Se l'uomo è ciò che mangia, il cuoco è ciò che cucina?

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO

GENTE DEL FUD E DISSAPORE IN VIDEO
20foodblogger, 20prodotti, una passione: Pomodorino di Torre Guaceto o Cipolla di Acquaviva? ;)

la cucina di qb è anche app

la cucina di qb è anche app
per telefoni Nokia

La Cucina Italiana

La Cucina Italiana
Special Ambassador

Lettori fissi

Visualizzazione post con etichetta fichi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fichi. Mostra tutti i post

"Salviamo la Terra! È l'unico pianeta col cioccolato." E dei tortini che sarebbero piaciuti tanto a Goldoni

Ora che anche il prof. Veronesi nell'ultimo suo libro "La dieta del digiuno" ha sdoganato la valenza del cioccolato, da un punto di vista scientifico, non ci sono più limiti ai golosi di tutto il mondo anche se noi lo sapevano da un pezzo, più o meno dall'età dell'asilo nido.

Scoperta dai Maya, valorizzata dagli Aztechi, portata nel Vecchio Mondo da Cortéz la cioccolata non riscosse subito molto successo in quanto il sapore un po' "polveroso" ed indubbiamente amaro poco si confaceva ai palati europei, abituati alle dolcezze che la pasticceria araba aveva fino a quel momento sfornato. Ma la caparbietà dei Gesuiti, che sapevano di quanto questa bevanda fosse amata dai colleghi sacerdoti amerindi, fece, è il caso di dirlo, il miracolo e, unitamente a tante storie e leggende, la cioccolata entrò nelle corti europee e già, attorno alla metà del '500, aveva fatto la sua comparsa in Piemonte, grazie all'entusiasmo del duca Emanuele Filiberto di Savoia, detto "Testa di Ferro". Ma purtroppo fu un entusiasmo poco virale.
Fu grazie ad Anna d'Austria, infanta di Spagna, che nel 1615 andò in sposa a Luigi XIII che la cioccolata entrò nella corte parigina prima e in tutta la Francia poi raggiungendo, in breve tempo, Olanda, Germania e Inghilterra. Si iniziò a dolcificarla, servendola in tazza sciolta nel latte con scorze di frutta ed aromi: non più l'atzeco peperoncino ma le più veneziane cannella e vaniglia.


A Londra la cioccolata fece furore, diventò una vera moda e quindi Venezia, assieme a Torino (che nel frattempo si era ricordata dell'entusiasmo del Duca) e Firenze non potevano essere da meno. Bere la cioccolata divenne un fenomeno di costume, come era accaduto per il caffè. Ovviamente c'era chi la demonizzava, accusandola di condurre il goloso a compiere le più turpi nefandezze e chi, invece, la considerava una vera e propria panacea, capace di guarire ogni dolore e ogni malinconia. E dai salotti ai teatri il passo fu breve: Sante Bagozzi ne scrisse per primo, un po' goffamente,  esaltando le virtù della bruna bevanda e lamentandosi contemporaneamente del fatto di essersi bruciato la gola nel berla. A Venezia infatti, nel '700, era d'abitudine chiudere i pranzi con una serie di "golosessi": amaretti e spumilie, sorbetti e creme, rosolio e cioccolata in tazza (all'inglese) e l'immancabile caffè.
Fu poi Goldoni che ne tesse le lodi, inserendola nei suoi testi teatrali e anche ne "La Conversazione" dove appunta rivela il suo entusiasmo affermando "viva la cioccolata! e colui che l'ha inventata!"


La menziona la prima volta ne "La vedova scaltra", nel 1749, anche se la scena più "gustosa", è il caso di dirlo, la si trova nella commedia "Servitore di due padroni" dove un incuriosito Truffaldino scambia il "bodin" (il budino all'inglese) per una "polenta, anzi no, l'è mejo della polenta!"
Ma una delle scene più belle viene narrata nel dialogo tra Eugenio e Lisaura ne "La Bottega del Caffè": quest'ultimo si offre di aiutare la servetta di Lisaura, che si ingegna a preparare l'amata cioccolata, con una "frullatina" e per tutta risposta Lisaura lo gela, congedandolo, dicendo: "Non è per lei, signore".


Beato l'abbattitore! Si, in quanto mi ha consentito, a suo tempo, di surgelare dei fichi in pochi minuti e di trasformarli in un goloso ripieno per dei "cuori fondenti" un po' sui generis, preparati per la festa di compleanno de La Creatura. Peccato averne avuti così pochi...

Tortini al cioccolato con ricotta e fichi 
Ingredienti
300 g di Petra 5, 300 g di zucchero di canna muscovado, 300 g di ricotta freschissima, 1/2 stecca di vaniglia, 1/2 cucchiaino di cannella, 60 g di cioccolato in polvere Fairtrade, 2 cucchiaini di lievito in polvere, 3 uova bio, una decina di fichi "freschi".

Procedimento
Accendere il forno statico a 180°. Inserire i pirottini di 5 cm di diametro nello stampo da muffin e posizione 1/4 di fico: se desiderate potere spadellare i fichi tagliati in spicchi con una noce di burro ed un cucchiaio di zucchero di canna per qualche minuto ma vi assicuro che sono buoni anche "nature".
Setacciare un paio di volte la farina con il lievito e il cacao in polvere. Aggiungere la cannella e i semini della vaniglia.
In una ciotola montare la ricotta con lo zucchero unendo, uno alla volta, le uova intere fino ad ottenere un composto liscio.
Unire la farina, mescolando bene, e con un porzionatore da gelato riempire i pirottini (basta una pallina media).
Cucinare nel forno già caldo, statico e nella parte centrale per circa 25' (prova stecchino d'obbligo), sfornare, lasciar raffreddare sopra una gratella e servire, come avrebbe fatto Rosaura con Arlecchino :)

"La vita è come la bicicletta; sta su perché va." E una tarte tatin gluten free con fichi e grano saraceno



Alvise era una persona buona. 
Si era sposato qualche giorno dopo la fine della seconda guerra mondiale, con l'incoscienza e la temerarietà del sopravvissuto, e il dono di nozze era stata una bella bicicletta con la canna, per portare la sua Maria ed affondare il viso nella nuvola ribelle, e profumata di sapone, dei suoi capelli neri.

La bicicletta gli aveva permesso di abbandonare la campagna per raggiungere la città e la fabbrica, quel mostro nero e puzzolente che gli aveva ammalato i polmoni. Ma gli aveva anche consentito di crescere quattro figli, di comprare la lavatrice alla Maria, di ristrutturare la vecchia casa di famiglia facendola divenire un posto accogliente con il bagno, l'acqua corrente e la pergola dove sedersi con l'amore della sua vita, su quella panchina di ferro trovata chissà in quale vecchia caneva, ed annusare l'aria nelle calde sere d'estate raccontandosi, con i silenzi ancora carichi di emozione, come stava trascorrendo la loro vita.

I figli erano stati il suo più grande premio, la sua rivincita sociale: i cuccioli trasportati sulla canna della bicicletta con il tempo si erano trasformati in donne e uomini fatti. Si erano tutte laureate, le ragazze. Il maschio non ci era riuscito, distratto dalla musica e dalla poesia, ma si era sposato una brava ragazza che faceva la pediatra e quindi era come si fosse laureato per osmosi.

Non si era mai lamentato, Alvise. Un uomo buono non lo fa mai. Solo una volta, quando il fato si portò via la Maria aveva protestato in silenzio: "Che fastidio ti dava a lasciarmela ancora un po'?"
La città e la fabbrica erano ricordi lontani, i figli gli mandavano le foto dei nipoti con il cellulare e alla sera, seduto sotto la veranda, quella panchina di ferro diventava sempre più grande.


Una sera, dopo la silenziosa e solitaria cena, la panchina divenne più scomoda del solito.

Non riusciva a stare seduto e non aveva neppure tanta voglia di pensare da solo. Inforcò la bicicletta e si diresse verso il paese che, grazie a Dio o forse ai pochi soldi che giravano, aveva mantenuto il vecchio volto, come se si fosse imbalsamato nell'immagine color seppia di un daggherotipo scordato appeso al muro.
Una ventata di novità c'era stata, in effetti. Il sindaco aveva voluto togliere l'unico semaforo presente e sostituirlo con una rotonda, quella diavoleria europea che il Giuseppe si ostivana a percorrere a tutta velocità, con l'apecar che pendeva pericolosamente verso il basso.
Era una rotonda piccola, anche carina, se così si può definire un anello che avvolge un crocevia di strade, con i mattoncini rossi che facevano tanto ristrutturazione finto antico, il tappeto erboso che aveva  visto tempi migliori ed i piccoli cespugli un po' arruffati, come se in un giardino all'italiana delle dimore rinascimentali avessero permesso ad una classe di seconda elementare di giocare a rincorrersi.

Appoggiò la bicicletta in equilibrio sul pedale - delicata armonia che i giovani non conoscono più - e cominciò a camminarci dentro.
"Ciao Alvise, come stai?". Alvise si guardò attorno ma non vide nessuno anche se la voce sembrava così vicina, come se provenisse dai cespugli. Rispose "Bene, grazie. E tu?" in maniera educata, com'era nella sua natura e osando una confidenza che sperava non fosse troppo azzardata.
"Oh Alvise, come vuoi che vada. Mi hanno messa in questo posto come se mi avessero calata dal cielo:  in mezzo sempre e comunque lontana da tutti. La gente mi attraversa distrattamente, senza neppure guardarmi. Nessuno si ferma a fare quattro chiacchiere, come accade sulle strisce pedonali ed ai semafori. E poi hai visto come sono in disordine? Tappeto inglese e cespugli delicati e nessuno che abbia pensato che non basta l'acqua piovana a far rifiorire il verde! C'eri il giorno dell'inaugurazione? Quella si che fu una giornata memorabile! Il Sindaco con la fascia, la Presidentessa del comitato Giardino in Fiore, le pastine ed i canapè, i bambini che correvano....ora mi sento tanto sola."

Alvise non aveva mai riflettuto sulle altrui solitudini, abituato com'era a coltivare la propria, e pensò che sarebbe stato meno doloroso per entrambi unirle; magari ne poteva venire fuori qualcosa di buono.
Il mattino dopo, facendosi aiutare dal Giuseppe e dalla sua apecar, scaricò qualche sacco di terreno buono, del trifoglio resistente e tutti quei cespugli che tanto piacevano alla Maria - il mirto, il rosmarino, la lavanda - e che tanto ricordavano il profumo dei suoi capelli. 
La Rotonda commentava l'andamento dei lavori, ma non quando c'era il Giuseppe, e gli confidò che qualche metro sotto c'era anche una falda di acqua cristallina. L'inverno trascorse conservando e proteggendo le piante messe a dimora e l'estate ritornò improvvisa e spavalda.
Venne anche un giornalista a raccontare la storia della rotonda che era stata adottata da un anziano, anche se l'Alvise non si sentiva anziano ed era orgoglioso di essere vecchio, e scattò tante fotografie. In una c'era la Rotonda vestita a festa come il giorno dell'inaugurazione: c'era un angolino con la piccola fontana di pietra lucida scovata nel garage, c'erano i cespugli che profumavano di lavanda e di Maria e c'era la panchina di ferro, vicina alla bicicletta in equilibrio, con seduto un Alvise sorridente. E meno solo.


Con il burro salato questa tatin può essere trasformista: servita a fette con un pallina di gelato al latte profumato con un po' di zenzero oppure, se avete voglia di osare, con qualche fetta di foie gras rosolata 2' per lato in una padella antiaderente. Magari la prossima volta mi ricordo di fotografare anche il piatto finito...mi sono distratta pensando all'Alvise e alla sua Rotonda :)


Tatin di fichi con burro salato e farina di grano saraceno e di riso
Ingredienti (per una tatin da 26-28 cm di diametro)
Per la brisè

100 gr di farina di grano saraceno, 100 gr di farina di riso, 1 tuorlo bio, 80 gr di burro salato, 40 gr di acqua fredda
Per la farcia
8-10 fichi neri di media dimensione, 150 gr di zucchero semolato, 50 gr di burro chiarificato.

Procedimento
In una ciotola (o nella planetaria) impastare le due farine ben mescolate fra di loro, il burro a tocchetti e ed il tuorlo d'uovo aggiungendo, a filo, l'acqua fredda. Ottenere un impasto compatto, dare una forma a panetto, avvolgerlo con pellicola alimentare o inserirlo in sacchetto e abbatterlo o far riposare in frigo per almeno mezz'ora.
Nel frattempo tagliare i figli, dopo averli lavati ed asciugati delicatamente, a metà e poi a metà nuovamente. Mettere da parte.
Nello stampo da tatin far sciogliere a fuoco dolcissimo lo zucchero fino ad ottenere un caramello ambrato, togliere dal fuoco, unire il burro e scioglierlo completamente mescolando con un cucchiaio di legno. Posizionare le fette di fico a raggiera sul caramello e stendere la pasta brisè gluten-free.
Bucherellare con una forchetta e cuocere nel forno statico già caldo a 180° per circa 30'.
Sfornare, lasciar raffreddare qualche minuto, capovolgere e lasciar riposare.

Tu BiShvat: quando gli alberi festeggiano con un dolce di riso


"Io vivo nell'ovest ma il mio cuore è all'est. Fra la neve e il ghiaccio io rivolgo il mio sguardo verso il paese in cui in questo momento la natura si risveglia: il mio paese!"

Così scrive il poeta Jhudah ha-Levi ricordando la festa del Tu BiShvat, il Compleanno degli Alberi che solitamente si festeggia quando nel mondo si sceglie di non dimenticare l'orrore della Shoah.

Per il popolo ebraico la natura ha un'importanza fondamentale tanto da dedicare appunto una festa al suo risveglio: la crudeltà degli uomini lo ha di fatto costretto ad una diaspora perenne ed è proprio questo migrare che ha conferito anche alla cucina una caratteristica unica al mondo ovvero quella di essere felicemente contaminata dal territorio e dalle popolazioni con le quali veniva in contatto.
Così se ad ovest saranno predominanti carni ed ortaggi tipici di determinate latitudini ad est i piatti saranno ricchi di spezie e di quei profumi che la maggiore presenza del sole sa regalare.

Ancora una volta Venezia ha saputo raccogliere e valorizzare tutta questa "diversità" fondendola in un unicum prezioso, da condividere e ricordare.

Nel Talmud molte sono le pagine dedicate all'amore per gli alberi, per la natura e l'impegno per la loro difesa fondamentale per mantenere il giusto equilibrio di un ambiente salubre. Così se in Israele il mandorlo è il primo albero che fiorisce ed anticipa l'arrivo della primavera in altri luoghi, come la Russia, la presenza della neve non impedisce ai bimbi di festeggiare il compleanno degli alberi: questi infatti, in una sorta di allego gioco, vengono vestiti con colorati fiori di carta, a rappresentare una fioritura simbolica.

I piatti che si condividono durante questa festa sono ricchi di frutti e primizie: le olive rappresentano la vitalità e la luce dell'ulivo, il grano, rappresentato con la farina è il simbolo di purezza in quanto privo di involucro, il dattero la cui miele dolce è sempre un buon auspicio e l'uva, rappresentata nel vino rosso e bianco che vengono bevuti in quattro bicchieri diversi che accompagnano l'intero pranzo: si inizia con il vino bianco che ricorda l'inverno e si finisce con il vino rosso il cui colore vivace ricorda l'esuberanza della primavera.

Tra i diversi piatti che vengono preparati (tra i quale uno specificatamente veneziano, il Frisensal) il Riso delle sette primizie, di origine uzbeka, è il tripudio della dolcezza: una corona ricca di frutta secca e noci. L'abbiamo preparata alla Scuola di cucina ebraica del Ghetto di Venezia, durante la serata dedicata appunto al Tu BiShvat.


Riso dolce delle sette primizie

Ingredienti (variante Scuola di cucina)
350 gr riso basmati, 50 gr uvette, 40 gr zucchero di canna, 30 gr mirtilli secchi, 4 datteri, 8 albicocche secche e 4 prugne secche (tagliate i quarti), 4 fichi secchi, 50 gr gherigli di noci, 40 gr cedrini o zenzero candito, 250 ml latte di cocco.

Procedimento
Lessare il riso basmati e mescolarlo bene con le uvette e lo zucchero.
Ricoprire con della carta forno bagnata e strizzata uno stampo di alluminio dal diametro di 22 cm, disporre la frutta disegnando un fiore e sul bordo i gherigli interi.
Versare la metà del riso pressandolo bene e continuare con la frutta rimanente. Terminare con il riso, versare il latte di cocco in modo che inumidisca uniformemente il composto, pressare ancora un po', coprire con un foglio di alluminio e cucinare per 20' nel forno già caldo a 180°.
Sfornare, capovolgere il dolce sopra il piatto di portata e servirla ancora tiepida.

Perdersi a guardare: le ultime cartoline dal Salento


Ultimi giorni di agosto e già stamattina il traffico era il consueto: caotico e rumoroso.

Sempre le solite facce scontrose al semaforo solo un po’ più abbronzate e ugualmente poco cortesi, come se una precedenza presa con la forza della tracotanza fosse salvifica, l’ultimo atto da compiere prima dell’inizio della fine.

La cultura è come la marmellata: meno ne hai e più la spalmi

In effetti questa non è una marmellata, termine dedicato alle preparazioni a base di agrumi; forse è una confettura ma è anche un po' piccante e con qualche seme dentro. E c'è la senape. Allora è una mostarda. Ma le regole per la preparazione della mostrarda.....

Avete presente quanto si apre il frigo con in mano un pannetto di pasta brisè o pasta sfoglia che bisogna assolutamente utilizzare e si tira fuori un mondo tipo "Ho visto cose che voi umani... ". Ecco, questa confettura è un po' così, una creatura che ha visto la luce al di là dei bastioni di Orione :)


Confettura senapata di uva fragola con fichi, pesche e zenzero

Ingredienti
1 kg di uva fragola, 8 fichi maturi, 2 grosse pesche bio, 2 mele bio, 350 gr di zucchero di canna, 2 cucchiai di senape in polvere, 2 cucchiai di zenzero in polvere (o 40 gr di radice di zenzero fresca), 250 gr di gherigli di noce bio.

Procedimento
In una capace pentola di rame versare gli acini d'uva, i fichi e le pesche con la buccia tagliati in spicchi e lo zucchero. Portare ad ebollizione e cucinare a fuoco basso e coperto per circa un'ora. Dopo questo periodo di tempo unire le mele tagliate in spicchi e private del torsolo ma con la buccia e le spezie in polvere (o la radice di zenzero grattugiata con la microplane). Mescolare bene e cucinare per altri 20'.
Passare il composto al colino e rimetterlo sul fuoco per altri 20' con i gherigli di noce spezzettati grossolanamente. Dovrebbe essere della consistenza giusta, eventualmente lasciare sul fuoco per qualche altro minuto, fino al risultato desiderato.
Versare la confettura in vasetti da 250 cc sterilizzati per 5', chiudere con coperchi puliti e sterilizzare per altri 30' (a partire dal bollore).

Far raffreddare nell'acqua e conservare al buio almeno un mese prima di aprire i vasetti; l'ho gustata con del pane integrale ed una tazza di tè verde bio (praticamente ho "pulito" il fondo della pentola) in una fresca mattina ma anche a profumare un piatto di caprini erborinati con un buon rosato del Salento. E mi è piaciuta in entrambe le versioni!

Domenica è sempre domenica.

I pranzi della domenica mi sono sempre piaciuti: i preparativi fin dal mattino prestissimo e l'allestimento della sala da pranzo, la tovaglia di fiandra e le fini porcellane, le posate importanti ed i fiori per il centro tavola.

E poi i profumi che si sprigionano dalla cucina, l'eccitazione nell'attesa, la sorpresa all'arrivo degli ospiti. Come un film, ogni volta diverso.

Quand'ero piccola il cibo per me era un problema: non mi piaceva mangiare ed è stato così per molto tempo ma ero affascinata dalla sua preparazione, dalla spesa alla cottura e la mise an place. Trovavo divertente osservare gli adulti a tavola, le chiacchiere di "aggiornamento", il susseguirsi delle varie portate fino a quella che per me era la più importante: il dolce.





Sia che si trattasse di una semplicissima e buonissima Torta Paradiso che di scoprire cosa si nascondesse sotto la confezione della pasticceria era sempre un'emozione golosa!

Ed il rito del fine pranzo, con la preparazione del caffè o del tè da accompagnare al dolce era sempre un momento di grande interesse ed anche di grande gratificazione!

Così stamane mi sono svegliata con il desiderio di domenica come una volta: forse perchè anch'io ho l'età che i "grandi" avevano allora, ora che sono diventati dei "vecchietti" sornioni ed un po' spaesati dal vortice impazzito che ci ostiniamo a chiamare "vita nel terzo millennio".


Pasticcera con fichi e cioccolato fondente
Ingredienti
4 tuorli
1/2 litro di latte intero
100 gr di zucchero
50 gr di farina
una stecca di vaniglia
50 gr di cioccolato fondente ed un cucchiaino di burro chiarificato
5/6 fichi maturi e della medesima grandezza
una manciata di amaretti
Preparazione
Rendere spumosi in una ciotola e con una frusta i tuorli con lo zucchero ed aggiungere la farina setacciata. Nel frattempo scaldare il latte con la stecca di vaniglia quasi al bollore. Aggiungerlo alle uova, mescolare bene con la frusta e versare il tutto, utilizzando un colino, nel tegame del latte. Far bollire per un paio di minuti, versare la crema in un recipiente pulito e coprire bene. Una volta raffreddata aggiungere qualche cucchiaio d di mermellata di fichi, a gusto proprio.
Far sciogliere il cioccolato con il cucchiaino di burro nel polsonetto oppure a bagno maria e mettere da parte.
In un bicchiere da martini, oppure in una vecchia coppa di champagne del servizio buono della mamma, sbriciolare qualche amaretto e ricoprire per 2/3 con la crema. Riporre in frigo o nell'abbattitore per qualche minuto, riprendere le coppe e ricoprire la crema con uno strato sottilissimo di cioccolato (sia perchè, una volta rappresa, diventa difficoltoso mangiarla con il cucchiaino sia perchè diventa stomachevole, per quanto amaro possa essere il cioccolato fondente) e riporre nuovamente in frigo per qualche minuto. Disporre i fichi tagliati in fettine sottili e spennellarli con un po' di marmellata di albicocche diluita appena con un po' di acqua calda.
Far riposare in frigo fino al momento di servire le coppe, decorandole con un bonbon d zenzero candido e ricoperto di cioccolato.


E quando si saluta l'ultimo ospite, con il sole oramai al tramonto, e richiuso il portone alle spalle, un sospiro ed un sorriso: è stata una bella domenica.

Anch'io partecipo a "Non solo prosciutto e fichi"

Ho scoperto girovabloggando Spizzichi&Bocconi (www.spizzichiandbocconi.blogspot.com) ed è stata una piacevolissima scoperta! Allora ho deciso di partecipare anch'io con un paio di ricette che, guarda caso, ho preparato in questi giorni:

http://www.lacucinadiqb.com/2009/08/la-vita-e-troppo-breve-per-mangiare.html
http://www.lacucinadiqb.com/2009/09/il-fico-di-leonardo.html

Spero davvero possano piacere. Un abbraccio ed a presto!

Il fico di Leonardo

"Vedendo il castagno l'uomo sopra il fico, il quale piegava inverso sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell'aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse:" O fico, quanto se' tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto beneficarmi, ch'ell'ha fatto loro la forte abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell'homo non mi possino nuocere". Allora il fico cominciò insieme co' sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse:" Conosci l'omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de' tua frutti, e quelli caduti, peste co' piedi e co' sassi, in modo ch'e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell'armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi".

Questa novella mi è sempre piaciuta molta, tanto quanto i fichi, dei quali non mi sazierei mai.


Con gli ultimi raccolti proprio l'altro giorno mi sono "inventata", come avrebbe fatto Leonardo, anche se in modo meno ingegnoso, un dolce un po' sfizioso. Ed anche gustoso, perchè mentre lasciavo raffreddare le crostatine....qualche componente della famiglia non ha resistito...


Avete presente Cicco con Nonna Papera? Ecco...e quindi niente foto finale per le

Crostatine di fichi e cioccolato al Chianti

Ingredienti

500 gr di pasta frolla
30 fichi, possibilmente tutti uguali
1 vaso di crema Choco&Wine (http://www.borntovine.it/)

qualche cucchiaio di composta di fichi
4 bacelli di vaniglia, la scorza di un limone non trattato

Procedimento


Rivestire con la frolla 8 stampini per crostatine precedentemente trattati con lo spray staccante, ricoprirli con carta forno e legumi o gli appositi pesi. Cucinare in bianco per circa 20/25' nel forno già caldo a 180°. Togliere dal forno e lasciar raffreddare.


Portate a ebollizione 500 ml di acqua in una casseruola con i baccelli di vaniglia e la scorza di limone. Appoggiatevi sopra un cestello per la cottura a vapore e cuocetevi i fichi, tagliati in 4 parti, per 2-3’.


Spennellare le crostatine con un po' di composta di fichi appena diluita con un cucchiaio di acqua calda, stendere con la spatolina un paio di cucchiai di crema (cioccolato fondente al 70% e vino di ottima qualità, in parti uguali), adagiare i fichi in spicchi, raffreddati, e saziatevene subito, magari accompagnandoli con un passito un po' particolare, come "Il Nero" di Vignalta, come avrebbe sicuramente avrebbe fatto Nonna Papera!



"La regola è marmellata ieri e marmellata domani, ma mai marmellata oggi". Lewis Carroll

Bis di marmellate...


..per un momento di dolce relax..



Stamattina, alle 6.30, il termometro segnava 17 gradi, i colori dell'alba erano un po' velati e la piacevole sensazione dell'aria frizzantina ha dato lo start all'autunno culinario, oltre a quello astronomico.

E quindi? Marmellate!!

Marmellata di fichi e zenzero

1200 gr di fichi

zucchero (da pesare, cmq di solito non meno di 400 gr.)


100 gr di radice di zenzero fresca

1 bicchiere d'acqua

un paio di cucchiai di succo filtrato di limone



Mettere i fichi interi in una pentola dal fondo pesante, aggiungere mezzo bicchiere d'acqua , la radice di zenzero pulita e grattuggiata finemente e lasciare sul fuoco dolce fino allo "spappolamento" dei frutti.

Con un colino a trama fine passare la polpa ed unirla in un altro tegame a dello zucchero, in misura di metà rispetto al peso della polpa stessa.

Cucinare a fuoco dolce per una ventina di minuti, aggiungendo mezzo bicchiere di acqua ed il succo filtrato di un limone.

Versare nei vasetti caldi strilizzati per 5 minuti, lasciar raffreddare, chiudere e riporre al buio per un mese (ma quello che è avanzato nella pentola me lo sono mangiato subito!)



Marmellata di frutti di bosco, pere e noci
500 gr di frutti di bosco

500 gr di pere (ho usato quelle piccoline)

100 gr di noci

400 gr di zucchero

2 cucchiai di succo di limone filtrato

Pulire i frutti di bosco, lavarli velocemente e lasciarli asciugare su dei fogli di carta casa; sbucciare le pere, togliere il torsolo ed i semini e tritarle (o grattuggiarle, come si preferisce), unire i frutti in un contenitore di porcellana o vetro, aggiungere lo zucchero e lasciar marinare al fresco per circa 3 ore.

Al termine svuotare il contenuto del contenitore in un tegame con un fondo pesante e lasciar cuocere per 20-30 minuti, aggiungere le noci tritate ed il succo di limone, mescolare accuratamente e lasciar cuocere per qualche altro minuto.

Versare nei vasetti caldi strilizzati per 5 minuti, lasciar raffreddare, chiudere e riporre al buio per un mese (ma quello che è avanzato nella pentola me lo sono mangiato subito, assieme alla marmellata di fichi e zenzero!)




Alice: Volevo soltanto chiederle che strada devo prendere!
Stregatto: Beh, tutto dipende da dove vuoi andare!

La vita è troppo breve per mangiare male...


Spadellata di fichi e gamberi al profumo di Cardenal Mendoza


In compagnia del mal di schiena possono sempre venire un sacco di idee, soprattutto quando le idee le avevi già da prima del mal di schiena.





La mia vicina mi ha regalato dei fantastici fichi, davvero deliziosi (così ti riprendi, dice) ed in frigo dei gamberoni reclamavano un po' di attenzione e quindi....li ho spadellati!
Ingredienti
15/20 di fichi al punto giusto di maturazione e della medesima dimensione
500 gr. di gamberoni freschi
uno scalogno, un po' di rosmarino, pepe nero lungo e sale nero macinato al momento
olio extravergine d'oliva ed una spruzzata di Brandy, Cardenal Mendoza (è quello che ho usato)

Preparazione
Tritare lo scalogno e gli aghi di rosmarino molto finemente e farli appassire d aromatizzare un po' d'olio, scaldandolo in una padella e far saltare i gamberi, precedentemente puliti e liberati del budello interiore, per 2 minuti, salare e pepare, spruzzarli di brandy e lasciar evaporare l'alcool per un altro minuto. Toglierli dalla padella e mettere da parte al caldo e versare i fichi, con la buccia, tagliati e metà o in quarti e spadellarli nel medesimo olio profumato per non più di 2 minuti.
La mise an place come meglio vi ispira il momento: un bel piatto bianco, dei cucchiai per un finger food sfizioso, una mini-casseruola far sorridere gli amici.