannella e mettere da parte un paio di cucchiai di polpa per la decorazione finale.

Unire il midollo tritato, mescolare bene e cucinare per 5’. Unire lo zafferano e qualche mestolo di brodo fino ad ottenere un brodo colorato, profumato e senza grumi, i pinoli tostati e l'uvetta ammollata. Regolare di sale ed unire la pasta cucinandola come se fosse un risotto ed unendo del brodo caldo durante la cottura (attenzione che ci vorranno almeno 12-14').

Controllare la cottura della pasta, far riposare coperto per 1' e servire con una macinata di pepe nero lungo, decorando il piatto con una quenelle di zucca sopra la quale adagiare qualche pistillo e un sospetto di cannella in polvere.


 Prova del nove casalinga con la cocotte Staub.

"Ich bin ein Gente del Fud" (al Salone del Gusto)


La follia che Emidio Mansi ci aveva anticipato per la presenza di Garofalo-Gente del Fud al Salone Internazionale del Gusto si è puntualmente presentata, nello splendore di un'organizzazione svizzero-partenopea. Perché, come diceva Carlo Dossi, "i pazzi aprono vie che poi percorrono i savi".

In hotel un kit con T-shirt personalizzata ed un badge che, oltre al proprio nome ricordava quello del proprio blog - motivo principale per cui si era in quello stand - mi ha dato subito la sensazione di "appartenere" a qualcosa di buono. L'arrivo poi allo spazio Garofalo (stand è profondamente riduttivo) ha ulteriormente sottolineato che, come hanno "scoperto" parecchi articoli apparsi sul web e sulla carta stampata, al Salone Internazionale del Gusto stava accadendo qualcosa di insolito, ovvero un'invasione di foodblogger.


















Mi sembra già di sentire "Ma se ad ogni manifestazione enogastronomica, più  meno cool, è pieno di foodblogger armate di smarthphone, macchina fotografica e biglietti da visita che neanche un giapponese, che fiutano contatti e accordi commerciali come vecchie volpi di Wall Street!" 
Si, è vero, ma questa volta non erano in ordine sparso anche se diligentemente sparpagliati. Non erano agguerriti anche se determinati, non erano presenti da soli o in compagnia della paziente amica del cuore o del rassegnato compagno.
All'interno dello Spazio Garofalo si è parlato di cibo e di territorio, si sono condivisi saperi e sapori, si sono presentate eccellenze di altri territori, condividendo la "propria" idea e competenza di cucina, fatto che di solito comporta tensioni più che risate. 

L'idea di cucinare assieme ad una perfetta sconosciuta proveniente da un'altra regione, ispirata dalla medesima passione, ha in se qualcosa di angelico e di diabolico. Pensateci bene: assieme alle altre blogger pranzi e ceni, scrivi e leggi, fotografi e twitti ma ognuna al proprio posto ed ognuna per conto suo. Mettersi ai fornelli, dopo aver ideato e testato una ricetta che comprendesse le peculiarità di due territori diversi, per parlare INSIEME di una comune passione, poteva essere un boomerang incredibile perchè, diciamocelo, l'universo foodblogger è al 90% femminile e convincere le donne a far squadra come i maschi non è difficile, è inutile. La naturale nascita poi di profonde amicizie è tutto un altro discorso e sono semplicemente doni preziosissimi.

Eppure Emidio, quando due anni fa mi chiamò per anticipare questo suo progetto (e telefonò personalmente a tutti quelli coinvolti), chiedendomi di farne parte, aveva già in mente tutto questo. Forse non immaginava che sarebbe stato così faticoso ma sicuramente aveva in sé la certezza che sarebbe stato bello, vero e unico.


Durante la conferenza Gastronomia 2.0 si è cercato di capire dove sta andando l'enogastronomia nell'era di Internet e la mia paura stava in chi "avrebbe tirato gli stracci" nella contrapposizione tra carta stampata e mondo del web. "Se io scrivo una stupidaggine il mio direttore di licenzia" ha affermato Licia Granello lamentandosi, tra l'altro giustamente, che il mondo del cibo è pieno di ricette e non di cultura, "mentre il blogger può scrivere quello che gli pare e nessuno gli dice nulla". Probabilmente. Ma per quanto mi riguarda la mia etica è un direttore inflessibile che mi manda a quel paese dieci volte al giorno quando mi domando perchè per scrivere una ricetta o un post devo necessariamente passare per qualche biblioteca, quando quella di casa non è sufficiente, e "perdere" ore di tempo prezioso che potrei dedicare a dormire o a fare le terapie per le mie ernie invadenti. E sono certa che questo "direttore" è in ognuno delle persone che fanno parte della piattaforma "Gente del Fud" che a proprie spese scovano piccoli produttori, vincono le naturali ritrosie di questi per farsi raccontare i loro prodotti e poi ne parlano nel loro blog dove si scrive di passione e non di ricette di "tagliatelle con funghi congelati insaporiti con dado granulare" (cit.).
Un mondo "buono, pulito e giusto" si ottiene grazie ad anche un gruppo di instancabili foodblogger (ma la prossima volta mi faccio fare le scarpe su misura come Ibrahimovich) ed a chi ha creduto in loro, nella loro genuina passione e nell'allegra professionalità. Valori condivisi e non usati per alzare muri che creano "caste" enogastronomiche.

Perchè, citando Crozza, noi foodblogger "non siamo mica qui a sentire se il mare va bene di sale" ;)

Salone del Gusto: "che la follia abbia inizio"!


E così il 25 ottobre è arrivato e con esso una certa agitazione che non provavo da tempo, per quanto io sia sempre e comunque agitata e non mescolata.
Agitazione e curiosità, tanta curiosità. E la consapevolezza che non riuscirò mai ad assistere, annusare, assaggiare, chiedere, osservare ed imparare tutto quello che il Salone del Gusto saprà esprimere ma chi ben comincia è a metà dell'opera.

Si, perchè domani, quando il Salone aprirà a tutti, ci sarò anch'io e per tre buoni motivi:

il #Lentilab al Padiglione 2, dove lo chef Giovanni Navigli dell’Accademia FoodLab, farà riscoprire i sapori della tradizione torinese e assaggiare il Lenti&Lode. Un gioco, o un esperimento, dove le molecole racconteranno una storia di passione e di bontà.

il# gdfsalonedelgusto, sempre al Padiglione 2, dove gli eventi che gli amici di Gente del Fud hanno organizzato saranno all'insegna de "Che follia abbia inizio" e bisogna essere davvero un po' fuori di testa per coinvolgere ben 150 food blogger che daranno vita ad un caleidoscopio di eventi nel nome delle eccellenze italiane. Ci sarò anch'io venerdì 26 dove con Francesca Mezzadri presenteremo una pasta che sarà tutta un programma.

E poi un terzo momento, molto importante per me, in quanto invitata ad intervenire durante una conferenza che mi coinvolge molto da vicino, ovvero "Gastronomia 2.0". Con la moderazione di Marco Bolasco, direttore editoriale di Slow Food Editore ed in compagnia di Emidio Mansi, direttore commerciale Italia pastificio Garofalo, Fabrizio Cioffi, blogger, Fabio del Bravo, Direzione servizi di mercato e supporti tecnologici, Ismea, Giuseppe Cavalcanti, responsabile del canale Terra & Gusto, Ansa.it e Licia Granello, giornalista di La Repubblica si analizzerà il mondo del cibo ed il suo esprimersi attraverso i media tradizionali ed i nuovi mezzi di comunicazione.

Ma di tutto questo ne parlerò in maniera dettagliata al rientro e in pillole in Facebook e Twitter. Buon Salone del Gusto a tutti.

Il Tai Rosso, l'enogastronomia vicentina ed i Colli Berici al Salone del Gusto: una passione doc


I VINI COLLI BERICI DOC AL SALONE DEL GUSTO

Sei appuntamenti, tutti nella giornata di sabato 27 ottobre, porteranno il Tai Rosso e  la gastronomia vicentina alla manifestazione di Slow Food. Pad. 1, stand A020-B019.

Sarà sabato 27 ottobre la giornata dei Colli Berici al Salone del Gusto di Torino. Ben sei appuntamenti, cadenzati nel corso della giornata, per scoprire il Tai Rosso abbinato ai prodotti tipici del territorio vicentino.Il Consorzio Tutela Vini Colli Berici e Vicenza sarà infatti presente all'Osteria allestita nello spazio espositivo della Regione Veneto, padiglione 1, stand A020 - B019.

Protagonista assoluto sarà il Tai Rosso, il vino autoctono emblema dei Colli Berici, che nell'ambito della rassegna La cucina Veneta tra il mare e la montagna sarà abbinato al piatto Maneghi di patata americana di Valliera, preparato dal ristorante Alla Rosa di Adria (Rovigo). Si tratta di gnocchi di patate americane conditi con burro fuso, zucchero e cannella, preparati tradizionalmente ad ottobre nel polesine, in particolare nella frazione di Valliera di Adria. La degustazione sarà ripetuta per quattro volte: alle ore 12.30, 14, 19 e 20.30.


Coniugherà aspetti ludici, culturali e degustativi il Gioco del Tai, previsto per le ore 16 sempre nello spazio espositivo della Regione Veneto. Nato da un'idea di Alessia Benini, responsabile marketing e comunicazione del Consorzio Colli Berici e Vicenza, rappresenta un modo brillante e originale per scoprire il territorio berico e i suoi prodotti: una sorta di Giro dell'Oca tra i borghi e vigne dei Colli Berici in cui ogni casella è associata ad un prodotto da gustare o un luogo da scoprire.


A seguire, alle ore 17, sarà la volta della Degustazione teatralizzata della Sopressa Vicentina DOP in cui una voce guida condurrà ad una esperienza sensoriale nella quale il salume sarà abbinato al Tai Rosso.

“L'area DOC dei Colli Berici – spiega Andrea Monico, direttore del Consorzio – è particolarmente vocata per la produzione di vini rossi, con varie tipologie previste dai disciplinari di produzione. Al Salone del Gusto abbiamo tuttavia voluto privilegiare in particolare il Tai Rosso. Vino dal bouquet ricco, dotato di una piacevole freschezza: caratteristiche che lo rendono di facile beva e ottima versatilità. Quella del Tai Rosso è una produzione portata avanti da piccoli produttori e da alcune cantine cooperative, che in questo modo mantengono viva la coltura del vitigno autoctono Tocai Rosso sui Colli Berici”.

Per ulteriori informazioni: www.bevidoc.it e www.studiocru.it

Slow Food presente Artcibò: con l'arte...si mangia!


A dimostrazione che con la cultura, e l'arte in genere, si mangia il prossimo 21 settembre alle 18.00, presso lo Store di Padova de "La Rinascente" ci sarà un aperitivo-slow davvero unico che accompagnerà la mostra che verrà inaugurata il 14 settembre e resterà aperta al pubblico fino al 13 ottobre 2012.

La mostra si intitola ARTCIBÒ con l’arte... si mangia potrebbe essere l’argomento di un dibattito su un tema ricorrente nell'arte di tutti i tempi. Diventa, invece il tema accattivante, di una mostra presentata dall’Amministrazione Comunale di Padova e organizzata dall’Associazione A&T design, realtà culturale attiva a Padova da molti anni e che propone progetti culturali rivolti alle arti visive. Partendo dalle numerose contraddizioni della nostra società, un gruppo di artisti dell’Associazione “A&T design” presenta i propri lavori su questo tema, toccando diversi aspetti: cibo come nutrimento, cibo come fonte di piacere, le allegorie legate ad esso, le contraddizioni come l’eccesso di cibo da una parte, spreco delle risorse, fame, malnutrizione dall’altra.


Perchè il 21 settembre sarà una data speciale? Perchè l'aperitivo sarà all'insegna del motto "buono, pulito e giusto" che contraddistingue il movimento di Slow Food dalla sua nascita.
Si potranno assaggiare, oltre alle mitiche focacce e alla Birra Olmo  (l'evento fb qui), un alimento antico, preparato con ingredienti antichi e cucinato secondo tradizioni secolari: il pane, preparato con farine derivate da diversi cereali, lievitato con il lievito madre e cotto nel forno del Parco di Rubano, un piccolo angolo di paradiso a pochi chilometri dal centro di Padova.
I fondi raccolti aiuteranno il progetto Slow Food dei Mille Orti in Africa e per le comunità del Cibo di Terra Madre.


Io purtroppo lavorerò ma vi consiglio davvero di regalarvi un pomeriggio diverso dal solito. Potrebbe essere anche l'occasione di decide di trascorrere qualche giorno a Torino, il prossimo ottobre, in occasione del Salone del Gusto e di Terra Madre.

I corsi di cucina e le ricette delle feste: terrina di salmone e branzino allo zenzero. Perchè un dovere quotidiano può trasformarsi in uno sballo totale.


Come si fa ad insegnare qualcosa se non si è ancora imparato tutto? 
Beh, con umiltà, un po' di allegria e tanta autoironia. E gridando poco. La vita non è un reality e bisognerebbe tornare a comunicare, ad esprimere quanto è bello scoprire che un dovere quotidiano può trasformarsi in uno sballo totale.

Petto d'anatra con paprika e miele, tra un supermercato del '200 e una drogheria dell'800


C'è un solo posto al mondo dove si riesce a far la spesa respirando e toccando la storia: il "Salone". Un vero e proprio monumento che divide tre piazze colorate e suggestive di Padova: Piazza delle Erbe, Piazza della Frutta e Piazza dei Signori. 
Il Salone, o Palazzo della Ragione, era l'antica sede dei tribunali cittadini di Padova. La sua costruzione ebbe inizio nel 1218, sopraelevato nel 1306 da Giovanni degli Eremitani, che gli diede la caratteristica copertura a forma di carena di nave rovesciata. Il piano superiore è occupato dalla più grande sala pensile del mondo, detto appunto "Salone". Purtroppo gli affreschi originali attribuiti a Giotto andarono distrutti in un incendio e successivamente fu decorato con un meraviglioso ciclo di affreschi di ispirazione astrologica (ogni volta non smettono di stupirmi!). Nell'enorme sala fanno bella mostra di sè un enorme cavallo ligneo, due sfingi egizie e da poco tempo un pendolo di Foucault.


Una marmellata lunga un anno


Il bello di a Slow Food è il fatto che ha insegnato, nel corso degli ultimi vent'anni, a riscoprire ciò che avevamo sotto il naso ma che per il gusto di scimiottare quanto veniva da oltre oceano (senza discernere in alcun modo tra il buono ed il cattivo) stava andando irrimediabilmente perso. Il rischio ora è che non si possa gustare dell'olio piuttosto che del vino senza necessariamente iniziare un megapippone sui massimi sistemi, ma di questo ne parleremo un'altra volta.

Ogni anno, dal 1 al 5 agosto, si ripete la bellissima iniziativa de "Il mercatino del gusto" a Maglie, nel Salento. Nel corso degli anni ho scoperto coltivazioni, prodotti locali, eccellenze, tradizioni che mi hanno arrichita da un punto di vista enogastronomico, con un solo rammarico: la difficoltà nel reperire prodotti davvero ottimi, come per esempio la Patata Seglinde oppure la Cipolla di Acquaviva, in luoghi che non siano prettamente locali.


Ma quest'inverno ho avuto l'occasione di acquistare dei mandarini bio del Gargano e con essi mi sono cimentata nella preparazione di una marmellata che avrei gustato solo con del pane di Altamura. Motivo per cui si rendeva necessaria un'ulteriore trasferta pugliese!

Marmellata di Mandarini del Gargano

Ingredienti
1 kg di mandarini non trattati, 800 gr di zucchero, 1 limone non trattato

Procedimento
Lavare i mandarini, spazzolare la buccia, punzecchiarli con uno stecchino in legno e metterli in acqua per 3 giorni.
Asciugarli, tagliarli a fettine con la buccia, eliminare i semi ed unirli alla buccia del limone, grattugiata con la microplane, ed allo zucchero in un tegame di rame.
Cucinare a fuoco moderato fino a quando il composto non avrà raggiunto la densità desiderata (la prova del piattino è sempre valida).
Versare la marmellata così ottenuta in vasi Bormioli da 250 gr. sterilizzati per 5 minuti in acqua bollente, capovolgerli per ottenere il sottovuoto e conservarli al buio ed al fresco.

E buon salone del gusto a tutti!